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Diritti umani

Usa. Carcere e rieducazione nel paese dei diritti contraddittori

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Negli Usa la situazione carceraria somiglia sempre più ad una forma di schiavitù. Le carceri, gestite da privati, piuttosto che rieducare il detenuto ne sfruttano il lavoro. Una evidente negazione dei diritti umani che proprio in questo paese hanno visto il loro esordio

di Gianni Pezzano

 

Sin dalla sua Guerra di Liberazione dal Regno Unito, gli Stati d’Uniti d’America sono  un paese teatro di contraddizioni e di paradossi. I fondatori del paese hanno istituito una Dichiarazione dei Diritti Umani che ha ispirato la rivolta che diventerà qualche anno dopo la Rivoluzione Francese ed è persino il modello dei moderni diritti umani, un vero orgoglio eterno. Ma quegli stessi fondatori hanno permesso la continuazione di quel che era la negazione di quegli stessi diritti, lo schiavismo, che ha portato il paese a una guerra civile che anche se ‘liberava’ ufficialmente  gli schiavi, non ha dato agli ex schiavi la possibilità di diventare davvero pari ai loro concittadini bianchi e quindi gli effetti di quelle contraddizioni si sentono ancora oggi e in nessun luogo si vedono questi paradossi più delle prigioni americane.

Benché  fondati da quel che oggi chiameremmo “profughi” da persecuzioni religiose in Europa, gli Stati Uniti dimostrano poca tolleranza per chi esce fuori dai confini di quel che viene visto come la “normalità” in base a precetti che non sono tanto cristiani, ma regole e concetti religiosi ben più vecchi.

Senza diritti umani non esiste Giustizia, perciò quel che vediamo negli Stati Uniti non è Giustizia, ma solo vendetta cieca.

Protestantesimo particolare

Noi in Italia conosciamo benissimo il potere della religione nella nostra vita quotidiana. Non passa giorno senza riferimento al Papa e notizie dal Vaticano, ma gli Stati Uniti non hanno il cattolicesimo e di conseguenza il Nuovo Testamento come modello di comportamento, ma la durezze del Vecchio Testamento che obbliga il fedele a “un occhio per occhio”, invece di “porgere l’altra guancia”.

Per questo motivo i predicatori protestanti e i loro seguaci non esitano a definire l’immagine di Dio secondo il coloro della pelle e non semplicemente come essere nato umano. Questo limite non si trova solo negli Stati Uniti, un altro paese ha notoriamente utilizzato il Vecchio Testamento della Bibbia per giustificare le discriminazioni della sua popolazione in base al colore della pelle. Il Sud Africa dell’Apartheid era il frutto degli stessi precetti protestanti che certi predicatori americani utilizzano ancora oggigiorno.

Statistiche orrende

 Ma le prove dell’esistenza dei problemi dei diritti umani nelle prigioni americane non si trovano nella semplice lettura del Vecchio Testamento, ma nelle statistiche di chi si trova in carcere e le condizioni in cui vivono tra le mura protette da guardie armate.

Gli Stati Uniti hanno il 5% della popolazione del mondo, ma nei suoi confini coabitano il 25% dei carcerati mondiali. Da 25 anni il numero di reati commessi nel paese è in continua e grande diminuzione, ma in questo periodo il numero di carcerati è aumentato del 700%.

Peggio ancora, la possibilità di una persona di colore di essere incarcerato è sei volte quella di una persona bianca. Infatti, è diventato quasi un detto che il miglior modo d’evitare di essere processato negli Stati Uniti è di nascere bianco e ricco.

Basta leggere il celebre “Il buio oltre la siepe” di Harper Lee per avere un’idea di queste condizioni affrontate regolarmente da non anglosassoni negli Stati Uniti, soprattutto in quelle zone del paese chiamate collettivamente “the Bible Belt” (la Cintura della Bibbia”), cioè gli stati di Mississippi, Utah, Alabama, Louisiana, Arkansas, South Carolina, Tennessee, North Carolina, Georgia e Oklahoma. Ci sono zone di altri stati compresi in questa zona, ma questi sono gli stati principali.

Già queste differenze di trattamento ci dimostrano che la legge americana non è cieca, anzi vede benissimo il colore della pelle quando deve decidere su un delitto serio.

Lotta centenaria

Questa lotta è una sfida fondamentale negli Stati Uniti che spesso definisce come noi all’estero vediamo il paese e, ancora più spesso è utilizzata per definire il ruolo di Presidenti americani.

Tristemente è un dibattito che sta prendendo una direzione strana con l’attuale Presidente Donald Trump, anche se alcuni danno la colpa per questa tendenza al suo predecessore Barack Obama, il primo presidente di colore. Basta ricordare il cosiddetto “Birther Movement” (il movimento della “nascita”) che non considerava Obama cittadino americano e che fosse addirittura musulmano invece che cristiano. Il sostenitore più riconosciuto di questo movimento era proprio Donald Trump.

Però, gli orrori del sistema carcerario americano non si limitano solo alle differenze di trattamento in base al colore della pelle o di classe sociale. Molti detenuti sono costretti a lavori che niente hanno a che fare con il cercare di rieducare i colpevoli di reati. Negli ultimi decenni sempre più carceri sono sotto gestione di società private e lo scopo di queste società ovviamente non è di aiutare i detenuti a trovare una vita nuova dopo il castigo, ma di assicurare utili sempre più grandi per i loro soci. Tristemente questa tendenza delle carceri private è diventata il modello per altri paesi.

In queste prigioni private i lavori minori sono svolti da carcerati e con compensi finanziari irrisori per assicurare il massimo dei profitti per i gestori. I cuochi, gli addetti alle pulizie, persino i barbieri sono detenuti che a tutti gli effetti sono schiavi moderni in un sistema carcerario moderno e antiquato allo stesso tempo.

 Prevenzione e diritti

Da secoli sappiamo che il sistema carcerario modello non deve essere solo ed esclusivamente un castigo, ma deve anche e soprattutto essere il modo di aiutare il detenuto a ricostruire una vita vera e produttiva una volta uscito da prigione. Ma negargli i diritti e trattarlo come una specie di sub umano non fa altro che assicurare che prima o poi tornerà in galera e le statistiche spesso dimostrano che proprio questo succede nel sistema carcerario americano e non solo.

Nemmeno il rischio della pena capitale serve come monito a potenziali criminali. Prima di tutto, perché le discriminazioni in base al colore della pelle sono ancora più marcate tra i condannati a morte. Ma anche perché spesso il tempo che passa tra la condanna e l’esecuzione è così lungo e la burocrazia, sia procedurale che dell’esecuzione stessa, sono così complicate e barbariche che alla fine non esiste un vero legame tra il delitto e il castigo.

Esempio negativo

Sono tutti aspetti che vanno contro il concetto dei diritti umani moderni. Il carcere non deve servire solo per castigare, attraverso l’evidente pena della perdita della libertà,  deve servire per dare al detenuto i mezzi per poter lasciare la strada dell’illegalità e trovare un posto come cittadino produttivo del paese in generale. Questo è il modello che una società veramente moderna deve seguire.

Nessuno sa cosa succederà nei prossimi tre anni di Presidenza di Donald Trump, ma temiamo che non vedremo alcun cambiamento in meglio per i detenuti del paese. Anzi, considerando che molti utilizzano gli Stati Uniti come modello base, sia nel bene che nel male, c’è il rischio vero e immediato che altri paesi seguiranno un modello che non è un esempio di diritti umani, ma la sua negazione.

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