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Cinema & Teatro

Elisabetta Villaggio ed il suo “principe nudo”, “Fantozzi dietro le quinte. Oltre la maschera. La vita [vera] di Paolo Villaggio“ 

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Elisabetta Villaggio ed il suo “principe nudo”, “Fantozzi dietro le quinte. Oltre la maschera. La vita [vera] di Paolo Villaggio“ 

Con grande amore, ma nel contempo grande obiettività, il tributo all’uomo ed all’attore nel volume della figlia Elisabetta.  

di Titty Marzano 

Paolo Villaggio, con arguzia e intelligenza, è stato capace, attraverso i suoi personaggi, di farci riflettere. Con un filo di amarezza ci ha fatto ridere dei nostri difetti, della nostra forza ostentata e delle nostre debolezze. Ma lui come era realmente?  Un’esistenza piena e un lavoro appassionante, il suo ritratto nelle pagine della figlia Elisabetta.  

E’ stata sempre, come del resto il fratello Pierfrancesco, “la figlia” di Paolo Villaggio, così come Maura Abites è stata citata sempre come “la moglie”. Una notorietà così veloce, quella dell’attore, da aver oscurato ogni altro che non fosse “un suo personaggio”.  

Chi è allora Elisabetta Villaggio ? Elisabetta ha studiato Filosofia all’Università di Bologna e frequentato un Master in Cinema e televisione a Los Angeles all’Usc (University of South California). Ha lavorato in televisione come assistente alla regia, regista, autrice e consulente per programmi Rai, Mediaset, La7, insegna alla Rufa (Rome University of Fine Arts).
La sua produzione artistica annovera, tra le altre cose, un cortometraggio, Taxi, selezionato alla Mostra del Cinema di Venezia, la direzione del film Luna e le altre, il documentario Paolo Villaggio: mi racconto e l’opera teatrale Marilyn, gli ultimi tre giorni. Ha pubblicato Marilyn: un intrigo dietro la morte, Una vita bizzarra, La mustang rossa, In viaggio con Poldina e scritto la mise en scène Io sono Virginia

In “Una vita bizzarra”, narrando gli eventi che scandiscono la vita di Rosa, le vicissitudini che coinvolgono la sua famiglia e Benedetta, la sua “migliore amica”, Elisabetta Villaggio ci raccontava già, in una storia romanzata, un po’ di sé e della sua famiglia. Anche le lotte giovanili degli anni ’70, le rivoluzioni, l’impegno politico e della voglia di cambiare il mondo che le generazioni di quegli anni avevano fortemente creduto possibile.  

La famiglia e l’amicizia, perno centrale, per definire i rapporti veri, quelli che ti consentono di aver voglia di tornare e ritrovarti. 

 

In “Fantozzi dietro le quinte“ scopriamo un po’ di più di questa famiglia. Un libro sulle pieghe più nascoste del carattere di tuo padre, una persona splendida ma schiva che lasciava a pochi la possibilità di conoscerlo e leggerlo veramente. Perché questo libro e perché ora? 

Molte persone mi chiedevano informazioni, soprattutto relativamente a episodi della vita e ai film di mio padre. Mi sono accorta di non conoscere tutto ed a questo punto ho deciso di mettere per iscritto un po’ tutto, tra quelli che erano ricordi, non solo miei ma anche degli altri familiari e di amici, e quello che potevo desumere da documenti. Ho raccontato quindi il percorso di mio padre, persona completamente sconosciuta, impiegato del Cosider (attuale Italsider) che, nel giro di poco, è diventato famosissimo, stravolgendo completamente le nostre vite ma riuscendo a realizzare ciò che amava di più. 

 

Padre palermitano, madre veneziana, nato a Genova. Cosa conservava Paolo Villaggio delle caratteristiche proprie delle origini? 

Del suo essere siciliano conservava la “drammaticità” cui si opponeva l’allegria e la “rigidità” del carattere veneziano. Dell’essere genovese, il pudore nei sentimenti ed una grande educazione. Un pudore nei sentimenti manifestato anche all’interno della famiglia. 

 

Una giovanissima coppia quella dei tuoi genitori. Nella loro storia, molto discreta e riservata, un grande amore. Ce ne parli? 

Nel mio libro ne parla direttamente mia madre, che aveva sedici anni quando ebbe inizio la loro storia. Una storia che è proseguita fino alla morte di mio padre, non senza problemi nel corso del loro matrimonio: non sono mancate le scappatelle da ambedue le parti. Un rapporto molto aperto il loro ma con il desiderio, sempre, di ritornare insieme.  

 

Un uomo dai sentimenti forti. Come è stato “essere sua figlia” e cosa è cambiato in lui con l’aumentare della notorietà? 

Non mi sono mai annoiata. E’ stato un padre sempre pieno di iniziativa e curiosità, con una grande forza intellettuale. Da piccola mi sono trovata travolta dal suo successo, avevo circa otto anni quando ci trasferimmo a Roma e nove quando iniziò la televisione. Da lì la notorietà che ci travolse in quello che definirei uno tzunami. Abbiamo provato tutti il desiderio di essere meno sotto i riflettori e di averlo un po’ di più con noi. 

 

In cosa è stato diverso il rapporto di tuo padre con tuo figlio, Andreas? 

Avendo un carattere molto simile noi ci scontravamo spesso. Verso di me aveva grandi aspettative e questo mi creava quasi fastidio. Solo da adulta ho compreso che era il suo modo di spronarmi.  Con Andreas è stato subito il grande amore che provano i nonni che nel tempo si è trasformato in una grande sintonia. Soprattutto mio padre aveva finalmente del tempo, quello che a noi è mancato molto. Mio figlio ha ereditato sicuramente da lui l’ironia sottile, che né io né mio fratello abbiamo. Nel periodo in cui mio figlio ha lavorato a New York tra loro vi sono state lunghissime telefonate, molto intime ed affettuose. 

 

Tuo padre ha iniziato con il teatro, che amava molto, pensi possa aver avuto dei rimpianti? 

No, perché è quello al quale è voluto tornare gli ultimi anni della sua vita. Amava il lavoro e non è mai riuscito a fermarsi. Riusciva a vivere una vita normale fatta di passeggiate e chiacchiere, ma, fino alla fine se non aveva il lavoro gli mancava. 

 

I suoi personaggi hanno tratti caratteriali estremi, solo per citarne alcuni Kranz e Fracchia. Una scelta di rappresentare la società attraverso gli estremi oppure la evidenziazione di caratteri frequenti? 

Penso che mio padre fosse molto estremo di suo. Esagerava in tutto e gli piaceva sconvolgere le persone soltanto con una frasetta più che con un modo di dire.  

 

Ti è rimasto qualcosa che non hai detto o che vorresti dirgli? 

Si. Ti voglio bene. 

 

*Le foto per l’ articolo sono state rilasciate da Elisabetta Villaggio