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Cinema & Teatro

GIOVANNA DARK, il bianco e il nero nella storia della “Pulzella d’Orleans”

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Sette attori, anzi otto – la voce fuori campo come un protagonista scomodo – nella messinscena di Giovanna Dark, per la regia e l’adattamento di Matteo Fasanella al Teatrosophia, nel cuore di Roma, dal 9 al 12 aprile, dal 16 al 19 aprile 2026

di Angela Celesti

Tutto è pronto per la rappresentazione di un mito come Giovanna D’Arco, storia e leggenda rivisitata più volte nella letteratura (da Shakespeare che la rappresenta in modo controverso nell’Enrico VI, a Voltaire), nel cinema muto con il regista Carl Theodor Dreyer, e poi Birkin e Besson, nel dramma lirico da Verdi alla cantata di Rossini, simbolo femminista e figura iconica della storia europea. Un’eroina francese Jeanne d’Arc (1412-1431), venerata in seguito come santa patrona di Francia dalla chiesa cattolica quale debito per la morte di cui fu complice, anche se orchestrata dai nemici inglesi e filo inglesi della Borgogna, una farsa l’accusa di eresia e stregoneria molto in voga all’epoca dei tribunali ecclesiastici.

Il potere è il movente sempre in agguato e gli attori, ben diretti da Matteo Fasanella, ispirato anche dalla versione di Luc Besson, interpretano, si immedesimano, aggiungono e sottraggono ai veri protagonisti che sono molto più inquietanti e assetati di potere. È il caso di Pietro Bovi che intiepidisce la figura del sovrano Carlo VII, in una rilettura fanciullesca dell’allora timoroso futuro re di Francia che chiuderà la guerra dei Cent’anni accanto alla regina Maria D’Angiò (la bravissima Diana Forlani) che ne sorregge ogni piccola esitazione con ferma determinazione e carattere.

Lo spettacolo, nello spazio ridotto del Teatrosophia, si espande attraverso i toni della voce, come quella del capitano Gilles De Rais – interpretato da Lorenzo Martinelli – che ha mantenuto accentuato l’aspetto tonante per tutto lo spettacolo, a sottolineare lo stridore delle armi e il profondo dissenso della presenza di Giovanna, minuta figura di contadinella della Lorena che nulla ha a che fare con guerre e battaglie. Giovanna, interpretata da Sabrina Sacchelli, è perfetta nel viso e nello sguardo “perso” nei momenti più crudi della vicenda, meno nel dialogo con il sovrano che risulta flebile e impacciato.

Una Giovanna volutamente imperfetta che non ha nulla della guerriera e che ci ricorda il personaggio “semola” della Spada nella Roccia di disneyana memoria, impacciato e insicuro con la spada più grande di lui, prima di diventare Re d’Inghilterra. Sorretta da un bravissimo Nicolò Berti nel ruolo del messaggero Jean d’Aulon, la versione guerriera di Giovanna prende forma (interessante e convincente la vestizione con l’armatura). Non meno rilevante la figura del vescovo Pierre Cauchon magistralmente interpretato da Guido Lomoro, impeccabile, incarna perfettamenteo il ruolo di artefice e guida del processo a Giovanna, una grande ingiustizia che lo portò a una scomunica postuma in seguito al ribaltamento (1455) dell’ignobile verdetto.

Nello spettacolo Giovanna Dark tutto è citato, i dialoghi, le contraddizioni di una delle vicende più emblematiche della storia medioevale che ha per sfondo la Francia debole, frammentata e logorata dagli inglesi nella guerra dei Cento Anni. Qui la protagonista irrompe nella corte del Delfino Carlo, futuro re e in battaglia vince recuperando con tutta la determinazione a portare avanti la sua missione. Libererà gran parte del territorio ostinata e vocata dalla sua missione guidata da Dio, dove lei incarna “Il tamburo in cui Dio batte il suo messaggio”, rincuorando così l’animo e l’orgoglio perduto dei francesi anche se ciò non basterà. Ben presto infatti Giovanna fu venduta agli inglesi dagli abitanti della Borgogna, sotto gli occhi di re Carlo, che sciogliendo ogni minimo filo che lo possa legare alla nobile guerriera, lascia che sia   processata e messa al rogo.

La riscrittura di Fasanella, che alla fine si palesa anche in scena, interpretando il personaggio di “Bianco e Nero”, emblema del bene e del male, ovvero quella sottile ambiguità – tra tutto ciò che è sacro e la guerra – che aleggia nella coscienza della Pulzella d’Orleans, ormai vinta e prossima al rogo. Una vita da eroina, una donna scomoda, che nella scena finale commuove un po’ tutti: il Re, il vescovo, il suo amico Jean, la gelida regina e l’indomito capitano. Sotto lo sguardo di quella figura duale che si interroga, la coscienza attraverso la quale Giovanna guarda sé stessa, quasi a voler decifrare il senso dell’eroicità e del martirio per il suo sconfinato amore verso l’amata patria e un Dio che sembra averla abbandonata del tutto. Impietriti i protagonisti sparsi sulla scena finale, mentre la disastrosa storia va avanti tra le fiamme e il fumo. Proprio come oggi, 600 anni dopo, la guerra e i rovi lasciano impietriti gli uomini come allora manchevoli di quella “coscienza collettiva” che avrebbe forse salvato la “Pucelle d’Orleans” dal rogo.

Chiudo come un sipario, citando le parole ineluttabili di Fabrizio De André nel brano a lei dedicato:“E fu dal profondo del suo cuore rovente / Che lui prese Giovanna  e la colpì nel segno / E lei capì, chiaramente che se lui era il fuoco / Lei doveva essere il legno”.

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