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Italiani nel Mondo

Una lettera attuale dal passato— A modern letter from the past

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Tempo di lettura: 9 minuti
di emigrazione e di matrimoni

Una lettera attuale dal passato

La notte non finisce mai

L’America… lontana

Di là dal mare.

Dove piove fortuna, dov’è libertà

E l’acqua è più pura di un canto.

Queste parole vengono da lontano, come i viaggi che le hanno ispirate.

Quest’anno il Festival della Canzone Italiana a San Remo ha fornito vari spunti che vogliamo affrontare in tre articoli. Il primo si tratta del brano che ha vinto il Premio della Critica Mia Martini che è stato aggiudicato al grande cantante e vero showman napoletano Massimo Ranieri con il brano “Una Lettera al di là del mare” (video sotto).

Questa canzone ci ha colpito sin dalla prima serata della manifestazione perché il testo tratta proprio il tema di questa rubrica “Italiani del mondo”.

Come vediamo dalle prime righe sopra la lettera è di un nostro emigrato su un bastimento, come venivano chiamate le navi alla fine dell‘800 e l’inizio del ‘900 principalmente per le Americhe. Dalle parole il viaggio è verso gli Stati Uniti, ma nei sentimenti e le indicazioni, la lettera descrive tutti i viaggi transoceanici che erano tutt’altro che viaggi di crociera.

La canzone dice “Mai nessun temporale lavare potrà le nostre ferite dal sale”, un’immagine facile da immaginare. Ma, come spiega il giornalista Gian Antonio Stella nei suoi libri e anche nei suoi spettacoli teatrali che descrivono questi viaggi, sale nelle ferite era il minimo dei problemi dei viaggiatori. I morti durante i viaggi non erano pochi, alcuni perdevano la vita nell’oceano durante tempeste, altri morivano per malattia e le morti più tragiche erano quelle dei più deboli, i bambini che sfidavano il mare per poi non vedere più la terra.

Ma la canzone è anche agrodolce perché, benché trovarono un paese nuovo con più possibilità di vita di quella lasciata in Italia, le condizioni pericolose di lavoro, le discriminazioni e i pregiudizi, fin troppo spesso da altri italiani, non mancavano in nessun paese delle Americhe, al punto che  morirono molti, per incidenti sul lavoro, per malattia e anche di povertà quando scoprivano che i lavori promessi non erano quelli che immaginavano.

Poi, nel caso degli Stati Uniti, almeno una settantina furono linciati, ed il caso più sensazionale si svolse a New Orleans il 14 marzo 1891, quando morirono 11 italiani originari della Sicilia dopo essere stati accusati e arrestati senza prove concrete per l’assassinio del Capo della Polizia locale. Il processo non si tenne mai perché una folla inferocita sottrasse i presunti colpevoli dal carcere dove erano detenuti e li linciò. Si capisce benissimo il clima della città dalla foto del titolo del giornale dell’epoca dove spicca soprattutto la riga “The wretched Sicilian band butchered”, cioè “La misera banda siciliana massacrata”. Peggio ancora molti giornali di altre città accolsero la notizia del linciaggio con evidente soddisfazione che oggigiorno fa orrore leggere.

Certo, la città ha chiesto scusa per questo incidente nell’aprile del 2019, ma senza dubbio troppo poco e troppo tardi.

Ma c’è un altro aspetto che bisogna considerare di questa lettera dal passato nella canzone moderna, ci fa ricordare un dettaglio importante che troppi dimenticano quando parlano degli italiani all’estero nelle Americhe, spesso criticando la loro inconsapevolezza dell’Italia, delle nostre tradizioni e persino la loro versione della nostra lingua mai insegnata all’estero ai livelli che i numeri dei nostri parenti e amici oltreoceano avrebbero dovuto garantire.

Inevitabilmente quasi tutte le lettere vere poi spedite ai parenti in Italia erano scritte da scrivani, perché la stragrande maggioranza dei nostri emigrati fino almeno la metà degli anni ’60 del ‘900 erano analfabeti perché di origini rurali, dove i maschi sin da giovani erano destinati al lavoro nei campi, nelle miniere e altri lavori logoranti, e le ragazze erano destinate a sposarsi giovani perché la “pensione” degli anziani erano i figli e i nipoti che li custodivano in casa dove vivevano tre o quattro generazioni. E altrettanto inevitabilmente le lettere venivano lette da una delle poche persone nei paesini in campagna che sapevano leggere, magari il parroco, una monaca oppure insegnanti caritevoli che dedicavano tempo per leggere le parole degli emigrati ai loro parenti in Italia.

