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Intervista a Mons. Giuseppe Lorizio, Direttore dell’ufficio Cultura del Vicariato di Roma- Interview with Msgr. Giuseppe Lorizio, Director of the Culture Office of the Vicariate of Rome

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di emigrazione e di matrimoni

Intervista a Mons. Giuseppe Lorizio, Direttore dell’ufficio Cultura del Vicariato di Roma

di Antonio Martinelli Cararresi

Giuseppe Lorizio è Direttore dell’Ufficio Cultura del Vicariato di Roma, professore emerito di Teologia Fondamentale presso la Pontificia Università Lateranense, editorialista di Avvenire, membro del comitato scientifico della rivista rosminiana di filosofia e cultura e tanto altro, oltre alle tante e significative pubblicazioni tra saggi e libri di teologia.

Professor Lorizio, in un recente incontro, il primo nel programma di Spiriteco, la nuova striscia dedicata alla spiritualità contemporanea che lei come direttore dell’Ufficio Cultura del Vicariato di Roma ha voluto stimolare, dal titolo “È ancora tempo di guerra giusta?” che l’ha vista dialogare con il giornalista Marco Da Milano, ha spiegato che, se anche solo nel secolo scorso nel catechismo la guerra giusta era ammessa, oggi lo sviluppo della dottrina cattolica ha portato a ben altre riflessioni, come sta cambiando la Dottrina e perché?

Innanzitutto vorrei sottolineare l’importanza, nel momento storico che siamo chiamati a vivere, di una iniziativa come “Spiriteco”. Essa intercetta la diffusa domanda di spiritualità, rilevata dai sociologi anche in ambito giovanile. E l’autentica spiritualità è il contrario dello spiritualismo, che invece designa un atteggiamento spirituale disincarnato ed estraneo alla vita reale delle persone e della società. Aver mosso i primi passi con un incontro sul tema della pace e della guerra dimostra che “Spiriteco” è immune dalla tentazione spiritualistica, perché si confronta con ciò che accade nel nostro oggi. Il successivo incontro sul tema dell’egemonia culturale costituirà un’ulteriore conferma di questa attitudine.

Vengo alla domanda. Di fatto la costituzione pastorale Gaudium et spes del Concilio Vaticano II non utilizza il sintagma “guerra giusta”, ma parla innanzitutto di “legittima difesa”. Questo potrebbe condurre a una revisione del Catechismo su questo argomento, in analogia con quanto avvenuto per la pena di morte. Sul tema va detto che la dottrina cambia perché è cambiata la stessa nozione di guerra e le modalità in cui viene attuata. Le armi chimiche prima e il nucleare poi mostrano come le guerre oggi producano innumerevoli vittime fra i civili e le fasce più deboli delle società in cui il conflitto armato si vive.

Professore, l’escalation di violenze negli ultimi venticinque anni è dovuta anche in parte alla società mediatica, secondo lei?

Mi sembra che i media, anche non tradizionali, abbiano il compito di ascoltare e descrivere quanto accade nelle società e nel mondo, per cui i conflitti armati prima accadono nella storia e secondariamente vengono ad abitare i mezzi di comunicazione. Un clima bellicoso può tuttavia essere alimentato da trasmissioni o scritti giornalistici, che, senza scrupoli, utilizzano un linguaggio violento e urlato, tendente a contrapporre le posizioni piuttosto che al vero dialogo fra di loro.

Si parla della necessità di rinnovare la Teologia, lei ha dichiarato che “urge una conversione mentale”, che cosa significa?

La teologia non gode di buona fama nella cultura diffusa e neppure in quella accademica. Nel primo caso essa viene percepita come astratta e avulsa dal reale, in quanto, mentre nel mondo si versa del sangue innocente, sembra che i teologi discorrano fra loro del sesso degli angeli o dell’ombelico di Adamo. Nel secondo caso va rilevato che nel nostro Paese il sapere teologico non ha cittadinanza in quanto tale nelle Università dello Stato e ciò comporta la diffidenza circa la dimensione propriamente scientifica della teologia, che viene relegata nelle sacrestie pontificie. La conversione mentale dovrà riguardare innanzitutto noi teologi che dobbiamo avere il coraggio di sporcarci le mani con le problematiche che urgono nel nostro contesto, senza falsi timori. Ma una conversione mentale andrebbe messa in atto anche nel mondo cosiddetto “laico”, che deve rendersi conto del fatto che un confronto col sapere della fede produce un vero vantaggio sia per la cultura che per la società, in quanto ad esempio rende i credenti delle diverse appartenenze immuni dall’integralismo e dal fondamentalismo.

