Attualità
Lady Diana, la principessa che cambiò il volto della monarchia
Dalla giovane aristocratica diventata principessa alle battaglie per i più fragili, fino alla tragica notte di Parigi: il ritratto di una donna che seppe trasformare la propria immagine.
di Laura Marà
Pochissime figure del Novecento hanno avuto un rapporto così intenso e contraddittorio con il pubblico quanto Lady Diana Spencer. Entrata nella famiglia reale britannica a soli 19 anni, Diana si trovò improvvisamente al centro di un’attenzione internazionale che avrebbe accompagnato ogni fase della sua vita: il matrimonio con Carlo, la nascita dei figli, la crisi coniugale, il divorzio e gli anni in cui cercò di costruire una propria identità lontano dal ruolo di principessa. Parallelamente, il suo impegno per le persone più vulnerabili la portò negli ospedali, accanto ai senza dimora, nelle campagne contro lo stigma dell’HIV/AIDS e nei territori colpiti dalle mine antiuomo. La sua morte, a Parigi il 31 agosto 1997, interruppe una vita che aveva già assunto una dimensione internazionale. Ma non chiuse la storia di Diana: ne aprì, piuttosto, un nuovo capitolo.
Gli anni in cui Diana era ancora soltanto Diana

Diana Frances Spencer nacque il 1° luglio 1961 a Park House, nella tenuta di Sandringham. Era la figlia di John Spencer, allora visconte Althorp, e di Frances Ruth Roche. La sua infanzia fu segnata dalla separazione dei genitori, avvenuta quando Diana era ancora bambina, e dal successivo divorzio del 1969.
Dopo gli studi in Inghilterra e un periodo trascorso in Svizzera, Diana si trasferì a Londra nel 1979. Per un periodo lavorò come assistente presso la Young England Kindergarten School di Pimlico, occupandosi di bambini.
Era una vita lontana dalla dimensione istituzionale che avrebbe conosciuto di lì a poco. Prima di diventare una delle donne più fotografate del mondo, Diana aveva avuto un’esistenza relativamente normale.
Il giorno in cui Diana entrò nella storia

L’incontro con Carlo, Principe di Galles, cambiò radicalmente il corso della sua vita.
Il fidanzamento venne annunciato nel febbraio 1981. Diana aveva 19 anni. Il 29 luglio dello stesso anno, nella cattedrale di St Paul’s a Londra, i due si sposarono davanti a una platea internazionale.
Le immagini della cerimonia fecero il giro del mondo. L’abito da sposa, il corteo, la cattedrale e soprattutto il volto della giovane Diana contribuirono a trasformare il matrimonio in uno degli eventi mediatici più importanti dell’epoca.
Da quel momento, la sua vita non sarebbe più appartenuta soltanto a lei.
Nel 1982 nacque il primo figlio, William, mentre nel 1984 arrivò Harry. La maternità rimase una componente centrale della vita di Diana e, negli anni successivi, il rapporto con i figli sarebbe diventato uno dei pochi spazi realmente privati all’interno di un’esistenza sottoposta a una continua esposizione pubblica.
Le crepe dietro il sorriso

La rappresentazione pubblica della giovane coppia reale cominciò progressivamente a entrare in contrasto con la realtà privata.
Il matrimonio tra Diana e Carlo attraversò difficoltà sempre più evidenti e la loro vita personale divenne uno degli argomenti più seguiti dalla stampa britannica e internazionale.
Nel dicembre 1992 venne annunciata ufficialmente la separazione. Il divorzio fu formalizzato il 28 agosto 1996.
La fine del matrimonio non significò però la fine della presenza pubblica di Diana. Al contrario, gli ultimi anni furono quelli nei quali la sua identità al di fuori del matrimonio reale divenne sempre più definita.
Dopo il divorzio conservò il titolo di Diana, Principessa del Galles, pur perdendo il trattamento di Altezza Reale. Continuò inoltre a essere considerata parte della famiglia reale e a partecipare ad alcune occasioni pubbliche.
Fu in questa fase che il suo impegno umanitario acquistò un peso ancora maggiore.
Quando la fama diventò una responsabilità

