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AUTO ELETTRICHE: AUMENTANO LE VENDITE

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Avvenia (www.avvenia.com) traccia un bilancio. Ecco il valore dell’efficienza energetica e l’impatto sulle materie prime: cobalto e litio diventeranno l’oro del futuro

Perderanno valore il petrolio, il platino ed il palladio, si rivaluteranno invece il cobalto ed il litio. A metterlo in evidenza, analizzando l’andamento del mercato delle auto elettriche, è Avvenia (www.avvenia.com), uno dei maggiori player italiani nell’ambito dell’efficienza energetica e della sostenibilità ambientale.

«Il boom delle auto elettriche nelle nostre città è ormai sotto gli occhi di tutti ed è un fenomeno da analizzare con attenzione. Sulla scia di Stati Uniti, Cina e Giappone, i mercati forse più maturi in questo ambito, le vendite stanno aumentando esponenzialmente anche in Italia» puntualizza l’ingegner Giovanni Campaniello, fondatore ed amministratore unico di Avvenia.

Quali sono i numeri nel nostro Paese? «Nel 2016 sono state vendute 1373 auto elettriche, pari allo 0,1% delle immatricolazioni complessive e di tutte le macchine oggi in circolazione un’auto ogni cinquemila è alimentata prevalentemente ad energia elettrica» risponde il dott. Alessio Cristofari, Direttore dello Sviluppo Business di Avvenia.

Insomma in Italia i numeri faticano ancora a decollare del tutto, ma sono già di rilievo ed i risultati in termini di benefici per l’ambiente sono indiscutibili, grazie alla comprovata efficienza energetica ed all’affidabilità del motore elettrico rispetto a quello tradizionale.

«In effetti i gas serra si riducono di molto se consideriamo l’intero ciclo di vita della produzione elettrica: da 120 gCO2/km delle migliori EURO 6 a 40 gCO2/km delle auto elettriche» commenta il dott. Alessio Cristofari.

L’unico aspetto problematico è invece quello del costo dell’elettricità per ricaricare le automobili, un costo che può variare molto di più di quello della benzina o del gasolio, in funzione di come e di dove si effettua la ricarica.

E non è inusuale che i modelli elettrici sotto ai 30 mila euro non includano la batteria che viene poi noleggiata dalla casa madre a costi extra così come la necessaria attrezzatura per la ricarica da colonnina pubblica oppure per il «wallbox» da installare nel proprio garage.

Ma, secondo l’analisi degli specialisti di Avvenia, l’impatto maggiore dell’auto elettrica sarà sulle materie prime: la domanda di petrolio poco a poco rallenterà nei prossimi anni ed anche il palladio ed il platino perderanno di importanza.

Quello che è stato considerato per anni «oro nero» perderà il trono a vantaggio del litio, che sta già guadagnando il soprannome di «petrolio bianco». Le batterie dei veicoli elettrici sono fatte proprio di questo minerale.

Lo scenario tracciato da Avvenia a livello mondiale prevede un totale di 150 milioni di veicoli elettrici in circolazione nel 2040, contro l’1,3 milioni di auto elettriche di oggi, alimentate per il 37% da energie rinnovabili che invece oggi rappresentano il 23%.

«E dato che le batterie delle auto elettriche non sono dotate di catalizzatori ricchi di platino e palladio, la domanda di questi metalli preziosi sarà influenzata negativamente dalla crescita di questo tipo di veicoli» concludono gli analisti di Avvenia.

Elemento chiave per il futuro delle batterie per auto elettriche è invece il cobalto. Gli esperti di Avvenia stimano che l’80% delle auto elettriche userà il cobalto per estendere la loro autonomia. Ma la fornitura del minerale affronta i rischi politici del principale fornitore mondiale, la Repubblica Democratica del Congo, e la speculazione degli investitori che si aspettano che il prezzo possa salire alla fonte.

Il cobalto è presente quasi in tutti i nostri dispositivi, dai telefoni cellulari ai computer, e sarà essenziale per il futuro dell’auto elettrica essendo questo minerale indispensabile per riuscire ad estendere la durata delle batterie al litio da cui dipende l’autonomia delle auto elettriche.

Se per produrre una batteria del cellulare c’è bisogno di 5 grammi di litio, per una autovettura ce ne vogliono anche più di 60. «Così per ogni punto percentuale di quota di mercato che la vettura elettrica riuscirà a strappare a quella tradizionale, la domanda di litio salirà di 70 mila tonnellate al giorno» conclude il dott. Alessio Cristofari.

