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Ambiente & Turismo

Castel del monte, La Città delle Tre Corone

Titty Marzano

Pubblicato

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In un piccolo borgo l’esperienza del Museo diffuso

Ci troviamo nel territorio comunale di Castel del Monte, all’interno del Parco nazionale del Gran Sasso, dove tra il garbo delle costruzioni incastonate e sospese nella roccia, si può vivere l’esperienza del Museo diffuso. Cinque stazioni antiche nelle quali è riproposta la tradizione e la vita di un tempo.

 

Pietra incastonata nella pietra. La Città delle Tre Corone di cui narra Tito Livio nell’ VIII libro sulla Storia di Roma, distrutta nel 324 a.c., mostra i suoi tre fossati circolari e concentrici che accolgono i resti delle mura, dalla grande porta d’accesso all’angusto ingresso ai camminamenti per le guardie di ronda nelle fortificazioni. Il primo insediamento ci rende testimonianza di sé in uno scenario straordinario contornato da un ambiente ricco di boschi, piani carsici, rupi, e cime innevate.

Poco più a valle i resti, ricchi di epigrafi ed elementi architettonici romani e medievali, narrano una nuova storia, quella della paziente ed elaborata ricostruzione che non fermò i longobardi costringendo la popolazione allo spostamento sulla rocca, Ricetto, inaccessibile.

Il nome Castel del Monte appare per la prima volta in una bolla pontificia nel 1223, Castellum de Monte. Sotto il dominio degli Acquaviva seguì poi le sorti di tutti quei centri che fecero parte dello Stato di Capestrano, ovverosia il passaggio agli Sforza ed ai Piccolomini, ai Medici ed ai Borbone.

Lo spettacolo che viene offerto attraverso i resti, l’accurata manutenzione dei luoghi, consente di abbracciare con lo sguardo più secoli di storia.

Un’altra parte di storia, quella della quotidianità, è stata racchiusa nel Museo Civico Etnografico uno dei pochi meravigliosi esempi di museo diffuso.

Visitare la Casa Antica, abitazione nobile di Castel del Monte,  ripropone con l’arredamento e gli oggetti lo stile di vita di una famiglia nobile castellana. Composta da grandi stanze ed una stalla, all’interno della quale è allestita una mostra fotografica che racconta il passato del paese, è dotata di un grande camino che la rende ancora viva e molto accogliente.

E se la Casa Antica ci porta al periodo a cavallo tra le due guerre, altra epoca racconta la stazione dedicata a L’Arte della Lana, riportandoci molto più indietro nella storia.

Il museo dedicato alla cultura della lana, la cui produzione fu cosi importante a Castel del Monte, che la famiglia Medici vi stabilì dimora e ne creò attività di esportazione. Infatti, attraverso un loro delegato, per quasi 200 anni requisirono tutta la lana per commercio. All’interno possono osservarsi gli abiti tipici e le particolari coperte fatte in lana, con colori derivati dalle tinture della stessa. Il pezzo più importante, meravigliosamente integro, è il telaio a pedale con i vari fusi.

Torniamo per un po’ in un’epoca prossima nella casa del Forno del Ballo. Qui è in mostra l’arte della panificazione, con tutti i suoi strumenti, nel primo forno sociale utilizzato da tutti i cittadini fino al 1921 e fu detto del ballo poiché fuori dal forno le donne si riunivano ed intonavano canti e balli della tradizione popolare castellana. Il suo uso fu comunque esteso fino alla seconda guerra mondiale per coloro che ne ebbero necessità.

La storia che osserviamo nei due musei dove ora ci rechiamo ci porta lontanissimo, ma anche per alcuni aspetti in un passato prossimo. Un passato comunque duro che ricorda la ricerca di “strappare” alle rocce ed alle pietre la terra da coltivare e la transumanza. Uno strappo gentile poiché nell’ingegno del contadino e del pastore ogni pietra trovò collocazione per costruire riparo.

Il Lavoro nei Campi è il museo che racconta il lavoro agricolo e, per quantità e qualità di manutenzione degli strumenti, il più completo. Gli aratri, i barili, tutti gli attrezzi per la mietitura ci fanno comprendere che le coltivazioni erano prettamente di legumi e cereali.

La Pastorizia è il museo che racconta la storia della transumanza. Gli indumenti tipici dei pastori sembrano pronti per essere nuovamente usati.  Cappa, ombrello e stivali, le forbici per tosare, uncini e barili per la mungitura. Le ceste per il formaggio ricotta, campane e campanacci, collari da difesa del cane pastore abruzzese e uno “stazzo”, il recinto che veniva costruito ogni notte per ricoverare le bestie in cammino.

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