Nel corso della sua attività pubblica, Diana fu presidente di oltre cento organizzazioni benefiche.
Il suo impegno riguardò ambiti diversi: bambini, persone con disabilità, persone senza dimora, malati e persone colpite dall’HIV/AIDS, oltre a numerose realtà sanitarie e sociali.
La sua presenza aveva una caratteristica precisa: attirava attenzione.
Quando Diana arrivava in un ospedale o visitava un’organizzazione, l’evento non rimaneva confinato all’interno della struttura. I fotografi la seguivano e i giornali raccontavano quelle visite, portando indirettamente alla conoscenza del pubblico realtà che spesso rimanevano lontane dai grandi titoli.
Nel dicembre 1993 annunciò l’intenzione di ridurre la propria attività pubblica, con l’obiettivo di conciliare un ruolo pubblico significativo con una vita più privata. Dopo il divorzio rinunciò alla maggior parte dei patronati, mantenendo però alcuni incarichi legati a organizzazioni alle quali era particolarmente vicina, tra cui Centrepoint, National AIDS Trust, Great Ormond Street Hospital e Royal Marsden Hospital.
La mano che sfidò la paura

Tra le immagini più significative dell’attività di Diana c’è quella della sua visita, nel 1987, a un reparto per persone affette da HIV/AIDS.
In quegli anni l’HIV era ancora circondato da paura, stigma e disinformazione. Diana scelse di incontrare direttamente i pazienti e, durante quella visita, strinse la mano a un uomo senza indossare guanti.
Quel gesto venne fotografato e rilanciato dai media internazionali.
Il suo significato andava oltre la fotografia: contribuì a trasmettere l’idea che il semplice contatto fisico con una persona affetta da HIV non rappresentasse un pericolo. La comunicazione pubblica di Diana passava spesso attraverso gesti semplici, capaci però di raggiungere un pubblico molto più vasto di quello delle tradizionali campagne istituzionali.
Dove la corona incontrava la strada

L’impegno di Diana non si limitò alla salute.
Si occupò di senza dimora, di bambini e giovani, di persone con disabilità e di condizioni sociali che difficilmente trovavano spazio nella comunicazione istituzionale.
La sua attenzione verso queste realtà si tradusse in visite, incontri e sostegno alle organizzazioni impegnate sul campo.
Dopo il divorzio, la scelta di mantenere alcuni specifici patronati rese ancora più evidente la direzione che Diana aveva dato alla propria attività. Non cercava più di rappresentare semplicemente un ruolo istituzionale: stava selezionando le cause alle quali desiderava associare la propria immagine.
La sua popolarità diventava così uno strumento di comunicazione.
Dove la guerra non era ancora finita

