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Cinema & Teatro

Il Teatro musicale d’arte: l’Opera lirica alla ricerca di nuovi equilibri

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Orfeo ed Euridice, Ferrara
Tempo di lettura: 9 minuti

Ripartenza post-pandemia del più grande spettacolo d’arte, con i successi di Tosca a Bologna, Ernani a Reggio Emilia, Pier Luigi Pizzi con Monteverdi a Ferrara, la bella doppietta del Comunale di Modena e invece una Carmen border-line

di Sergio Bevilacqua

Musica lirica e opera lirica sono una contenuta nell’altra. La musica lirica è musica abbinata a testi letterari come sonetti e poesie, poemetti e racconti o romanzi basati soprattutto sulla rappresentazione di sentimenti e non su emozioni dovute a trame di tipo puramente logico.

Nell’opera lirica la musica lirica si presenta insieme a molte altre componenti: insieme alla musica sinfonica, al canto e al testo letterario, compaiono interpretazioni attoriali di tipo tragico, comico, mimo, poi scenografie, coreografie dalle più semplici fino a sofisticati intermezzi di danza. L’Opera diviene così un punto d’incontro di tutte le muse, con la guida di Apollo e la sua riserva personale per le arti figurative (le scenografie, i costumi), non delegate alla sua squadra femminile delle nove figlie di Zeus e Mnemosine. Ricordando sempre il ruolo di Apollo, vediamole allora, le Muse, nell’interpretazione che c’interessa: 1. Clio, musa delle drammaturgie, delle trame e delle loro qualità scrittoree, storia e storie; 2. Euterpe, soprattutto la Musica; 3. Talia, l’intrattenimento teatrale comico; 4. Melpomene, l’intrattenimento teatrale tragico; 5. Tersicore, soprattutto la Danza; 6. Erato, la Poesia d’amore e il coro; 7. Polimnia, il mimo soprattutto e le coreografie; 8. Urania, l’uso dello spazio, una parte della scenografia, quella geometrica; 9. Calliope, il canto e anche altro, ma a noi interessa soprattutto per quello.

Ecco perché si può sostenere che l’opera lirica sia il più grande spettacolo d’arte tra tutti quelli concepiti dell’umanità: in essa troviamo la più grande varietà delle fonti di catarsi artistica, cioè Apollo in persona e la sua squadra delle nove muse. Uno spettatore, un fruitore, si può trovare preso, coinvolto, per una grande quantità di motivi estetici, provenienti da numerose arti diverse, sedotto da una delle muse coinvolte, spesso in gruppo e in certi momenti tutte insieme, quando non dallo stesso regista (la regìa…) Apollo e le sue sensibilità visive.

E quando parliamo di Regìe, dopo un secolo dal cessare del grandissimo momento del teatro musicale d’opera lirica, siamo di fronte alla grande sfida della contemporaneità per l’Opera lirica e l’esercizio della grandezza congiunta delle muse… E, forse, anche del tocco preziosissimo e molto permaloso dello stesso Dio Apollo. Che poi si manifesta e ha molti adepti. Io non condivido la filologia a oltranza, e se può servire anche qualche piccolo intervento sul libretto, se tutto funziona benissimo, perché no. Come ad esempio nell’ottima produzione di Rimini, Ravenna, Piacenza e Modena di Aroldo di Giuseppe Verdi, “figlio” dello Stiffelio, non riconosciuto come opera dal Club dei 27 (uno per ogni opera di Verdi), che però presto, e forse alla luce di questa ottima realizzazione, credo farebbero bene a ricredersi e a trasformarsi in 28. La regia (Sala e Sanchi) qui tiene perfettamente, malgrado lo spostamento in un futuro coloniale italiano rispetto alla vicenda del Crociato nel libretto di Francesco Maria Piave. Godibilissima appunto la riambientazione abissina, nel ventennio, finalmente non retorica e ideologica, ma freddamente storica a sostenere la struttura drammaturgica originaria. Malgrado infrazioni al libretto e nuovo contesto storico, Apollo qui non protesta: bravo il Comunale di Modena e i suoi soci nella produzione, in particolare Rimini che celebra la prima storica di Aroldo, nel 1857, da parte di un Verdi in fuga dal politically uncorrect sfuggitogli in Stiffelio appunto.

E, visto che siamo a Modena, e che Apollo, nume della Regìa, in Aroldo non protesta, gioisce invece nell’allestimento saggio e calibrato di Tarabella per la produzione di Modena e Lucca e Pisa e Rimini e Ferrara e Ravenna di una bella e tradizionale Manon Lescaut. Certo che, se per mettere in scena forse la più bella opera di Puccini ci vuole mezza Italia, c’è davvero da pensare… Ed è un pensiero che mostra come la concentrazione commerciale arrivi a ledere la diffusione anche di capolavori assoluti come Manon Lescaut. Rispettato l’impianto storico e librettistico direi con precisione e un risultato col sapore storico di primo novecento nel bel Teatro Pavarotti, che così vintage mi piace moltissimo.

