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Referendum, un dibattito indegno sugli italiani all’estero

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L’intenzione di presentare ricorso da parte dei sostenitori del No dimostra che esiste nel paese il movimento che vuol togliere un diritto costituzionale agli emigrati italiani che mantengono ancora la loro cittadinanza.

Di Gianni Pezzano

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Mentre ci avviciniamo al voto per la riforma costituzionale del 4 dicembre il dibattito a riguardo il ruolo degli italiani all’estero ha preso una piega indegna per un discorso sulla nostra carta costituzionale. Nella dichiarazione del comitato per il No di voler presentare un ricorso nel caso che il voto dei cittadini all’estero facesse vincere il Si dimostra poca considerazione non solo del giudizio dei nostri concittadini, ma soprattutto verso il diritto di voto espresso nella Costituzione stessa.

Partiamo dal punto fondamentale di questo discorso, il diritto di voto. Dopo anni di lobbying da esponenti politici e comunitari in Italia e all’estero  per ottenere per i cittadini all’estero il diritto di esprimere il voto nei loro paesi di residenza, il Parlamento italiano ha creato le circoscrizioni estere. Una volta ottenuto questo riconoscimento il diritto al voto per altre vicende come il referendum è diventato automatico. Però, l’intenzione di presentare ricorso dimostra che esiste in Italia il movimento che vuol togliere questo diritto costituzionale agli emigrati italiani che mantengono ancora la loro cittadinanza. È una vicenda troppo importante e delicata da discutere in modo serio ed esauriente durante il dibattito attuale.

Peggio ancora, chi legge i social media e segue i dibattiti di ogni genere in merito al Referendum sente dire che gli italiani all’estero non dovrebbero votare perché “non pagano le tasse in Italia”. Già una frase del genere non solo dimostra ignoranza dei diritti costituzionali, ma soprattutto ignoranza degli effetti dell’emigrazione italiana a vantaggio del nostro paese, soprattutto in termini economici.

In primis, definire il diritto al voto in base al fatto di pagare le tasse vorrebbe dire che una grande parte della popolazione, come le casalinghe, gli studenti maggiorenni che ancora non hanno cominciato a lavorare, i disabili, i disoccupati e coloro con la pensione sociale e dunque senza introito sufficiente a pagare le tasse, perderebbe il loro diritto più importante. Senza dubbio una mossa del genere non solo sarebbe giustamente contestata dai diretti interessati, ma sicuramente sarebbe bocciata dalla Corte Costituzionale per violazione del diritto di parità di trattamento contenuto nella Costituzione.

In secondo luogo, gli emigrati italiani, sin dal giorno della partenza per il nuovo paese, fino al giorno della morte continuano a dare un contributo economico importante al loro paese di nascita, o origine. Senza scordare che molti continuano a mantenere ancora case in Patria.

Per anni molti degli emigrati hanno inviato soldi alle loro famiglie rimaste a casa e spesso questi soldi hanno permesso a parenti di superare periodi difficili, come anche di poter mandare i figli a studiare. Senza dubbio ci sono innumerevoli professionisti italiani che si sono laureati grazie ai soldi di parenti all’estero e oserei anche aggiungere che alcuni di questi potrebbero anche essere ora parlamentari a Montecitorio o a Palazzo Madama. Però, questo contributo non si limita ai soldi inviati ai parenti.

Gli italiani all’estero continuano a promuovere, comprare e anche vendere prodotti italiani. Partiamo dai prodotti più banali, i prodotti alimentari. L’emigrazione italiana ha creato il mercato internazionale per il cibo italiano. Prima per cucinare in casa e poi con i ristoranti italiani che si trovano in tutto il mondo. Non esiste paese avanzato che non abbia prodotti italiani nei supermercati e questo non sarebbe successo senza i nostri emigrati. Infatti, tante delle grandi società che ora importano i prodotti italiani in tutti i continenti spesso sono state fondate dagli emigrati italiani, o i loro discendenti.

Come il cibo possiamo estendere il discorso a ogni genere di prodotto italiano. Moda, prodotti edili, automobili, elettrodomestici, macchine da caffè domestiche e da bar, vini e dolci sono solo i primi prodotti di un elenco che riempirebbe un volume grande. Senza scordare poi i moltissimi italiani che tornano in Italia per le loro vacanze e dunque danno un contributo importante al turismo del Bel Paese. A questo poi dobbiamo aggiungere il ruolo di moltissime società italiane che promuovono la lingua italiana e la nostra Cultura .

Allora smettiamola di pensare che gli emigrati italiani all’estero non svolgono alcun ruolo nell’economia italiana e nello sviluppo delle nostre industrie. Qualsiasi suggerimento ad utilizzare questo come scusa per togliere il voto sarebbe, come minimo, controproducente per il nostro paese.

Per quel che riguarda la parte tecnica del voto all’estero, nessuno può negare che ci sono cose da migliorare, ma questi non sono discorsi da fare all’apice di un dibattito amaro come quello attuale sulla Costituzione.

Dobbiamo rivedere il metodo del voto come un primo passo. Questo metodo non è permesso in Italia, ma dobbiamo anche riconoscere che è un metodo utilizzato da molti paesi ormai da anni e posso nominare l’Australia  il mio paese di nascita, come una prova. Se a qualcuno non piace il metodo perché ritenuto poco trasparente, oppure soggetto a brogli come dicono altri, allora bisogna risolvere quelle barriere burocratiche che non permettono il voto ai consolati e alle ambasciate che è la normalità per molti altri paesi.

Per quel che riguarda la rappresentanza dall’estero, questo non è che la logica conseguenza del riconoscimento del diritto del voto agli italiani all’estero e non è di facile risoluzione, ma per poterlo fare dobbiamo anche esaminare la legge di cittadinanza.

Il paradosso del dibattito attuale è che molti degli esponenti politici che ora contestano il voto all’estero appartengono a partiti e movimenti che sono contrari allo ius soli che ha creato il problema di voto estero che vogliono eliminare. Allora devono fare un esame di coscienza e chiedersi davvero cosa vogliono, perché mantenere la legge attuale non avrebbe altro effetto che continuare il discorso del voto per generazioni.

Mentre batto queste parole sulla tastiera vedo già le risposte di alcuni all’estero e uno in particolare che ha contestato un mio articolo precedente. Riconosco le sue obiezioni e l’importanza della sua risposta, sia del voto che della cittadinanza, ma son temi da affrontare con calma e attenzione alle conseguenze di ogni cambiamento a entrambe le leggi. Vediamo già, come ho dimostrato sopra, che in Italia esiste una parte della popolazione che si oppone al voto e questa parte certamente non rimarrà in silenzio. Sarà un tema che si ripeterà ad ogni elezione e ogni referendum fino a che non si troverà una risoluzione adeguata.

Non sono temi semplicemente legali, o burocratici. Sono temi davvero personali per molti perché la cittadinanza fa parte della loro identità. Ma questo non dovrebbe impedire un dibattito serio perché in ogni caso gli italiani all’estero saranno sempre presenti nella nostra vita.

Proprio per questo motivo, l’Italia ha l’obbligo di riconoscere il ruolo continuo degli emigrati italiani e i loro discendenti allo sviluppo del paese. Questo contributo era, rimane e rimarrà sempre un contributo fondamentale per la nostra economia. Dunque il Parlamento devo trovare il modo di riconoscere formalmente questo valore aggiunto e permettere ai nostri concittadini che risiedano all’estero l’opportunità di poter continuare a farsi sentire in Italia.

È una sfida importante per il paese e il modo con cui la risolveremo sarà la prova della serietà di noi tutti.

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