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Venezuela. La guerra dei due presidenti


Guaidò tenta di rovesciare il governo chavista fallito di Maduro ma non ci riesce. L’esercito è al fianco del dittatore e la promessa dell’opposizione di abolire i sussidi genera perplessità. L’antico nemico del Paese latino è la disuguaglianza sociale.

Da quattro mesi il Venezuela ha due presidenti: uno è l’erede di Hugo Chavez, Nicolás Maduro,  al governo dal 2013 e capo delle forze armate; L’altro è Juan Guaidó che, lo scorso febbraio, si è autoproclamato presidente ad interim del Paese e, da allora, ha organizzato moti di protesta su tutto il territorio nazionale, per costringere Maduro a dimettersi. L’ultima manifestazione è avvenuta pochi giorni fa nella capitale venezuelana, Caracas, ma è finita in tragedia. Una donna di 27 anni è morta dopo essere stata raggiunta alla testa da un proiettile sparato da un agente, mentre altre 12 persone sono rimaste ferite.  La notizia, oltre ad aver esacerbato ancora di più lo scontro tra pro-Maduro ed oppositori, ha scosso l’opinione pubblica internazionale ed ha pesato sulle coscienze di molti militari, che hanno scelto di schierarsi con Guaidó. Eppure, la morente dittatura  non crolla. Sopravvive, sostenuta dai vertici dell’esercito che devono al regime la loro ricchezza. La disperazione del popolo venezuelano, tormentato dalla fame e dalle malattie, le pietre e le bombe artigianali lanciate dai manifestanti non sono sufficienti per vincere lo scontro coi militari armati. E i numerosi appelli rivolti da Guaidó  ai soldati e agli ultimi sostenitori del chavismo non sono bastati a convincerli. Maduro si è sempre procurato il consenso con le intimidazioni e la violenza. Ma sono in molti a chiedersi se l’autoritarismo faccia più paura della crisi umanitaria in cui è piombato il Venezuela negli ultimi 5 anni. È possibile che esistano altre ragioni per giustificare la polarizzazione della società venezuelana oggi? Da una foto satellitare Caracas sembra suggerire una risposta affermativa. Vista dall’alto, la capitale venezuelana appare come una città moderna, con alti palazzi ed ampie strade, circondata da una distesa di edifici diroccati e baracche, abitazioni di fortuna  che i venezuelani chiamano “ranchos”. L’immensa baraccopoli è il luogo riservato ai poveri, agli emarginati dalla società. I ranchos hanno sempre fatto parte del panorama di Caracas, fin dai tempi del boom economico degli anni ‘70, da quando il Paese ha avviato la sua industria petrolifera. In Venezuela sono presenti i giacimenti di petrolio più grandi del mondo e le compagnie petrolifere americane hanno iniziato a trivellare il suolo per estrarre il greggio, dando il via ad un giro d’affari multimiliardario. La parte della società venezuelana che è riuscita ad inserirsi in questo “Eldorado” ha vissuto un periodo di grande prosperità.

Gli altri venezuelani invece sono rimasti ai margini della società, ai confini di Caracas, nei “ranchos”, dove non ci sono né elettricità né acqua corrente. La polarizzazione del popolo venezuelano è data dall’esistenza di due società parallele, dalla disuguaglianza sociale. Un fenomeno che caratterizza tutte le nazioni sudamericane. Come ha ricordato  l’ex presidente della Repubblica Dominicana Leonel Fernández che, in occasione del IV vertice delle Americhe svoltosi nel 2005 in Argentina, ha parlato della necessità di creare “un’armonia tra mercato e Stato”. «In un’economia di libera concorrenza, il mercato sarà sempre il miglior meccanismo di assegnazione delle risorse- ha detto  Fernández rivolgendosi all’allora presidente USA George W. Bush-  ma se lasciamo al mercato quella che è la convivenza sociale non si va da nessuna parte. Dopo l’indipendenza dalla Spagna ottenuta nel ‘900, tutti i popoli sudamericani sono passati da  un’economia agraria gestita da un’oligarchia latifondista ad un modello d’industrializzazione incompleto».  Questa “transizione storica”, secondo Fernández, ha provocato una migrazione della popolazione dalle campagne verso le città, ma il “processo d’industrializzazione incompleto” non è riuscito ad assorbire tutta la forza lavoro, relegando moltissime persone ai margini della società. I “ranchitos” sono il risultato di questo fenomeno e Hugo Chavez, il predecessore di Maduro, era il volto della povertà di Caracas, perché nei ranchos è nato e cresciuto. A muovere le politiche di Chavez era l’odio sociale nei confronti dei ricchi e della borghesia. Tale sentimento si traduceva in progetti politici costosissimi come l’istituzione della sanità e dell’istruzione pubblica, la fondazione di cooperative agricole statali, la costruzione di case popolari e l’assegnazione dei sussidi ai poveri. Queste misure ,però, non erano il frutto di una politica lungimirante, ma della “disperazione”. Come ha raccontato l’ex presidente della compagnia petrolifera dello Stato venezuelano (PDVSA), Rafael Ramírez, fedelissimo di Chavez. «Il presidente Chavez mi ha confidato molti obiettivi della lotta contro la povertà- ha detto  Rafael Ramírez in un’intervista con la BBC- voleva fare le cose in maniera rapida e disperata, come “Farlo!Farlo!Farlo!”». Per finanziare il suo programma elettorale Chavez ha chiesto un prestito di un miliardo di dollari alla Banca Centrale venezuelana. Ma senza successo. Così l’ex presidente si è rivolto a  Ramírez che ha creato un fondo, finanziato da PDVSA, di 100 miliardi di dollari. L’immenso budget è servito a portare avanti l’agenda politica del regime, che ha trascinato il Venezuela verso la catastrofe.

Per uscire dalla crisi umanitaria, l’autoproclamato presidente Guaidó ha messo a punto un piano d’emergenza denominato “operazione libertà”. Il progetto mira a far uscire il Paese dall’isolamento politico, a reinserirlo nel mercato globale e ad abolire i sussidi statali. «Non più controllo sociale, non più dipendenza dal sussidio»- ha annunciato Guaidó in uno dei suoi comizi. Quest’ultimo punto ha destato perplessità fra alcuni esponenti dell’opposizione, come il deputato Muguel Pizarro e Luis Pedro España, coordinatore dello studio sulla povertà in Venezuela. Tutti e due ritengono che il sussidio sia il modo più rapido per fronteggiare l’emergenza umanitaria. A gettare un’ombra su  Guaidó, è anche l’energico sostegno degli USA, che ambiscono a ristabilire la loro influenza nel Paese. In una fase critica come quella che sta attraversando il Venezuela oggi, è facile immaginare un presidente migliore di Maduro. Eppure la stretta relazione tra   Guaidó e gli Stati Uniti non convince del tutto. Riproponendo un modello economico ispirato al capitalismo americano che, come ha detto  Leonel Fernández, “lascia al mercato la convivenza sociale”, non si genererà una società ricca ma avvelenata dalla disuguaglianza sociale? Non si genererà di nuovo odio tra classi sociali, permettendo così che nasca un “nuovo Hugo Chavez”? Ai posteri l’ardua sentenza.

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