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Emanuele Mercurio, il regista esule che ripercorre l’Italia “nascosta” con Va’ sentiero
Il regista Emanuele Mercurio presenta il documentario Va’sentiero nelle sale italiane dal 22 ottobre, che racconta il lato nascosto dei sentieri italiani – dalle Alpi alla Sardegna – in un trekking lungo 3 anni.
La Sicilia non gli ha dato i natali, ma la sente dentro aggrovigliata tra le viscere. Si fa scudo di una lente per imprimere terre nascoste e perdute. Fra i suoi oggetti ritualistici ci sono le pagine dei miti, a ricordargli che i moti dell’animo umano seguono lo stesso ritmo.
Potremmo definirlo sciamano: mediatore tra presente e passato da cui assorbe identità, cultura e suono, lui è Emanuele Mercurio. Regista, sceneggiatore e musicista amatoriale pratese con studi giornalistici e di scrittura televisiva di origini palermitane e messinesi, con la memoria orientata a Favignana e il corpo verso Torino, Milano e Roma.
Le metropoli però, lo ingombrano e così torna dove non è mai stato, o meglio, stato solo in infanzia: Favignana. Terra di mezzo per navi – luogo invaso d’estate e “disertato” d’inverno – qui da 2 anni studia un’Italia arcana e poco conosciuta in ogni sua forma: dalle tradizioni, alla musica fino alla cucina.
Un’esplorazione tradotta in storie nel suo ultimo lavoro Va’ sentiero. Documentario uscito il 22 ottobre nelle sale italiane e di cui è possibile richiedere la proiezione nella propria città.
L’opera realizzata con Andrea Buonopane racconta i sentieri perduti dell’Italia mediante un trekking lungo 3 anni a partire dall’era Covid 2019. Venti regioni dalle Alpi, agli Appennini fino alla Sicilia e Sardegna trovano spazio con borghi, tradizioni e comunità nascoste ai molti, ma persistenti in un substrato rurale spettacolare.
Da questo viaggio sono nate: una serie TV distribuita da Sky LaEffe; un libro pubblicato da Rizzoli e vincitore del Premio ITAS 2024; la prima guida digitale completa del Sentiero Italia; una mostra fotografica internazionale acquisita dal Ministero degli Affari Esteri; un archivio fotografico conservato presso l’ICCD del Ministero della Cultura.
Inoltre, il progetto è stato insignito del Grand Prix agli European Heritage Awards / Europa Nostra Awards, il massimo riconoscimento europeo dedicato al patrimonio culturale. Scopriamo, dunque, l’opera grandiosa di questo sciamano che pare abbia pure sostato “accanto” a Christopher Nolan.
Si legge di te che sei in esilio a Favignana. Mi spieghi meglio?
«È una sensazione strana scegliere di vivere su un’isola dopo aver vissuto tanti anni nelle metropoli. Una sensazione di autoesilio per distaccarmi un po’ da molte dinamiche cittadine e ritrovare un’idea di futuro su una piccola isola in un posto remoto. Limitando lo spazio intorno a me sento di comprendere meglio quello che sta succedendo o vorrei far succedere nella mia vita e, in generale, nel luogo in cui vivo».
Che rapporto hai con le tue origini?
«Viscerale. Sto mettendo a fuoco mano a mano, perché parlo una lingua diversa da quella dei miei genitori. Il mio accento, il luogo e la cultura in cui sono cresciuto sono diversi, però lo sento da sempre; nella forza di volontà di mio padre e mia madre di farmi frequentare i luoghi da cui provenivano e tenere in qualche modo unito un legame che invece negli ultimi 2 anni ho deciso di vivere in prima persona per riconoscere qualcosa che ho dentro e riguarda le mie origini, il mio presente e futuro».
Quando hai capito che il tuo percorso virava verso la regia?
«È stata una scoperta in itinere, il mio focus principale è sempre stato la scrittura. Anche realizzando documentari, lo facevo più dal lato della sceneggiatura e del racconto; poi, mi sono reso conto che il modo in cui cercavo di trasmettere quello che la storia specifica aveva da raccontare si legava molto anche all’utilizzo delle immagini, alla scelta delle musiche. Dare una confezione a un certo tipo di prodotto e non solo scrivere la sceneggiatura è diventato automatico».