Mentre al contrario, ma non mi dilungo, perché molti altri l’hanno già fatto, ispirati da Apollo appunto, nel criticare le scelte registiche di Carmen, nuovo allestimento di Regio di Parma e Valli di Reggio Emilia. Scompaiono la Spagna, la zingara, i colori: tutto è calato in un grigio che ricorda il Nabucco di Ricci-Forte del 2019, che insomma poteva anche andare, ma qui… Perché è successo? Spezzo una lancia: intanto, con Carmen teatri pieni; poi, dati gli allestimenti infiniti nella storia della seconda opera più programmata al mondo; perché non farne un’interpretazione border-line, ancorché sensata alla luce della sua storia letteraria? Ecco come il commerciale tende a compromettere il buon teatro: meglio una Carmen in mutande che una Manon ben vestita… Apollo si distrae con la versione di Silvia Paoli, e manda avanti per vendicarsi la sua musa Erato, quella dei cori… Colpirà alla presentazione del Festival Verdi.

Intanto, il Teatro Valli di Reggio Emilia evita ritorsioni che sarebbero state meritate: come si può riempire per una Carmen sballata e lasciare mezza vuota la platea di fronte a uno dei 3 più grandi tenori del momento, Gregory Kunde, simpatia americana e prestantissimo, in Ernani? Misteri (o no…) della provincia… Oltretutto proprio quando Francesca Dotto, mica l’ultima arrivata, dava il meglio e Petti e Parodi si superavano, Casellati ci dava l’emozione della vera musica verdiana di quel periodo e la regia del giovane Aliverta donavano tutti insieme l’esperienza e l’emozione della vera opera lirica d’una volta: di pomeriggio, commentata nel foyer…

Non è male per il nostro discorso estetico parlare in termini di ascendenti olimpici, mitici, perché rimane sul campo quel pò di fascino indescrivibile a cui i greci stessi s’inchinarono, trovando dolci divinità, le Muse appunto, guidate da Apollo, a cui attribuire l’effetto di piacere e distrazione che chiamiamo catarsi.

La catarsi, quello stato di distrazione dal quotidiano contraddistinto da una condizione quasi onirica, nasce proprio nel teatro, e l’opera lirica è principalmente teatro: condizione di intrattenimento dal vivo, live, ove si attivano con particolare efficienza i neuroni specchio e quindi, oltre alle valutazioni di piacere, si sviluppano fenomeni di proiezione non consapevoli sugli attori in scena. Teatro, quindi sempre connotato dai fattori tipici e ben presenti in tutta la sua storia, la tragedia e la commedia, Talia e Melpomene, dalle Dionisie periclee, solo offuscate ma mai cancellate dalle derive intellettualistiche e cerebrali della Contemporary Age, da poco finita (anche nel teatro).

Poi, si tratta di teatro musicale. Penetra infatti prepotentemente nella messa in scena teatrale il grande effetto dei nuovi strumenti musicali, che si sviluppano in armonia dal 1600 al 1900, fino ad arrivare ad una stabilizzazione, prima dell’avvento delle tecnologie elettroniche: questa fase è caratterizzata dalla maggiore estensione delle nostre orchestre classiche ove vengono organizzate le capacità sonore, alle condizioni espressive dei musicisti sinfonici, al lavoro sulle grandi sinfonie, che scrivono musica riferendosi ai suoni d’orchestra riproducibili nei contenitori teatrali. L’opera raccoglie stupende pagine di musica sinfonica, contenute spesso nelle ouverture, ma anche in brani soltanto strumentali, orchestrali, che si aprono lungo lo svolgimento drammaturgico, con orchestre che possono arrivare fino a 100 strumenti, 100 componenti. Il paradiso di Euterpe. Ed è qui che mi sovviene la perfetta Tosca del Comunale di Bologna, il 6 febbraio. Avevo già visto nella grande Arena di Verona questo allestimento di Hugo de Ana, con la sua estrosa filologia. Non una sbavatura, col soprano Maria José Siri in apprezzabilissimo crescendo ai toni del terzo atto, che non si fa travolgere da grosse presenze sceniche e vocali come Erwin Schrott in Scarpia, il quale giganteggia per mole, cattiveria e perfezione vocale. I loro duetti sono di grandissimo effetto catartico, con Daniel Oren invaso dallo spirito di Puccini, e non da ora. Aronica in Cavaradossi è più che all’altezza, beninteso, ma sono la Siri e Schrott a sbancare il tavolo per l’ovazione anche se, quasi per iniziativa di Oren, a pubblico ben felice ci mancherebbe, sarà del grande civitavecchiese l’unico bis “E lucevan le stelle”.

