Attualità
L’amore ai tempi delle dating app: un supermercato di relazioni?
Nuove forme di comunicazione e soprattutto a un nuovo modo per incontrarsi tra sconosciuti della propria età.
di Angela Celesti
“Scusi signorina, prendiamo un caffè?”. Suona ridicola e desueta una tale affermazione, fagocitata dai tempi, ma la mia è solo una “provocazione”. Il linguaggio e i “costumi” della nostra società vengono spesso rimpiazzati e le dating app d’incontri funzionano a scorrimento: lo swipe per esprimere interesse reciproco (match). Un nuovo linguaggio con anglicismi molto più pervasivi e sintetici, in tono con l’era tecnologica. Assistiamo così a nuove forme di comunicazione e soprattutto a un nuovo modo per incontrarsi tra sconosciuti della propria età. La voglia, da parte di molti giovani, di allargare il tiro in un mondo troppo stretto a cui non bastano più gli amici della cerchia personale o dell’università o, allargandosi un po, del gruppo dei colleghi di lavoro. Non basta più incontrarsi per caso, per strada o alle feste di amici, quello che conta è partire da ciò che non vogliamo, pianificando il tutto necessariamente prima.

Da qui l’enorme dilagare di piattaforme web per incontri, molto popolari tra i giovani: Tinder, Bumble, Hinge, Badoo, Yubo… e potrei ancora andare avanti nella landa sconfinata di dating app da smartphone, troppo comode e con un’ampia scelta di potenziali partner. Ma come funzionano? Partiamo innanzitutto dalla tipologia delle app. Tinder per esempio è la più diffusa, direi il mare magnum degli incontri possibili, vasta scelta con un bacino d’utenza molto ampio. Bumble invece è un po’ più soft, la usano soprattutto le donne che, come dire, fanno il primo passo. Hinge è invece l’app “più seria” con la possibilità di un profilo molto dettagliato, con foto e risposte a domande (prompts), permettendo all’utente di lasciare un “mi piace” a contenuti specifici. Tra tutte, la più smart o, concedetemi, prêt-à-porter, è sicuramente LOVOO, che attraverso la geo-localizzazione si combina per incontri in zona, una sorta di radar in tempo reale, come se la persona che si vuole incontrare arrivasse con il drone invece che con i mezzi di trasporto più convenzionali; insomma se pensate sia facile addentrarsi in questo nuovo modo di cercare l’anima gemella, vi sbagliate. Anche perché le stime sul fenomeno, negli ultimi anni, sono in forte crescita soprattutto perché, specie tra i giovanissimi, l’uso delle app d’incontri non è soltanto finalizzato alla ricerca di un partner.

Gli esperti dichiarano che, superata la fase superficiale, come nei primissimi anni del fenomeno, i giovani usano i profili per mostrare interessi sempre più specifici, trovare amicizie, un impegno sociale o ambientale da condividere, una ricerca di obiettivi di vita o semplice affinità tra pari. Fino a qui tutto bene in piena rivoluzione comunicativa; tutto deve essere smart, informale e interattivo, condizione perfetta per essere adeguato, anche se i rischi, specie tra gli adolescenti sono nuove forme di patologie come la like addiction (dipendenza da approvazione social). Dove però cercherò di inoltrarmi, è capire come siamo arrivati anzi, come sono arrivati molti giovani, spessissimo belli, colti e con un lavoro soddisfacente a cercare una relazione attraverso un’app e quali sono le frustrazioni di ritrovarsi continuamente a scegliere come in un catalogo!? Una delle risposte, abbastanza comprensibili, rientra nella possibilità di flirtare con persone in base ai propri gusti, una sorta di “selezione” e di un “mettere in chiaro” a priori, la propria personalità, oltre all’aspetto, l’altezza, il modo di vestire e il tipo di lavoro, cercando segnali precisi (interessi, passioni, stile di vita) a scanso di equivoci nel tentativo di eliminare ambiguità nelle relazioni. Una sorta di “filtro” con tanto di foto, tutte belle e nella “posa” che ti fa conoscere.

Un forte richiamo all’autenticità? Ho i miei dubbi, considerando che ormai siamo, paradossalmente, invasi da fake, mistificazioni e video generati dall’IA, che appaiono come veri. Per concludere, ciò che emerge è che la “selezione” rischia di diventare continuamente una nuova selezione, sempre più stringente e chirurgica con il pericolo di non approfondire nessuna conoscenza nell’illusione che possa esserci sempre qualcosa di meglio. La domanda è: “Tutto questo serve davvero a colmare solitudini e ricerca dell’altro?”. La risposta, anzi il dubbio, è che le infinite possibilità di conoscenze possano diventare apatiche e vuote, quasi svogliate, una sorta di surrogato di rapporto che dopo l’aperitivo o la cena, svanisce, ingurgitato dall’onlife, un flusso dove reale e virtuale si fondono nella condizione esistenziale individuale. La “società delle mangrovie”, per citare una metafora del filosofo Luciano Floridi… dove il fiume incontra il mare vivono le mangrovie, l’acqua non è né salata né dolce: è salmastra. Così viviamo noi!