Professore crede che il pacifismo etico è la strada da percorrere per una società pacifica, (distante dalla neutralità) dove il ruolo di “mediatore” potrebbe spettare alla Chiesa?

Un grande intellettuale laico quale fu il compianto Norberto Bobbio parlava di un pacifismo etico, fondato sulla religiosità e la spiritualità e di un pacifismo giuridico che richiede la figura del “terzo” come mediatore fra le parti in conflitto. Sia l’ONU, che l’Europa, per non parlare degli USA hanno perso l’occasione di assumere questo ruolo. A parte la Cina o la Turchia, in Occidente è rimasto solo il Papa a svolgere questo importante servizio all’umanità e lo sta adempiendo profeticamente invitando tutti a un passo indietro (rappresentato ad esempio dalla “bandiera bianca” che tanto ha fatto discutere), perché l’alternativa sarebbe soltanto la guerra all’infinito, con gli unici che se ne avvantaggiano che sono i costruttori e venditori di armamenti.

L’accreditarsi sempre più pericoloso dei nazionalismi presso le masse, negli Stati Uniti come nel mondo islamico (la politica estera della Turchia che si vuole ergere a capofila di un nuovo ordine tra i paesi arabi, musulmani), come nelle divisioni della Chiesa Ortodossa, non fanno che aumentare la fragilità del momento storico in cui viviamo, dove il pensiero libero è sempre più difficile, stretto dall’assuefazione di fare solo ciò che ci dicono di fare. Come la Chiesa Cattolica può intervenire in questo momento?

Uno dei danni collaterali delle guerre è quello di coinvolgere le chiese e le religioni, che non di rado finiscono con l’offrire ai governanti dei Paesi belligeranti motivazioni religiose o addirittura mistiche, il patriarca Kirill parlava della guerra come “atto metafisico”. Questo è particolarmente preoccupante per le chiese cristiane, che finiscono con l’adottare posture nazionali, dimenticando che la storia europea della modernità ha vissuto guerre di religione (ossia fra cristiani) sostenute da chiese nazionali. La nostra Chiesa dovrà semplicemente vivere il suo cattolicesimo, ovvero la propria universalità. E mostrare che il messaggio cristiano si rivolge a tutte le nazioni e a tutte le culture, in uno spirito di apertura dialogica piuttosto che di restringimento identitario. Ed è questa la nostra identità. Noi siamo per la mediazione perché Gesù è il mediatore fra cielo e terra, divino e umano e questa sua identità la dobbiamo vivere nel faticoso impegno per la mediazione fra popoli, culture e nazioni.

Interview with Msgr. Giuseppe Lorizio, Director of the Culture Office of the Vicariate of Rome

by Antonio Martinelli Carraresi

Giuseppe Lorizio is Director of the Culture Office of the Vicariate of Rome, professor emeritus of Fundamental Theology at the Pontifical Lateran University, columnist for Avvenire, member of the scientific committee of the Rosminian journal of philosophy and culture, and much more, in addition to his many significant publications including essays and books on theology.

Professor Lorizio, in a recent meeting, the first in the program of Spiriteco, the new strip dedicated to contemporary spirituality that you as director of the Culture Office of the Vicariate of Rome wanted to stimulate, titled “Is it still time for just war?” which saw you in dialogue with journalist Marco Da Milano, you explained that, if even only in the last century in the catechism just war was admitted, today the development of Catholic doctrine has led to quite different reflections, how is the Doctrine changing and why?

First of all, I would like to emphasize the importance, in the historical moment we are called to live, of an initiative such as “Spiriteco.” It intercepts the widespread demand for spirituality, noted by sociologists even among young people. And authentic spirituality is the opposite of spiritualism, which instead designates a disembodied spiritual attitude unrelated to the real life of people and society. To have taken its first steps with a meeting on the theme of peace and war shows that “Spiriteco” is immune from the spiritualistic temptation because it confronts what is happening in our today. The next meeting on the theme of cultural hegemony will be a further confirmation of this attitude.