Favignana
Ogni volta che sei davanti a un nuovo progetto cinematografico qual è l’iter personale e professionale che segui?
«Quello che cerco di fare è di rintracciare in ogni singola storia ciò che è universale. Al di là dell’argomento, ogni storia se raccontata in un certo modo ci dà la possibilità di capire qualcosa di più dell’animo umano.
Ho un libro sulla mitologia greca che tengo sempre sul comodino, perché credo che i movimenti umani siano sempre gli stessi indipendentemente dal tempo e spazio in cui viviamo. Quindi quello che cerco di fare con un nuovo progetto è capire cosa ci svela in più di noi e in che modo ci può essere utile per conoscerci e orientarci meglio rispetto alla nostra vita privata e sociale».
Tre aspetti imprescindibili per una buona regia?
«1. Far emergere l’umanità dei protagonisti. Andare oltre la superficie della storia, del plot e dello sviluppo di vicende e tentare di far emergere fin dall’inizio caratteristiche umane che consentano di guardare a tutta la storia da un certo punto di vista.
2. Dialogare con chi ti deve guardare. Ho un approccio molto dialogante con il pubblico, non mi piacciono tanto quelle regie che sono fatte per un piccolo circolo di persone. Mi piace l’idea di riuscire a veicolare un racconto anche a chi non è interessato all’argomento, ma ritrova al suo interno una parte di sé.
3. La musica che per me, da musicista amatoriale, è fondamentale per veicolare emozioni e contenuti».
Ti sei trovato come comparsa nel set dell’Odissea di Christopher Nolan. Com’è stato e qual è l’aspetto della sua regia che ti ha colpito di più?
«Trovarmi a Favignana – nel set del regista che poche settimane prima era andato a ritirare 7 Oscar – nella quale ero tornato da poche settimane, è stato molto forte. Mi ha fatto vedere tutto sotto una chiave archetipica ed è stato assurdo, perché la macchina produttiva era quella con il budget più alto della storia del cinema internazionale. Era molto affascinante vedere come la presenza di Nolan sul set spostasse l’energia da un luogo all’altro, in base ai suoi movimenti.
Quando dava un’indicazione si percepiva che in tutti i reparti si sviluppava una sorta di telefono senza fili, tutto si muoveva dietro le sue indicazioni, è stato uno degli aspetti più impressionanti. Mi posizionavo nei punti più strategici per vedere come lavora e cosa succede intorno a lui. È una persona che non ha un telefono e si percepiva come per lui quel lavoro fosse totalizzante. Ha raggiunto il castello di Favignana a mezzoretta a piedi invece che con l’elicottero, per sentirsi proprio come dentro la storia. Ha capito Favignana più di altri».

Ci sono dei registi che osanni o ai quali ti ispiri?
«Una folgorazione è stata quando ho visto un film documentario Grizzly man di Werner Erzog. Una delle prime lezioni alla Holden. Mi ha folgorato il modo di unire il racconto della realtà, a uno che sia umanamente affascinante e importante per far risuonare alcune cose che ci portiamo dentro, anche se non lo sappiamo.
Ma anche il modo in cui utilizza la musica e la voce. Nei miei documentari sta cominciando ad essere presente la voce narrante che è ispirata e riadattata alla mia e al contesto, al modo in cui Erzog presenta nei suoi film degli spunti e li veicola attraverso la voce narrante».
Come definiresti il lavoro da regista?
«La mia versione, limitata alla mia esperienza, è quella di uno sciamano che ha la necessità di allineare una serie di persone all’interno di un percorso nella sua in mente, che si verifica nel momento in cui avviene. Puoi prevedere la scena o scrivertela, ma è l’energia del momento e delle persone che ne fanno parte a dare le sorti di quello che giri».
Il 22 ottobre è uscito Va’ sentiero realizzato insieme ad Andrea Buonopane. Ce ne parli, partendo anche da questo titolo verdiano?
«È un gioco di parole nato con l’intento di dare una dimensione nazionale a questo progetto nato come una spedizione: un gruppo di ragazzi intraprende un percorso (dalle Ali alla punta della Sardegna) attraverso questo sentiero Italia, che è un’unione di tanti sentieri e percorsi di commercianti, soldati, briganti.