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Italia

Recovery Fund, Pompei (Deloitte): «Istruzione e ricerca, infrastrutture digitali e trasferimento tecnologico siano priorità su gestione delle risorse comunitarie»

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“Se vogliamo invertire rotta dobbiamo investire sul nostro capitale umano: dalle scuole primarie all’università, dobbiamo investire più soldi in istruzione e ricerca. Solo così possiamo essere un Paese competitivo, dinamico e all’altezza delle sfide del futuro”

«Gli investimenti in istruzione e ricerca devono essere una priorità nella gestione del Recovery Fund. Da anni il nostro Paese registra tassi di crescita e di produttività inferiori alla media Ue. Questi livelli così bassi sono correlati al basso livello di istruzione della nostra popolazione». A dirlo è Fabio Pompei, Ceo di Deloitte Italia, durante la puntata di questa mattina di Caffè Affari, il programma di approfondimento economico della mattina di Class CNBC.
«Rispetto alla media Ue abbiamo meno laureati e, soprattutto, come evidenzia anche la ricerca del nostro Osservatorio sulle discipline STEM, meno competenze in discipline tecnico-scientifico», ha aggiunto Pompei. «Ma per innovare e tornare a crescere, sono proprio queste competenze quelle di cui abbiamo più bisogno. La loro carenza è tale, nel nostro Paese, che, secondo il nostro studio, 1 impresa su 4 ha avuto difficoltà a reperire profili professionali Stem nel momento del bisogno.

Un dato pazzesco, se si considera che l’Italia è anche uno dei Paesi Ue con i più alti tassi di disoccupazione giovanile: oltre il 30% dei nostri ragazzi è disoccupato. Se vogliamo invertire rotta dobbiamo investire sul nostro capitale umano: dalle scuole primarie all’università, dobbiamo investire più soldi in istruzione e ricerca. Solo così possiamo essere un Paese competitivo, dinamico e all’altezza delle sfide del futuro».
 Ma oltre alla formazione del capitale umano, un’altra grande sfida attende il nostro Paese: «Secondo il Digital Economy and Society Index 2020, pubblicato dalla Commissione Europea, l’Italia è al quart’ultimo posto (25ª) per digitalizzazione, davanti soltanto a Romania, Grecia e Bulgaria. Connettività a banda larga, integrazione delle tecnologie digitali, reti ad alta capacità, servizi pubblici digitali: il nostro Paese registra punteggi al di sotto della media Ue e queste lacune vanno colmate con la grande occasione offerta dalle risorse messe sul tavolo europeo dal Recovery Fund», ha sottolineato l’amministratore delegato.

«La pandemia ha accelerato i processi innovativi in atto e aumentato il ricorso alla tecnologia, per queste ragioni la digitalizzazione del nostro Paese va considerata come asset strategico dal governo, come pilastro del programma di sviluppo economico e motore di crescita dell’Italia. Più che mai nei mesi avvenire le risorse digitali saranno indispensabili per offrire competitiva, ma già in passato, come evidenziato dalla pandemia, il ricorso alle tecnologie digitali è stato fondamentale per la tenuta economica e sociale. In questo momento è auspicabile che le istituzioni incaricate di pianificare gli interventi trovino anche nel privato una collaborazione, adottando una sinergia che permetta di completare il processo di sviluppo infrastrutturale in Italia».

Di fondamentale importanza, per vincere questa sfida, è migliorare sul fronte del trasferimento tecnologico: «Un Paese votato all’innovazione non può non sviluppare un sistema solido di trasferimento tecnologico, in grado di richiamare i migliori talenti a livello internazionale e allo stesso tempo di destinare investimenti alla ricerca e allo sviluppo. L’obiettivo è quello di favorire le imprese italiane, soprattutto PMI e startup, per dare vita a realtà a elevato contenuto tecnologico. In questa fase serve una strategia nazionale per il trasferimento tecnologico che leghi Università, Centri di Ricerca e mondo delle Imprese, prendendo il meglio dalle best practice internazionali», ha concluso il Ceo di Deloitte. 

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Tecnologia

Il digitale a servizio dei vinili dimenticati

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Online, su tutte le piattaforme musicali, l’ascolto di brani analogici caduti nel dimenticatoio dopo l’avvento dei CD negli anni Ottanta. Ne è protagonista la SUAN edizioni, il cui motto è “salvare il nostro patrimonio discografico prima che sia troppo tardi”

Operazione di nicchia ma di grande importanza culturale quella messa a punto dalla Suan Edizioni, con l’obiettivo di salvare una gran parte del patrimonio discografico italiano che rischia non solo di cadere nel dimenticatoio, ma di sparire per sempre fisicamente. Su tutte le piattaforme digitali online saranno messe infatti a disposizione degli appassionati migliaia di opere musicali “perdute”, ovverosia brani che le etichette non hanno mai digitalizzato.