I come to the question. As a matter of fact, the pastoral constitution Gaudium et spes of the Second Vatican Council does not use the syntagm “just war,” but speaks primarily of “legitimate defense.” This could lead to a revision of the Catechism on this topic, similar to what happened with the death penalty. On the topic, it must be said that doctrine changes because the very notion of war and the ways in which it is carried out have changed. Chemical weapons first and then nuclear power show how wars today produce countless victims among civilians and the weaker sections of societies in which armed conflict is experienced.

There is talk about the need to renew Theology, you stated that “a mental conversion is urgently needed,” what does that mean?

Theology does not enjoy a good reputation in the widespread culture or even in the academic culture. In the first case it is perceived as abstract and divorced from reality, since, while innocent blood is being shed in the world, theologians seem to be discussing among themselves the sex of angels or Adam’s navel. In the second case, it should be noted that in our country, theological knowledge has no citizenship as such in state universities, resulting in distrust about the properly scientific dimension of theology, which is relegated to the pontifical sacristies. Mental conversion will have to concern first of all us theologians who must have the courage to get our hands dirty with the issues that are pressing in our context, without false fears. But a mental conversion should also be enacted in the so-called “secular” world, which must realize that a confrontation with the knowledge of faith produces a real benefit for both culture and society, in that it, for example, makes believers of different affiliations immune from fundamentalism and fundamentalism.

Professor, is the escalation of violence in the last twenty-five years also due in part to the media society, in your opinion?

It seems to me that the media, even nontraditional media, have the task of listening and describing what is happening in societies and in the world, so armed conflicts first happen in history and secondarily come to inhabit the media. However, a warlike climate can be fueled by broadcasts or journalistic writings, which unscrupulously use violent and shouted language, tending to opposing positions rather than true dialogue between them.

There is talk of the need to renew Theology, you stated that “a mental conversion is urgently needed,” what does that mean?

Theology does not enjoy a good reputation in the widespread or even in the academic culture. In the first case it is perceived as abstract and divorced from reality, since while innocent blood is being shed in the world, it seems that theologians are discussing among themselves the sex of angels or Adam’s navel. In the second case, it should be noted that in our country, theological knowledge has no citizenship as such in state universities, resulting in distrust about the properly scientific dimension of theology, which is relegated to the pontifical sacristies. Mental conversion will have to concern first of all us theologians who must have the courage to get our hands dirty with the issues that are pressing in our context, without false fears. But a mental conversion should also be enacted in the so-called “secular” world, which must realize that a confrontation with the knowledge of faith produces a real benefit for both culture and society, in that, for example, it makes believers of different affiliations immune from fundamentalism and fundamentalism.

Does Professor believe that ethical pacifism is the way forward for a peaceful society, (far from neutrality) where the role of “mediator” could fall to the Church?

A great secular intellectual such as the late Norberto Bobbio spoke of an ethical pacifism, grounded in religiosity and spirituality, and a legal pacifism that requires the figure of the “third party” as a mediator between the conflicting parties. Both the UN and Europe, not to mention the U.S., have missed the opportunity to take on this role. Apart from China or Turkey, only the Pope in the West is left to perform this important service to humanity, and he is prophetically fulfilling it by inviting everyone to take a step back (represented, for example, by the “white flag” that has caused so much discussion), because the alternative would only be war ad infinitum, with the only ones who benefit from it being the manufacturers and sellers of armaments.

The increasingly dangerous crediting of nationalisms with the masses, in the United States as in the Islamic world (the foreign policy of Turkey that wants to stand as the leader of a new order among Arab, Muslim countries), as in the divisions of the Orthodox Church, only increase the fragility of the historical moment in which we live, where free thinking is increasingly difficult, squeezed by the habituation of doing only what we are told to do. How can the Catholic Church intervene at this time?

One of the collateral damages of wars is that they involve churches and religions, which not infrequently end up offering the rulers of the belligerent countries religious or even mystical motivations; Patriarch Kirill spoke of war as a “metaphysical act.” This is especially worrisome for Christian churches, which end up adopting national postures, forgetting that the European history of modernity has experienced wars of religion (i.e., between Christians) supported by national churches. Our Church will simply have to live out its Catholicism, that is, its universality. And show that the Christian message appeals to all nations and cultures, in a spirit of dialogical openness rather than identity narrowing. And this is our identity. We are for mediation because Jesus is the mediator between heaven and earth, divine and human, and this identity of his we have to live it in the strenuous commitment to mediation between peoples, cultures and nations.

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