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Il potere di uno smartphone: quando il selfie diventa una tomba


I dati sulla connessione, sulla sindrome da “disconnessione” riportano alla mente una filastrocca che risale al tempo della peste: giro giro tondo casca il mondo casca la terra tutti giù per terra. E così tra il gioco e il bisogno di riempire i vuoti, immortalati sull’altare di un “Like” contiamo oltre 250 morti da selfie per il 2019.

Settimo appuntamento e mi sento di non aver ancora neanche cominciato a descrivere quello che l’indagine cominciata molti anni fa riguardo alle nuove tecnologie ha fatto emergere. La ricercatrice e professoressa Susan Blackmore, nei suoi studi sulla memetica (la scienza che studia la virologia delle idee) presentava il dilagare della digitalizzazione, di internet e dell’intelligenza artificiale come la tomba della specie umana. Francamente non so cosa causerà la nostra estinzione, ma so che fino a quel momento dobbiamo lottare per far rispettare i diritti umani, per minimizzare i rischi, per costruire e condividere. Leggo i dati sulla connessione, sulla sindrome da “disconnessione” e mi viene in mente una filastrocca che si fa risalire al tempo della peste e che credo molti conoscano: giro giro tondo casca il mondo casca la terra tutti giù per terra. E così tra il gioco e il bisogno di riempire i vuoti, immortalati sull’altare di un “Like” contiamo oltre 250 morti da selfie per il 2019. Quelli ufficiali, caduti con il loro telefonino tra le mani difendendo la loro voglia di protagonismo ma non i loro cari che spesso sono morti insieme a loro. Spose, bambini, mariti, nonni, non solo giovani esibizionisti. Alcuni governi stanno reagendo e si vedono i primi segnali “No selfi zone”.

Non demonizziamo il mezzo come ho più volte ripetuto, ma non crediate che sia “neutro”, questo mezzo ha un suo impatto e un suo scopo e il suo utilizzo modifica il nostro comportamento. Se conosciamo e comprendiamo queste meccaniche possiamo accettarle e utilizzarle a nostro vantaggio, quante fantastiche cose possiamo fare con i nostri nuovi smartphone, ma di certo chi studia le tecnologie e il suo impatto comprende anche che molto c’è da fare per evitarne un uso “deviato”. I dati ancora una volta ci mostrano un minimo comune denominatore: l’incapacità gestionale di molti soggetti. Così mi ritrovo a parlare di cyberbullismo, dell’uso indiscriminato degli smart phone in mano ai bambini, strumento che gli “adulti” utilizzano spesso come palliativo in virtù della loro incapacità genitoriale. I danni che costoro arrecano ai propri figli sono spesso irreversibili, ma essendo loro le prime vittime non comprendono le ripercussioni negative che l’uso indiscriminato di tale tecnologia ha specialmente su una mente in via di formazione. Non è cosa nuova che la tecnologia e l’innovazione portino con sé anche una deriva negativa, ma i numeri che abbiamo difronte e le proporzioni sono da epidemia globale.

Come una droga un selfie non basta più, sono dieci, cento, mille scatti, in un susseguirsi compulsivo e ossessivo, un viaggio non è un viaggio, un amore non è un amore, nulla ha valore se non può essere “postato”. D’altronde ormai così si fa la politica, così parlano i potenti del mondo, per tweet e attraverso Face Book che udite bene è uno dei principali mezzi d’informazione. Gli algoritmi costruiscono intorno a noi bolle informative, per assecondarci, per stimolarci e venderci prodotti e servizi, dandoci un’immagine del mondo distorta. Facebook è diventato per molti il primo mezzo d’informazione, un mezzo che però poco ha a che fare con la realtà e molto con il marketing e la manipolazione. Lo spiega bene e senza mezzi termini Roger McNamee, uno dei protagonisti dell’ascesa di Zuckerberg nel suo libro “Zucked”. 

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