Il Va’ pensiero è il richiamo a Verdi e all’ideale di Unità d’Italia forse mai avverato del tutto, per dinamiche economiche che hanno scollegato parti d’Italia. L’intento del cammino e attraversare l’Italia lentamente per capire, avere un rapporto diretto con chi abita i luoghi, conoscere nuovi e vecchi abitanti che stanno creando un nuovo modo di stare insieme molto più equilibrato rispetto ai cambiamenti della rivoluzione digitale, ma ancora poco raccontato».

Gli aspetti più ostici di questa impresa?
«Con i ragazzi che hanno fatto la spedizione abbiamo collaborato e fatto un progetto televisivo che è poi diventato un film attraverso le immagini che avevano girato. Le più grandi difficoltà che hanno vissuto sono state in primis il Covid (dal 2019 al 2021), dopo il primo anno hanno dovuto riprogrammare tutto senza sapere di poter riuscire a terminare il viaggio».
Chiunque poteva unirsi al viaggio, come una carovana in movimento. Cosa ti ha lasciato questa esperienza e speri lasci in chi la guarda?
«Uno sguardo rivolto verso luoghi, persone, paesaggi, cicli naturali che di solito non guardavo o non ero abituato a guardare, perché concentrato sulla città. Voltarsi e guardare dall’altro lato svela delle cose inaspettate che hanno a che fare con la fragilità dei territori naturali.
E attraverso quel contatto più diretto con la fragilità, non puoi che affrontarla e trovare anche nuovi metodi per stare insieme, collegarsi con gli altri e cercare alternative. La cosa che mi ha lasciato più di tutte, e spero lasci in chi lo guarderà, è l’importanza dei rapporti umani e della comunità. Lo stare in un paese, in un microcosmo dove i rapporti umani esistono».
Secondo te in che modo Va’ sentiero “aiuta a cambiare il modo in cui guardiamo il Paese”?
«Faccio un esempio partendo dalla musica. Uno dei temi per realizzare questo film è stato trovare una musica che accompagnasse il viaggio e cambiasse dalle Alpi alla Sicilia; musiche legate tra di loro anche se diverse. Iniziare a studiare la componente musicale mi ha aperto uno sguardo inaspettato sulla nostra tradizione, esempio lampante di come ogni parte d’Italia ha una sua natura specifica, ricette, prodotti come anche una sua musica che aveva una funzione sociale (canti di lavoro, ninne nanne, serenate).
Quello che ho scoperto attraverso Va’ sentiero è che guardare l’Italia al contrario, non dalle città ma dalla montagna, dai luoghi rurali ne fa riconoscere il valore singolo di ogni luogo connesso agli altri da dinamiche millenarie. Tornare a considerare l’Italia come l’unione di migliaia di paesini, ognuno con le sue specificità e con dei suoi enormi valori culturali; come la nostra più grande ricchezza».
Nell’opera emerge anche il fenomeno dello spopolamento. Cosa consiglieresti ai ragazzi che vanno via dalla propria terra?
«La mia storia è strana, il mio è il ritorno di una terza generazione e la sto approfondendo molto emotivamente e attraverso Va’ sentiero. Con l’arrivo di internet, crisi economiche e guerre l’attrattività della città è venuta meno per cui quello che consiglio ai ragazzi è trovare nuovi modi per abitare questi luoghi marginali. Come stiamo facendo noi che decidiamo di tornare e altre persone che da tutto il mondo decidono di trasferirsi in piccoli paesi. Questo crea una nuova socialità e nuovi modi di vivere lo specifico posto, allo stesso tempo connesso a internet e proiettato nel futuro».
A proposito di futuro. Cos’hai in serbo per noi nel tuo prossimo?
«L’idea è Blues siciliano, un viaggio in alcune regioni d’Italia, partendo dalla Sicilia e riscoprire attraverso la musica quel modo di vivere che avevamo, stare insieme e capire se là dentro c’è qualcosa di utile per riconoscerci e trovare una nuova strada rispetto a come vorremmo vivere questo posto finché ci è dato di farlo.
Mi piace l’idea di raccontare un’Italia non legata alle grandi città. Un punto di vista magari difficile da far approvare dai grandi centri di potere culturale, che mano a mano trova la sua strada. Ne percepisco la potenza anche nelle reazioni del pubblico».
Foto di anteprima ©️ Florence Behar Aboudaram
