Come gli emigrati italiani hanno cambiato il mondo

By 22 luglio 2017Diritti umani

Il miglior omaggio che il paese può fare alla Storia dei nostri parenti e amici all’estero è di garantire che non ripeteremo in patria gli sbagli del passato fatti sulla pelle dei nostri connazionali.

di Gianni Pezzano

 


La realtà della vita degli emigrati italiani è più complicata dei luoghi comuni, però vale la pena guardare le loro esperienze all’estero per capire il futuro che affronterà l’Italia nei prossimi decenni con l’arrivo e l’integrazione di vere comunità di immigrati che avranno gli stessi effetti nel Bel Paese che abbiamo visto nei paesi di residenza dei nostri parenti e amici in giro il mondo.

 

Famiglie, paesani e compari

 


Utilizziamo il modello più visto nelle ondate di emigrazione italiana. Le ondate sono iniziate con i pionieri che hanno preso i primi passi verso gli Stati Uniti, il Canada, l’Australia, l’Argentina e molti paesi europei. Una volta stabilitisi in questi paesi hanno cominciato ad incoraggiare le loro famiglie e di conseguenza i ‘paesani’ ad emigrare verso luoghi dove avrebbero poi passato il resto delle loro vite e dove ora si trovano i loro discendenti.

 

In effetti gli immigrati italiani formavano colonie e tendevano a interagire all’interno delle loro comunità. Si frequentavano, si sposavano tra di loro e cominciavano a praticare le tradizioni più importanti dei loro rispettivi paesi d’origine. Praticavano la loro cucina entro i limiti degli ingredienti disponibili e, con il tempo chiedevano a coloro che erano in arrivo di portare, spesso di nascosto, semi di verdure e alberi che mancavano nel nuovo paese. Cosi iniziavano a creare una cultura nuova con cucine che cambiavano e venivano identificate come italiane per le origini, anche se molto spesso sono variazioni di temi e non  i patti originali.

 

Molte famiglie avevano le tradizioni del maiale e del vino, con l’aggiunto della grappa per i veneti e i friulani e alcune di queste hanno portato alla creazione di nuove industrie in paesi come  l’Australia e gli Stati Uniti dove le tradizioni vinicole erano tedesche o francesi.

 

La lingua

 

Questa tendenza, soprattutto nel primo decennio di residenze nel nuovo paese, ha avuto l’effetto che le lingua parlate all’estero tra gli emigrati italiani, e ovviamente i loro figli, non era la lingua nazionale, ma i vari dialetti d’origine. La vita famigliare tra i paesani voleva dire che per i loro figli quel che parlavano era l’italiano e solo eventuali incontri con compagni di scuola di origine italiane diverse hanno cominciato a far capire che c’erano grandi differenze di lingua e anche tradizioni tra gli emigrati italiani. Inoltre, la lingua e i dialetti cambiavano con il tempo quando gli emigrati incontravano situazioni nuove di lavoro e di vita che costringevano loro a creare nuove parole, spesso modifiche italianizzate della lingua del paese di residenza, qualunque sia stata questa lingua.

 

Per molti dei figli degli emigrati il massimo impatto delle differenze di lingua italiano e i moltissimi dialetti,  è arrivato con i primi viaggi in Italia quando si trovavano a parlare con nonni, zii e cugini e si sono resi conto che quel che parlavano non era l’italiano, ma qualcosa di nuovo. Per molti questa scoperta è stata, come per chi scrive, quella che ha portato alla svolta nella loro vita in cerca della loro vera identità.

Ma c’era un aspetto delle tradizioni italiane che, particolarmente per la prima generazione, ha sempre avuto un ruolo determinante sia nei paesi di nascita che nei nuovi paesi di residenza.

 

La fede

 

Naturalmente la fede cattolica della maggior parte degli emigrati italiani li ha seguiti nei nuovi paesi. In molti di questi paesi ordini di sacerdoti, come gli Scalabriniani, e di monache di lingua italiana,  hanno formato sedi nuove in queste paesi per dare assistenza spirituale ai nostri connazionali all’estero. Però, il contributo religioso più grande ai nuovi paesi di residenza è stato da parte degli emigrati stessi.

Con il tempo e  la creazione delle grandi comunità in moltissimi paesi ha portato all’organizzazione delle feste dei santi patroni e le madonne sparsi per tutta la penisola italiana.

