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Cinema & Teatro

Taormina Film Fest 72: Clive Owen l’attore dai ruoli complicati ma dall’anima umana conquista il pubblico  

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Seconda giornata per il Taormina Film Festival 72 che accoglie sul tappeto rosso Marco D’amore, Ninni Bruschetta, Donatella Finocchiaro, Fernanda Torres, Can Yaman e Clive Owen. 

Mentre il mare scroscia ai piedi della perla dello Ionio, sopra i suoi metri cubi prosegue il Taormina Film Festival 72. Dopo la giornata d’apertura ricca di panel e incontri illustri come Jane Cmapion, Emile Hirsch, Bethany Antonia, Tom Glynn-Carney, Harry Collett, Phoebe Campbell e Steve Toussaint e la presentazione della terza stagione di House of the Dragon, nel secondo giorno il tappeto rosso è tornato ad ammaliare con i suoi ospiti. 

Marco D’amore, Ninni Bruschetta, Donatella Finocchiaro, Fernanda Torres e Can Yaman (accolto da orde di fan) sono alcuni dei nomi presenti in questa 72esima edizione che tra rivelazioni personali, significato profondo del cinema e delle proprie carriere hanno lasciato una traccia fra le sale del Palazzo dei Congressi e nei ricordi dei presenti. 

Foto Taormina Film Festival 72

Come l’attore britannico Clive Owen. Interprete delle pellicole Closer, Gosford Park e Vroom che nella conversazione con la direttrice del Festival Tiziana Rocca ha fatto emergere l’amore profondo per il suo lavoro, a patto che ci sia sempre una condizione: la complessità nei ruoli che incarna.  

Credo di essere sempre stato attratto da ruoli impegnativi – dice l’attore – quei personaggi che la gente potrebbe trovare difficili, forse poco simpatici. Penso ci sia qualcosa di davvero emozionante nel cercare di mostrare l’umanità in chiunque, in qualsiasi personaggio. Se interpreti un personaggio in modo molto lineare e pulito, non è molto interessante, se invece interpreti qualcuno che viene messo alla prova hai qualcosa da interpretare come attore e puoi dare profondità alla tua performance”. 

La chiacchierata con l’attore è proseguita come una trasferta tra passato e presente, dal suo film preferito Casablanca con uno straordinario Humphrey Bogart che potrebbe guardare all’infinito per “la recitazione brillante, il ritmo, la narrazione e Bogart”, alle esperienze cinematografiche.  Prima fra tutte quella in Closer, che arriva sette anni dopo aver recitato nella produzione originale dello spettacolo al National Theatre. Seguita dall’esperienza in Sin City, film girato interamente su uno schermo verde. “A un certo punto –prosegue Owen – avevamo un’auto nella scena per alcune delle riprese di guida, e anche quella è stata poi rimossa e ci siamo seduti su delle scatole”. 

Scene quasi mitiche che ci parlano di un cinema che mette alla prova i suoi interpreti, un cinema che allo stato attuale secondo l’attore britannico dovrebbe puntare sulla sfida di riportare il pubblico in sala e dare spazio anche ai film indipendenti. “Al giorno d’oggi – conclude – a meno che non si tratti di un grande blockbuster, di un franchise che domina gli schermi, è molto difficile. Sono cresciuto in un’epoca in cui era possibile realizzare piccole storie indipendenti e personali che arrivavano al cinema e la gente andava a vederle, ma le cose sono cambiate”. 

E se mai avesse avuto dei dubbi sulla carriera intrapresa da attore, lui  risoluto risponde “No”. Provenendo da una famiglia operaia ha cominciato con il teatro e guardando alle spalle la sua carriera non può che essere grato e sentirsi fortunato. 

La seconda giornata di Festival si è conclusa con la premiazione a Teatro Antico davanti alla giuria (Jane Campion, Miyako Bellizzi, Francini Maisler, Akinola Davies Jr., Holly Hunter, Sue Kroll e Pietro Castellito) di Pio e Amedeo con il Comedy Award con “Oh vita mia”, di Abbie Cornish e Clive Owen con l’International Award. E ancora di Can Yamann con l’Icon Award e Michael Zelniker con il Sustainability Award. 

A far da accompagnamento alla serata le note di Eugenio Bennato, Serena Brancale e Giusy Ferreri con un medley che ha fatto vibrare la cornice spettacolare e luminosa del Teatro Antico, come la città di Taormina che è andata a dormire in attesa di un’altra giornata da celebrare. 

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