Il contributo alla catarsi uditiva, musicale, si completa con l’inserimento della voce umana, portata alle massime espressioni e regolata dal pentagramma: l’opera lirica ottiene così un’ulteriore, fondamentale, componente. Le voci si classificano tra maschili e femminili, ma sono presenti anche voci che possiamo definire intermedie, quali quelle dei castrati e le cosiddette “voci bianche” tipiche dei soggetti umani non completamente maturi. L’apparato fonico è studiato attentamente e le sue espressioni sono utilizzate nella espressività lirica dal volume minimo al massimo, precisamente classificate. E non solo le potenze sono classificate: si calcolano i timbri e le espressività. Calliope, madre, si dice, dell’aedo per eccellenza, Orfeo, prospera definitivamente nel canto lirico, così ben organizzato, tanto che viene anche ben strutturato didatticamente. Penso, ad esempio, all’Accademia Verdiana del Regio di Parma, ove artiste e artisti dell’uso della voce trovano forse la fonte formativa dell’espressione più vasta e diversificata di esperienza fonologica, quella della musica e del canto verdiano, tra tutti gli operisti sicuramente il più vario e differenziato. Quindi la miglior palestra.

Sempre riguardo alle voci, molto importante nell’opera lirica, e in Verdi in particolare, la voce del coro, che merita una musa quasi tutta sua, Erato. E che quando vuole sa bene come farsi sentire. Sto pensando al braccio di ferro tra il coro e la direzione del Teatro Regio di Parma sull’uso del Coro del Teatro Comunale di Bologna ne “La forza del destino” di Verdi a inaugurare il Festival 2022 (ma a Reggio, in Carmen c’erano loro…), diretta da Roberto Abbado, che ha fatto la figura “del cattivo”, mentre è un vero signore e un grande professionista. Indubbiamente effettuare una presentazione pubblica avendo contro nientepopodimenoché un coro operistico presenta una serie di problemi diciamo così proprio tecnici, uditivi: molto brava Anna Maria Meo, materna e manageriale, a reggere la situazione con solidità e senza alcuna frattura vocale, un pò più agitato Pizzarotti, presidente della Fondazione Teatro Regio e sindaco di Parma, che forse qualche pour-parler con Bologna magari se lo è lasciato scappare, per fare sì che Macciardi, serio sovrintendente del teatro bolognese. parlasse in un’intervista di certe strategie comuni… Di cui il coro si è visto subito come primo martire. Discorso non breve, non ovvio e nemmeno chiaro del tutto. Sospendo il giudizio, sulla musa Erato che spingeva i coristi a una decisa e… corale opposizione, su un portavoce emozionato a far da sindacalista e sul Maestro del coro, Martino Faggiani, a far da vittima, sostenuto dai suoi ben più che in un “Va pensiero”. Un pò di ragione ce l’avevano di sicuro; il quadro istituzionale regionale dei teatri non è chiaro: s’intessono produzioni che sembrano casuali tra realtà confinanti e non, il gioco del potere della Regione risalta forse di più di ciò che è vero… Insomma, un bel pò di pasticci, sui quali occorre fare ordine per il bene del pubblico affezionato ai suoi teatri e al più bello (come sto spiegando…) spettacolo del mondo, il teatro d’opera lirica.

E chiudiamo in vera bellezza chiamando a confermare lo spirito infuso dal grande Pier Luigi Pizzi a Ferrara nel suo “Orfeo ed Euridice”, Monteverdi. Pizzi ha il 1600 nelle sue corde fini, l’estetismo che alberga in Monteverdi e in Haendel (molti ricordano continuamente il suo “Rinaldo”), mentre a me capita spesso di rammentare a un Rossini Opera Festival di qualche anno fa, ove il Maestro è di casa, “La pietra del paragone”, un allestimento estetizzante ma in chiave moderna. Volendomi domandare allora quali muse ha destato (oltre ad Apollo in persona, che lo segue con grande passione e stima, benché lui dio e Pizzi umano), non posso che citare Polimnia, le coreografie e la bellezza dei corpi, e Urania, l’uso geniale dello spazio scenico. Luci di grande suggestione, per uno spettacolo che Ercole d’Este avrebbe gradito moltissimo, con la sua squisita cultura e buon gusto.

Eccoci qua, in questa carrellata un pò già post-covid, con teatri d’opera che tentano il recupero del pieno regime e lo fanno con una certa concitazione di proposte. La situazione emiliano-romagnola è abbastanza emblematica: c’è molto da fare per armonizzare e cercare il respiro di qualche grande soddisfazione, di fronte a Milano, Torino, Genova, Venezia e Firenze. Ma bisogna agire con equilibrio, competenza e senso di realtà e non trascurare nessuno.

Se no, come diceva il vecchio Carlo Dapporto qualche decennio fa in un Carosello: “E tutt’ad un tratto… Il coro!”

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