Negli ultimi mesi della sua vita Diana si concentrò con particolare intensità sulla campagna contro le mine antiuomo.
Nel gennaio 1997 si recò in Angola per sostenere la campagna e visitò un’area colpita dalle mine. Nei mesi successivi intervenne anche sul tema in occasione di una conferenza a Londra e partecipò a iniziative negli Stati Uniti. Nell’agosto dello stesso anno, durante quello che sarebbe stato il suo ultimo viaggio pubblico all’estero, visitò progetti legati alle mine in Bosnia.
Le fotografie di Diana con casco e giubbotto protettivo fecero rapidamente il giro del mondo.
La sua esposizione personale contribuì a riportare l’attenzione internazionale sulle conseguenze delle mine per le popolazioni civili, trasformando ancora una volta una visita pubblica in una campagna di sensibilizzazione.
Sarebbe stata una delle ultime grandi battaglie della sua vita.
Tra la donna e il personaggio
Parallelamente all’impegno umanitario, Diana continuava a vivere una condizione quasi permanente di esposizione.
I media seguivano i suoi spostamenti, fotografavano i suoi abiti, raccontavano le sue amicizie e cercavano di ricostruire la sua vita privata.
Anche la moda divenne parte della sua identità pubblica. Diana contribuì a dare visibilità a stilisti britannici e, nel tempo, il suo stile divenne uno degli elementi più riconoscibili della sua immagine.
Ma dietro l’icona di stile rimaneva una donna che cercava progressivamente di stabilire i confini tra ciò che voleva mostrare e ciò che desiderava proteggere.
La contraddizione era evidente: più Diana cercava una propria autonomia, più il pubblico sembrava voler conoscere ogni dettaglio della sua vita.
Quando Diana ruppe il silenzio
Nel novembre 1995 arrivò l’intervista a Panorama, il programma della BBC condotto da Martin Bashir.
Diana parlò apertamente del matrimonio, delle difficoltà personali e della propria esperienza all’interno della famiglia reale. L’intervista ebbe un impatto enorme sull’opinione pubblica britannica e sulla stessa monarchia.
Quando l’amore cercava uno spazio privato

Dopo il divorzio da Carlo, Diana cercò di costruire una vita più autonoma, ma anche la sua sfera sentimentale continuò a essere osservata con grande attenzione. Per quasi due anni aveva avuto una relazione con il cardiochirurgo Hasnat Khan, mantenuta in larga parte lontana dai riflettori. Nell’estate del 1997, pochi mesi dopo la fine di quella relazione, nella sua vita entrò Dodi Al-Fayed.
Dodi, produttore cinematografico e figlio dell’imprenditore egiziano Mohamed Al-Fayed, conosceva Diana già da tempo, ma il loro rapporto divenne sentimentale durante l’estate del 1997. Diana era stata invitata da Mohamed Al-Fayed a trascorrere una parte delle vacanze nel sud della Francia insieme ai figli William e Harry. Successivamente, lei e Dodi trascorsero del tempo insieme a bordo dello yacht Jonikal.
Le fotografie della coppia contribuirono rapidamente a trasformare quella relazione in una notizia internazionale. Il 4 agosto venne scattata la celebre fotografia di Diana e Dodi mentre si baciavano a bordo dello yacht; pochi giorni dopo l’immagine fu pubblicata sulle prime pagine dei giornali. Nel corso dello stesso mese i due continuarono a frequentarsi e, tra il 21 e il 30 agosto, trascorsero insieme un secondo periodo sul Jonikal, prima di raggiungere Parigi.
La loro storia, tuttavia, rimase breve e conosciuta soltanto attraverso poche settimane di vita condivisa. Le ricostruzioni successive hanno alimentato per anni interrogativi sulla natura del rapporto e soprattutto sulla possibilità che Diana e Dodi intendessero sposarsi.
Si è parlato anche di un anello acquistato da Dodi e di un possibile annuncio di fidanzamento. Tuttavia, le indagini non hanno trovato prove che Diana fosse intenzionata a ufficializzare un matrimonio. Le persone a lei più vicine non risultavano a conoscenza di un progetto di nozze.
È dunque più corretto parlare di una relazione sentimentale intensa e fortemente esposta dai media, senza trasformare in certezza ciò che è rimasto nel campo delle ipotesi. Quello che è documentato è che Diana e Dodi trascorsero insieme le ultime settimane dell’estate del 1997 e che quella relazione divenne inseparabile, nella memoria pubblica, dalla tragedia che sarebbe avvenuta a Parigi.
Parigi, l’ultima notte

