Diritti umani
Il patriarcato è una cosa seria. Parte1
L’oscuramento della realtà sgradita e quei numeri che nessuno vuole guardare
di Alessio Zedda – sociologo
In molti, forse troppi, si sentono autorizzati a pontificare sulla violenza di genere senza conoscere davvero i numeri, anche quelli che descrivono meglio di tanti schemi ideologici ciò che accade quotidianamente in Italia. Se il focus sulla violenza è fortemente orientato sulle vittimi femminili stupisce la generale sottovalutazione di quella maschile. Prima ancora di un questione di merito, sembra esserci una questione di metodo. La violenza è misurata in relazione a chi la compie. A questo proposito tornano utili i dati ufficiali del Ministero dell’Interno e dell’ISTAT, che possono allontanarci da visione ideologiche e restituirci un quadro più aderente alla realtà. Ogni 3 omicidi (derivazione etimologica di “homo” intesa quale essere umano, specie umana, genere umano) 2 riguardano uomini.
Su 286 vittime di omicidio avvenuti in Italia nel 2025, ben 189 sono uomini: il 66,08% degli assassini riguardano l’uccisione di un uomo. L’argomento è, evidentemente, tabù, dal momento che la strage silenziosa è completamente assente dal dibattito pubblico. I numeri ci dicono che la violenza sugli uomini esiste, è rilevante e configura una precisa realtà strutturale che andrebbe letta anche alla luce dei 3 milioni e mezzo di uomini che dichiarano di aver subito molestie almeno una volta nella vita. Gli uomini rappresentano il 25% delle vittime di stalking e il 20% di quelle per maltrattamenti in famiglia. Si tratta di numeri da non sottovalutare, probabilmente sottodimensionati, vista la forte ritrosia dei “maschi” a denunciare le violenze subite, soprattutto se l’autore della violenza è di genere femminile. L’uomo non ha diritto a subire violenza. L’idea che un uomo sia succube delle violenze ripetute di una donna è fuori dalla nostra cornice cognitiva, semplicemente non può essere. Perché il maschio è forte, fisicamente, e incrollabile psicologicamente. Il modello sociale previsto per l’uomo non sa contemplarlo come vittima, mentre è ampiamente associato all’idea di forza e aggressività.

I dati ci dicono che il 15% delle violenze sugli uomini è compiuto da una donna, soprattutto in ambito relazionale, il resto è riconducibile ai ben noti modelli culturali di rivalità, dinamiche di gruppo, criminalità. Il vero campanello d’allarme, tuttavia, è quello della violenza sommersa, quella invisibile, che non si conclude con un episodio cruento e che, per questo, non arriva agli onori della cronaca. Abbiamo 286 omicidi ogni anno, quasi uno al giorno per 9 mesi, un numero importante. Eppure ignoriamo che nel 2023 i suicidi nel nostro paese sono stati 3741, per la stragrande maggioranza uomini che si sono tolti la vita. Ben 10 persone al giorno decidono di farla finita e lo fanno senza disturbare, ignorati da un sistema che non prevede la richiesta d’aiuto, che stigmatizza il dolore psicologico e la fragilità del “maschio” che non deve chiedere mai. Eh già, esiste una narrazione tossica che riguarda gli uomini e per la quale nessuno scomoda categoria ideologiche.

Riconoscere la violenza subita dagli uomini non deve essere lo strumento per minimizzare quella sulle donne, ma la base statistica da cui ripartire per parlare, finalmente, di violenza di genere, con un approccio scientifico che inizi a considerare i modelli culturali prevalenti nella loro completezza, riconoscendo la forte spinta all’isolamento emotivo degli uomini vittime di violenza quale radice pericolosa di comportamenti aggressivi, nelle forme dirette e indirette in cui si manifestano. Un’aggressività che 9 volte su 10 si rivolge contro se stessi. Questo dato è completamente ignorato dal dibattito pubblico, eppure testimonia la natura di un sistema culturale che spinge molti uomini a togliersi di mezzo, ad esercitare violenza su stessi, piuttosto che aggredire altre persone. Alla luce dei numeri la scelta ideologica della inquisizione di genere si rivela non solo sbagliata, ma pericolosa e fuorviante, perché finisce con l’identificare in una sola causa, le ragioni di un fenomeno complesso e articolato in cui le categorie sociologiche di patriarcato, chiamate in causa a sproposito e senza il necessario supporto metodologico, non sono pertinenti.
