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Ambiente & Turismo

Roscigno, un angolo di paradiso nascosto dal verde lussureggiante del Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni.

Titty Marzano

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Una città che ha saputo realizzare attraverso un progetto di valorizzazione e recupero una delle maggiori Città Museo.

Ci troviamo nell’alto Cilento a Roscigno, un’accoglientissima città che ha saputo non solo “difendere” la città vecchia, abbandonata per le ordinanze del Genio Civile del 1907 e del 1908 che ne imposero lo sgombero, ma renderla preziosa.

Roscigno Nuova ci accoglie con le sue strade lastricate, le ampie piazze balconate e le sue costruzioni terrazzate.

Bellissime scalinate in pietra portano al culmine della città sulla quale domina la chiesa di San Nicola di Bari che ospita il Museo Sacro, nel quale sono custodite le opere contenute nell’omonima chiesa del settecento che si trova nel paese vecchio. Di particolare rilievo una tempera su tavola della seconda metà del XVI sec. e tre sculture quattrocentesche.

Nei pressi del municipio l’Antiquarum, al quale è annesso il laboratorio di archeologia sugli scavi, conserva preziosi reperti ritrovati nel pianoro di Monte Pruno e risalenti al IV secolo a. C..

Monte Pruno è il monte più elevato del territorio, fonte di ricerca e di scavi sin dal 1920. Sulla sua sommità un insediamento enotrio-lucano databile dal VII al III secolo a.C.

In scavi archeologici condotti nel 1938 venne alla luce una tomba che custodiva un ricco corredo sepolcrale, conservato nel Museo Archeologico Provinciale di Salerno, una corona d’argento ed un carro da guerra, vasi a figure rosse di produzione magno-greca, candelabri, un kantharos d’argento e due monili in oro.

Ulteriori programmi di studio e scavi archeologici avviati dall’Università di Napoli e dalla Soprintendenza che hanno permesso venissero alla luce nuove e ricche tombe del VI e V secolo a. C. ed una cinta muraria, presumibilmente un centro fortificato del IV secolo a.C.

La discesa che ci apprestiamo a fare è piuttosto ripida, ma ciò che man mano incontriamo distrae il pensiero.

L’antica cappella della Madonna dei Martiri con la sua icona sormontata da tre croci, custodisce la scultura murata della Vergine dei Fichi, che ricorda sculture similari tardo bizantine.

Da qui il percorso che ci porta alla città vecchia.

Il nome Roscigno parrebbe derivare, secondo alcune fonti, dalla dizione dialettale Russignuolo, cioè usignolo, secondo altre dal latino “russeus” rosso, legato al colore del terreno, ma anche “luscinia”, quindi ecco venir fuori nuovamente l’usignolo che si trova in pietre, stemmi ed antichi gonfaloni.

Il toponimo “Russino”, attestato per la prima volta in un documento del 1086 custodito nell’Abazia di Cava dei Tirreni, indicava un casale di Corleto Monforte del Conte Giordano che ne fece dono alla Badia cavense. Solo dopo il 1515, anno in cui con Decreto del Viceré si distacca dal comune di Corleto Monforte per diventare autonoma, compare la forma attuale Roscigno.

I continui smottamenti del terreno, dovuti al territorio carsico, in cui l’acqua rende unico il paesaggio ma erode il sottosuolo, hanno reso questo incantevole borgo una “città che cammina”. Roscigno Vecchia, infatti prosegue inesorabilmente, ma per fortuna molto lentamente, nel suo movimento verso il basso.

 

Tra corridoi di abitazioni, strade sterrate e verde lussureggiante, giungiamo alla piazza.

Nel centro storico di Roscigno Vecchia il tempo sembra essersi fermato, tutto è perfettamente inalterato.

Se non fosse per questa calma innaturale, che già ci accompagna da un po’, ci si aspetterebbe di sentire il vociare venire fuori dal Bar Roma, e vedere le donne accorrere al lavatoio pubblico, la fontana in pietra grezza posta al centro della piazza, e i bambini giocare nello sterrato prospiciente.

Poco distante sul piano rialzato, trova posto la Chiesta settecentesca di San Nicola di Bari, nella quale a breve dovrebbero iniziare lavori di consolidamento e restauro conservativo che dovrebbero rendere nuovamente visibili gli affreschi e gli altari delle tre grandi navate, per ora osservabili in parte dalle fessure nel grande portone in legno.

 

Il soffitto, interamente dipinto conserva una maestosità che rende il luogo imponente, e la luce che filtra conferisce un alone misto di sacralità e mistero.

 

Proseguendo vecchie botteghe dalle targhe, o scritte apposte direttamente sulla pietra, scolorite, splendidi ed unici portali, fregi decorativi e i balconcini in ferro battuto, rapiscono lo sguardo nel percorrere le strade interne di questo enorme museo a cielo aperto, nel quale sono rimasti intatti i tratti urbanistici ed architettonici di una istallazione agro-pastorale sette-ottocentesca.

Strutture di pietra, legate da malta e sabbia, con tetto di tegole in terracotta.

Al piano terra stalla, bagno, cantina e deposito. Al primo piano stanza da letto e cucina con camino. Non manca la soffitta destinata alla conservazione degli alimenti.

 

A dare riparo alle suppellettili che ricordano i cicli lavorativi, i locali restaurati del vecchio municipio e della casa canonica.

Un bellissimo Museo di civiltà contadina, nato nel 2018 da un accordo tra l’amministrazione comunale e la proloco, racconta, in sei sale, il ciclo del vino, dell’olio, la produzione del formaggio, del grano, la lavorazione della lana e la produzione del pane, a partire dalla coltivazione dei prodotti primi e dall’allevamento del bestiame.

Strumenti, documentazione, antiche foto ed allestimento curato, permettono di calarsi perfettamente nel tempo.

E il silenzio, lo sterrato, le pietre, i profumi, tutto sembra riportare alla vita armonizzata con la natura e allo scorrere del tempo dettato dall’alternarsi del giorno e della sera. Un luogo per ritemprarsi e riprendere il contatto con il passato e la natura.

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