“Abbiamo già fatto un contratto di distribuzione con i principali canali di distribuzione – afferma Francesco Coniglio (editore e storico della musica), socio a metà con Christian Calabrese (autore e consulente musicale) della Suan – e il primo pacchetto di 188 brani è già on line. Successivamente, ogni mese, usciranno nuovi dischi, mai precedentemente digitalizzati, a incrementare questo eccezionale ascolto di materiali sonori facilitato dalla tecnologia. Per realizzare questo lavoro, una vera e propria missione, dobbiamo ringraziare l’opera di collezionisti e ‘topi da discoteca” che, sebbene rappresentino una rarità, ci forniscono la possibilità di trasmettere la conoscenza musicale del passato sepolta per anni alle nuove generazioni, proprio grazie agli strumenti di loro attuale utilizzo”.

“Un’operazione tanto ardua quanto mai utile – continua Calabrese che con la musica è di casa, essendo figlio del grande autore della canzone italiana Giorgio – Dagli anni Ottanta in poi abbiamo assistito alla graduale distruzione del nostro eccezionale e ricchissimo archivio musicale a causa non solo del passaggio da vinile a Cd che consentiva solo ad alcuni repertori di essere digitalizzato, ma anche per la scomparsa di etichette discografiche familiari la cui produzione costituiva delle autentiche “chicche” per i nostri ascolti. È tempo di salvare il salvabile prima che sia troppo tardi e in questo la legislazione italiana in materia di diritto d’autore, tra le più avanzate del mondo, ci assiste, prevedendo anche la difesa del diritto morale dell’autore.”

Tra i titoli in repertorio della prima uscita si annoverano dischi introvabili di Jula De Palma, Quartetto Cetra, Katyna Ranieri, Bruno Martino, Renato Rascel, Wera Nepy, D’Artega e la sua orchestra, Dino Olivieri, Milva, Claudio Villa, Sergio Bruni, Umberto Tucci e Oreste Turrini, Vinicio, Eleonora Rossi Drago e Paolo Ferrari, Elio Mauro, Narciso Parigi, Silvio Noto, Tony Del Monaco, Betty Curtis, Dario Fo, Johnny Dorelli, Natalino Otto.

Ma la SUAN Edizioni non si ferma qui: la digitalizzazione dei vinili dimenticati non è che la prima di una serie di iniziative editoriali (e non) per salvare, ricostruire, riorganizzare, preservare e ristampare una immensa parte del patrimonio discografico italiano non più fruibile da molti decenni. E lo farà… prima che sia troppo tardi!

Scegliere come iniziare un’avventura editoriale con migliaia di brani a disposizione ma dovendo pescare – per ora ! – solo tra canzoni prima di una certa data è limitante, soprattutto perché lo streaming è cosa comune quasi esclusivamente tra le nuove generazioni, quelle nate quando internet già c’era. Dovendo fare questa scelta ci siamo affidati a cose un po’ più particolari, come i due EP con le poesie di Dario Fo e quello recitato da Eleonora Rossi Drago.

Ma anche a “pezzi da novanta” come Renato Rascel, Jula De Palma, Katyna Ranieri e il Quartetto Cetra. Così come non li avete mai sentiti, cioè in qualità super. Aspettando le novità di dicembre, con i primi due 45 giri di Orietta Berti (mai digitalizzati!) l’anteprima del singolo inedito di Mia Martini e naturalmente, tanto Natale.

