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Il Piano Mattei due anni dopo: tra ambizioni e cantieri aperti

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La cooperazione come nuovo paradigma o come nuovo brand?

di Antonio Martinelli Carraresi

C’è una domanda che attraversa il dibattito sulla politica estera italiana da quando, nel gennaio 2024, il Piano Mattei è diventato legge: stiamo assistendo a un vero cambio di paradigma nei rapporti tra Italia e Africa, o all’ennesimo tentativo di rinominare logiche consolidate con un vocabolario più contemporaneo? A oltre due anni dal lancio, i dati permettono finalmente di andare oltre le dichiarazioni d’intento.

La promessa

Il Piano nasce con un’ambizione esplicita. Nelle parole della Presidente del Consiglio Meloni, si tratta di un approccio «non predatorio, non paternalistico, non caritatevole» — un partenariato paritario fondato sulla co-programmazione con i Paesi africani. Cinque miliardi e mezzo di euro lungo sei direttrici: istruzione, sanità, acqua, agricoltura, energia, infrastrutture.

Il contesto geopolitico rafforza l’urgenza: con il gas russo quasi azzerato entro il 2026, il Mediterraneo allargato e il continente africano sono diventati assi strategici imprescindibili per l’Italia. L’Africa non è più solo destinataria di aiuti: è un partner che Roma non può permettersi di trattare come tale.

I  progressi reali

La seconda relazione annuale, trasmessa alle Camere nel luglio 2025, registra segnali concreti. Cinque nuovi Paesi — Angola, Ghana, Mauritania, Senegal e Tanzania — sono stati aggiunti ai nove inizialmente coinvolti, e l’Italia ha dichiarato l’intenzione di convertire circa 235 milioni di euro di crediti bilaterali in progetti di cooperazione allo sviluppo.

Sul piano finanziario, sono stati attivati una task force con la Banca Mondiale, un canale con la Banca Africana di Sviluppo, il Plafond Africa in seno a Cassa Depositi e Prestiti e la piattaforma di co-investimento Growth and Resilience Platform for Africa. Il vertice del giugno 2025 a Roma, co-presieduto con von der Leyen, ha segnato un passaggio rilevante: undici intese sottoscritte e impegni congiunti per 1,2 miliardi di euro nell’ambito del raccordo tra Piano Mattei e Global Gateway europeo.

Le zone d’ombra

Eppure i numeri invitano alla cautela. Su 64 iniziative censite, 29 sono classificate come operative mentre le restanti 35 risultano ancora interlocutorie, descritte come «in corso» o «in fase di valutazione». In cooperazione allo sviluppo, la distanza tra un accordo firmato e un intervento con impatto reale sulla vita delle persone è spesso la distanza tra la politica e la realtà.

Rimane poi una tensione strutturale difficile da ignorare: il Piano nasce in risposta a una crisi energetica, affida a ENI un ruolo centrale, e fatica a coinvolgere la società civile africana nella definizione delle priorità. È ancora cooperazione allo sviluppo? O è più onesto definirlo per quello che è, una strategia di interesse nazionale intelligente, che usa il linguaggio dello sviluppo per perseguire obiettivi geopolitici legittimi?

Conclusione

Il Piano Mattei ha rimesso l’Africa al centro della strategia italiana in controtendenza rispetto alla riduzione globale degli aiuti allo sviluppo. Ha costruito architetture finanziarie e diplomatiche che non esistevano. Ma la vera discontinuità che un partenariato non predatorio richiederebbe — l’ownership africana, la capacità dei Paesi partner di definire le priorità — resta ancora la promessa più difficile da mantenere.

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