La sera del 30 agosto 1997 Diana e Dodi cenarono al Ritz di Parigi. Poco dopo lasciarono l’hotel a bordo di una Mercedes guidata da Henri Paul.
L’automobile si schiantò nel tunnel di Place de l’Alma poco dopo la mezzanotte. Dodi Al-Fayed e il conducente morirono nell’incidente. Diana fu trasportata all’ospedale La Pitié-Salpêtrière, dove venne sottoposta a un intervento chirurgico d’emergenza.
Morì nelle prime ore del 31 agosto. Aveva 36 anni.
La morte provocò una reazione internazionale immediata e aprì una lunga stagione di indagini e ricostruzioni sulle circostanze dell’incidente.
Il fatto che l’automobile fosse seguita dai paparazzi divenne uno degli elementi centrali del dibattito pubblico sulla tragedia. Anche le successive inchieste presero in esame la condotta del conducente e dei fotografi presenti quella notte.
La morte di Diana rimase così legata non soltanto alla sua vicenda personale, ma anche al rapporto sempre più problematico tra celebrità, media e diritto alla privacy.
L’ultimo viaggio
Il 6 settembre 1997 Londra accompagnò Diana a Westminster Abbey.
Il corteo attraversò una città segnata da una partecipazione popolare straordinaria. Migliaia di persone si radunarono lungo il percorso, mentre fiori, lettere e messaggi venivano deposti davanti alle residenze reali.
Il funerale segnò uno dei momenti più intensi del lutto pubblico seguito alla sua morte.
Dopo la cerimonia, Diana venne sepolta nella tenuta di famiglia ad Althorp, nel Northamptonshire.
Negli anni successivi, il suo lavoro umanitario sarebbe stato ricordato attraverso fondazioni, progetti e iniziative legate alle cause che aveva sostenuto.
L’eredità oltre il mito
La morte trasformò inevitabilmente Diana in un’icona. Ma fermarsi all’immagine della principessa, dell’abito da sposa o della tragedia di Parigi significherebbe raccontare soltanto una parte della sua storia.
La sua attività pubblica aveva ormai assunto una direzione precisa.
Diana aveva utilizzato la propria popolarità per parlare di HIV/AIDS, senza dimora, disabilità, bambini e mine antiuomo. In molti di questi ambiti la sua presenza non aveva un ruolo tecnico o politico: il suo contributo consisteva soprattutto nella capacità di portare attenzione, visibilità e interesse pubblico verso questioni che spesso rimanevano ai margini.
Anche anni dopo la sua morte, il suo nome è rimasto legato a quelle cause. Nel 2004, inaugurando il memoriale dedicato a Diana a Hyde Park, la regina Elisabetta II ricordò la sua capacità di avvicinarsi alle persone in difficoltà e di dare attenzione a nuove cause.
La memoria di una donna
Raccontare Lady Diana significa quindi tenere insieme più dimensioni che non possono essere separate.
C’è la giovane aristocratica diventata principessa. C’è la moglie di Carlo e la madre di William e Harry. C’è la donna la cui vita privata venne sottoposta a un’attenzione mediatica incessante. E c’è la figura pubblica che, soprattutto negli ultimi anni, scelse di legare il proprio nome a questioni sociali e umanitarie.
Diana non ebbe una vita lineare e nemmeno un rapporto semplice con il ruolo che le era stato assegnato. La sua storia fu fatta di privilegi e pressioni, di esposizione pubblica e ricerca di riservatezza, di responsabilità istituzionali e desiderio di autonomia.
È forse proprio questa complessità ad aver impedito che il suo nome rimanesse confinato alla cronaca di un’epoca.
La sua morte interruppe una vita ancora giovane. La sua storia, invece, continuò a evolversi.
E oggi, a quasi trent’anni dalla notte di Parigi, Lady Diana resta una delle figure più riconoscibili della monarchia britannica, non soltanto per ciò che rappresentò, ma per il modo in cui riuscì a trasformare la propria visibilità in attenzione verso gli altri.
Non è soltanto la storia di una principessa. È la storia di una donna che, dentro un ruolo che non aveva scelto, cercò progressivamente di trovare una propria voce.