LA DISTRUZIONE DEL PATRIMONIO DISCOGRAFICO ITALIANO

Ricordate gli anni 80? Fu circa alla metà di quel decennio che le etichette discografiche riunite iniziarono a scavare la fossa al patrimonio culturale sonoro italiano. L’operazione fu semplice e andò liscia come olio. Il nuovo supporto digitale, il Compact Disc, prevedeva che la musica registrata in analogico fosse passata in formato digitale. Il protocollo era questo: digitalizzare solo quella parte dei cataloghi ritenuti “altovendenti”. De Gregori sì, Giorgio Lo Cascio no, Baglioni sì, Donatello no. E per ogni autore e artista noto e venduto venivano buttati nella fossa comune decine e centinaia di altri autori/artisti. In quel decennio si consumò anche la fine di quella grande diversificazione delle etichette familiari e indipendenti che costituivano la vivace e variegata discografia italiana, che in parte chiusero i battenti per fallimento o per cessione dei marchi e dei cataloghi alle cosiddette Major. Emblematici i passaggi RCA Italiana, BMG, Sony. In quegli anni di fallimenti, crack finanziari, acquisizioni, fusioni e concentrazioni la perdita, lo smarrimento e la distruzione fisica di interi archivi di registrazioni, di master, di multipista, di database, di contratti, di partiture degli arrangiamenti fu devastante e generalizzata. Le conseguenze di questa folle distruzione di un patrimonio culturale immenso non sono ancora chiare e definitive. Quel che rimane degli archivi di un tempo giace in magazzini polverosi in attesa di essere definitivamente dismesso e in alcuni casi questi magazzini sono al di fuori del territorio italiano. È possibile che i master originali delle prime 34 registrazioni originali di Domenico Modugno (mai digitalizzate e ristampate dalla RCA Italiana, dalla BMG e dalla Sony) rimangano accatastati (se vi fossero ancora?) in un magazzino in terra di Germania?

(estratto da “Vinile” n. 27, ottobre 2020)

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Tecnologia

Fake news e frodi on line: arriva l’analista di Intelligenza artificiale “virtuale”

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Ogni anno bruciati 5mila mld di dollari a causa delle truffe: Deephound lancia Artificial Intelligence Analyst


Un analista di Intelligenza artificiale “virtuale” – con un livello di automazione del 75% – in grado di velocizzare le operazioni di analisi e aiutare gli utenti alle prese con operazioni economico/finanziarie online a prendere decisioni in tutta sicurezza e minimizzare i rischi di frode.

Si chiama Artificial Intelligence Analyst la piattaforma di intelligenza artificiale che unisce l’Open Source Intelligence, cioè la capacità di analizzare fonti e verificare informazioni a partire dalle risorse disponibili al pubblico che devono essere accessibili senza violare nessuna legge sul copyright o sulla privacy, con quelle del Deep Insight, ovvero le procedure intuitive proprie delle scelte umane, in modo tale da offrire gli strumenti e le tecnologie per svolgere, in autonomia, tutte le attività dell’analista di Intelligence. Ad annunciare l’arrivo della piattaforma è Deephound, tech company italo-inglese fondata nel 2018 da tre ragazzi romani, Alessia Gianaroli, Rosbeh Zakikhani e Marco Menichelli, con sede a Londra e – da pochissimo – sbarcata anche nella Capitale.

“Deephound nasce come laboratorio di analisi sulle fake news – racconta Rosbeh Zakikhani, founder della società – ma ben presto ci siamo accorti che il mercato non era ancora pronto per considerare il fact-checking come servizio e ad acquistarlo in quanto tale, quindi abbiamo deciso di spostarci sulla business intelligence”. Un’intuizione vincente, se si pensa che ogni anno nel mondo si perdono circa 5 mila miliardi di dollari a causa di frodi e che, tra pochi anni, il 98% delle informazioni viaggerà sul web. Su internet circolano miliardi di informazioni e contenuti provenienti da varie fonti: la capacità di valutare l’affidabilità di queste ultime, di ciò che veicolano e quindi individuare i relativi autori è una delle principali attività dell’analista di intelligence.

Grazie alla nuova piattaforma, l’analista artificiale sarà in grado di automatizzare al 75% il lavoro umano, senza sostituirsi a quest’ultimo ma, al contrario, riuscendo a minimizzare la mole di dati da analizzare e lasciare all’analista “umano” la fase di controllo e verifica delle informazioni e dei risultati. Questo strumento è utile, in particolare, nei casi di operazioni finanziarie, di equity crowdfunding e manovre finanziarie online, cresciute enormemente soprattutto nel periodo di lockdown. Grazie alla piattaforma è possibile infatti velocizzare le azioni di fast screening e di individuazione delle false informazioni nelle fasi di raccolta dei capitali, garantendo così una maggiore accuratezza dei dati a disposizione, tempi più rapidi e costi ridotti.“Abbiamo progettato questa piattaforma con l’obiettivo di superare i fattori che limitano le attività dell’analista esperto – conclude Rosbeh – ma al tempo stesso prendendone a modello le migliori qualità come la competenza, la metodologia e la capacità autonoma di apprendimento”.

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