 

Cosi la Madonna dei Martiri di Molfetta è festeggiata tra le varie comunità molfettesi in Australia e ogni weekend in qualche parte del mondo moltissimi paesi d’origine sono ricordati nella forma del loro santo o Madonna. Senza dubbio il caso più famoso è quello della Festa di San Gennaro a New York, ma quella festa ora sta cambiando con gli inevitabili cambi all’interno della comunità napoletana locale, ora che non ci sono più gli immigrati originali e i loro discendenti sono sempre più laici, oppure hanno cambiato religione. Ora la festa sta diventando sempre di più una festa multiculturale riconoscendo le altre comunità non americane della Grande Mela ed è giusto e naturale che sia così.

 

Conflitti religiosi

 

Bisogna ricordare che spesso queste feste paesane non erano ben viste all’inizio, non solo da parte dei nuovi connazionali, particolarmente nei paesi come l’Australia e gli Stati Uniti dove sono di maggioranza protestante. Infatti, le tradizioni religiose italiane erano viste male da parte dei sacerdoti cattolici non italiani, molto spesso quelli irlandesi, che le consideravano quasi alla pari di feste pagane. Ma pian, piano queste feste si sono stabilite nella vita e le tradizioni delle comunità italiane nel mondo.

 

Dopo inizi limitati, spesso per motivi economici, con l’arrivo del benessere finanziario degli emigrati italiani, le feste religiose sono diventate sempre più grandi e non è raro che le settimane delle feste vengano celebrate da sacerdoti provenienti dai vari paesi d’origine.

 

In questo modo molte comunità italiane all’estero sono riuscite a mantenere contatto con le loro radici e le loro tradizioni. Purtroppo, come insegna il caso New York con la Festa di San Gennaro, è difficile per le varie comunità continuare a fare queste feste, specialmente quando gli immigrati italiani originali non ci sono più.

 

Impegni nuovi di famiglia, la mancanza di contatti continui con l’Italia e, peggio ancora, la perdita della lingua italiana e le tradizioni famigliari con i matrimoni con ‘non paesani’ e, sempre di più spesso con gente di altre nazionalità, vuol dire che queste manifestazioni rischiano di sparire.

 

Si può solo sperare che i vari comitati organizzatori all’estero, come anche i consigli comunali in Italia cerchino soluzioni per poter mantenere questi contatti tra l’Italia e i discendenti degli emigrati italiani originali.

 

Queste comunità, con il loro contributo enorme alle famiglie rimaste in Italia e, particolarmente, con la rete commerciale che hanno creato tra l’Italia e i paesi di residenza, hanno fatto parte e continuano a fare parte della Storia d’Italia e, come paese dobbiamo renderci conto e riconoscere questi contributi e non semplicemente con qualche onorificenza per la Festa della Repubblica, ma assicurando che la Storia dell’emigrazione italiana non sia persa e che sarà ricordata e anche insegnata a scuola.

 

Il futuro e l’Italia.

 

Potrebbe sembrare strano utilizzare questi esempi per poi parlare dell’Italia di oggigiorno, ma il tempo dimostrerà che quei modelli che abbiamo visto all’estero saranno ripetuti in Italia tra le varie comunità di immigrati che ora vediamo nel Bel Paese.

 

Troppo spesso i nostri politici dimenticano che proprio noi italiani con il nostro comportamento abbiamo dimostrato una realtà profonda della Storia dell’Uomo. Gli immigrati portano cambi nei loro nuovi paesi di residenza, come portano cambi ai loro paesi di origine, con i loro contributi finanziari alle famiglie in Patria.

 

Dobbiamo guardare i nostri esempi in paesi come l’Argentina, l’Australia, gli Stati Uniti e ciascun paese dove si trovano emigrati italiani e le loro famiglie per capire che i cambi son inevitabili e che non dobbiamo temere il futuro.

 

Anzi, abbiamo l’obbligo come paese di assicurare che questi cambi non saranno fonti di discordia come abbiamo visto all’estero con violenze ai nostri connazionali, come i linciaggi negli Stati Uniti , Francia e il Belgio, ma che saranno la fonte per creare un futuro ancora più ricco, in ogni campo, per il nostro paese.

 

Dobbiamo imparare dagli esempi buoni  e cattivi dall’estero e assicurare che l’integrazione che stiamo affrontando sempre di più sia programmata e pacifica. E il primo passo è di riconoscere che abbiamo tutti il diritto alle nostre tradizioni. Come è successo all’estero dove, eventualmente, le nostre tradizioni sono state accettate e assorbite nei nuovi paesi di residenza, cosi dobbiamo anche noi fare in Italia.

 

Il miglior omaggio che il paese può fare alla Storia dei nostri parenti e amici all’estero è di garantire che non ripeteremo gli sbagli del passato all’estero sulla pelle dei nostri connazionali. Come abbiamo visto in paese dopo paese l’integrazione non è una strada a senso unico ma a patto che sia riconosciuto da tutti, a partire dai nostri politici.

 

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