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Da dove nascono pensieri ed emozioni?

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Tra le domande che più interessano gli scienziati ce n’è una particolarmente radicale, primordiale. In che modo nasce in ciascuno di noi la consapevolezza?

​di Alessio Zedda – sociologo

La scienza, come noto, è la disciplina che adotta il metodo del dubbio, che non si accontenta delle certezze, perché la fede pertiene al metafisico e poco ha a che fare con il metodo sperimentale. Tra le domande che più interessano gli scienziati ce n’è una particolarmente radicale, primordiale. In che modo nasce in ciascuno di noi la consapevolezza? Come può essere possibile che i 1500 grammi di materia biologica che noi chiamiamo cervello possa produrre in concreto l’affermazione cartesiana del “cogito, ergo sum”? Già, perché la sensazione stessa di “essere vivi” è prima di tutto un pensiero che origina dal cervello. Per molto tempo, la risposta a questa domanda è stata, almeno apparentemente, logica: il cervello è esattamente come un computer, i neuroni vivono di segnali elettrici che li attraversano, formando una rete enorme, dalla quale scaturiscono tutta una serie di pensieri che, presi insieme, chiamiamo mente.

La scienza, come accade a tutti i pensatori rivoluzionari che non si accontentano delle spiegazioni convenzionali e cercano risposte diverse da quelle comunemente scontate, si imbatte, più o meno trenta anni fa, nel fisico e premio Nobel Roger Penrose e nell’anestesista Stuart Hameroff, autori di un’ipotesi radicale definita Riduzione Obiettiva Orchestrata (ORCH OR). La teoria dei due scienziati considera la coscienza strettamente legata alla fisica quantistica, i cui fenomeni non sono originati dall’attivazione superficiale dei neuroni, ma dal coinvolgimento interno degli stessi, dai cosiddetti microtuboli. Queste parti, da sempre considerate lo “scheletro” della cellula nervosa, per Penrose e Hameroff funzionano come veri e propri processori quantistici. La teoria ha suscitato prevedibili perplessità, in particolare per un’obiezione non da poco. Qualora si trattasse di un meccanismo simile ad un processore, la produzione continua di pensieri lo renderebbe troppo caldo. In effetti l’obiezione è sembrata molto pertinente, visto che tutti i fenomeni quantistici, per la loro connaturata fragilità, vengono osservati in laboratorio a temperature prossime allo zero assoluto.

Data la natura dell’ambiente neuronale, qualsiasi fenomeno quantistico andrebbe distrutto in brevissimo tempo. Fin qui la fisica classica e gli scienziati “conservatori”. La natura, tuttavia, continua a sorprenderci: dalla fotosintesi delle piante, che avviene con efficienza grazie allo sfruttamento della meccanica quantistica, fino alla capacità degli uccelli migratori di orientarsi, grazie alla capacità di comprendere il campo magnetico terrestre attraverso un fenomeno quantistico. Stiamo parlando di contesti biologici pari a quello umano. Perché dunque il cervello dovrebbe rappresentare un’eccezione? Già dal 2024, con gli studi di Michael Wiest, la ricerca sul campo ha dimostrato gli effetti degli anestetici sulle membrane, ma ha rilevato che la loro efficacia sta nell’interazione diretta con i microtuboli. Negli studi degli effetti quantistici sul cervello, disponibili tra il 2022 al 2025 e sottoposti a revisione paritaria sono state individuate prove di entanglement (stati quantistici intrecciati) nei microtuboli a temperatura ambiente.

Se nei prossimi anni la scienza troverà conferma a questi promettenti risultati, ad esempio, avremmo la certezza che i computer (tema cruciale della questione relativa allo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale) non potranno mai essere in grado di sviluppare una coscienza, dal momento che i processori elaborano i dati in maniera classica e non quantistica. L’aspetto più fertile delle ultime ricerche nel campo delle neuroscienze è quello relativo alla comprensione profonda del coma, della perdita di coscienza e delle malattie neurodegenerative. La teoria ORCH OR è nel pieno del dibattito scientifico e lo scetticismo è l’atteggiamento prudenziale di cui abbiamo bisogno per garantirne la piena validità sperimentale. Tuttavia, abbiamo oltrepassato una barriera che sembrava immutabile e, come spesso accade, la curiosità dell’uomo spazia dall’infinitamente grande delle dimensioni spaziali, all’infinitamente piccolo proprio dentro la nostra testa.

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