Poi relativamente pochi tra gli emigrati hanno potuto tornare in Italia per le vacanze come facciamo oggi, perché i viaggi erano costosissimi e la loro lunghezza significava la perdita di mesi di lavoro per le tappe di andata e ritorno, lavoro che non potevano permettersi di perdere.

Quindi, in molti casi figli e genitori non si sono più visti dopo la partenza per i viaggi descritti nella canzone. Questo aggiunge tragedia a tragedia nelle vite di queste generazioni che molti oggi vedono con un occhio “romantico”, ma sono state vite di una durezza e tristezza che pochi possono immaginare.

Questi sono i motivi per cui i loro discendenti sanno poco o niente dell’Italia, perché quel che i loro avi conoscevano erano le condizioni dei loro paesini di origine, dei loro piatti e delle loro usanze e non sapevano niente delle altre regioni d’Italia, tranne per i maschi che sono andati via per il servizio militare, anche in periodi di pace, perché gli operai rurali italiani in quegli anni, sia al nord che al sud d’Italia, non avevano i mezzi e le possibilità di fare le vacanze che ora sono un loro diritto.

Tutto questo si sente nelle parole  di questa bellissima canzone moderna che non ci induce a guardare il passato con i soliti stereotipi, ma finalmente vede il passato in modo critico facendo capire fino in fondo che chi partiva quasi mai andava con per bisogno di avventura, come fanno alcuni oggi, ma perché costretti, persino dalle autorità locali che non sapevano come dare lavoro ai giovani, in modo particolare dopo le due guerre mondiali, e che queste ondate di emigrazione hanno portato a divisioni permanenti di famiglie.

Però malgrado tutte queste difficoltà molte famiglie italiane hanno trovato la vita nuova che cercavano e ora i loro discendenti svolgono ruoli importanti in tutti i campi nei loro paesi di nascita.

E sempre più discendenti di queste generazioni vengono in Italia per cercare le proprie radici e magari con la voglia di incontrare parenti che spesso hanno dimenticato che fratelli e sorelle dei loro bisnonni erano partiti per l’estero. E come paese, anche in riconoscimento dei contributi degli emigrati al luogo d’origine con le rimesse alle famiglie rimaste in Italia e ora con gli acquisti dei nostri prodotti, non dobbiamo vederli come i “cugini strani”, ma dobbiamo accoglierli nel migliore dei modi e aiutarli a trovare le loro radici e passato perché in fondo, queste generazioni sono i nostri parenti e amici, ed il modo con cui non pochi italiani li trattano, a volte apertamente, e spesso sui social, non porta affatto onore all’Italia, tantomeno al ricordo dei sacrifici e le sofferenze dei loro avi.

E tutto questo ebbe inizio nei viaggi descritti in questa bellissima canzone.

di emigrazione e di matrimoni

A modern letter from the past

 

La notte non finisce mai                       The night seems endless

L’America… lontana                             America is far away

Di là dal mare.                                    Beyond the sea

Dove piove fortuna, dov’è libertà          Where it’s raining luck, where there is freedom

E l’acqua è più pura di un canto.           And the water is purer than a song

 

These words come from long ago, like the voyages that inspired them.

This year the San Remo Festival of Italian Song provided some ideas that we want to confront in three articles. The first deals with the song that won the Mia Martini Critics’ Prize awarded to the great Neapolitan singer and showman Massimo Ranieri with the song “Una Lettera dal là del mare” (A Letter From the Sea, video below, English translation)

This song struck us from the first evening of the event because the lyrics deal with the theme of this “Italiani nel mondo” (Italians in the world) column.

As we see in the first lines above, the letter is from one of our migrants on a “bastimento”, as the ships that sailed at the end of the 19th century and early 20th century, mainly to the Americas were called. From the words the voyage is towards the United States but in the emotions and indications the letter describes all the transoceanic voyages that were anything but cruise trips.

The song says “No storm could ever wash the salt from our wounds”, an image that is easy to imagine. But, as the journalist Gian Antonio Stella explains in his books and stage shows that describe these voyages, salt in the wounds was the least of the travellers’ problems. The deaths during the journeys were not a few, some thrown into the oceans by the storms, those who died of sickness and the most tragic were the weakest, the children who challenged the sea to then never see land again.

But the song is also bittersweet because, even though they found a new country with more chances for life than the one they left in Italy, dangerous conditions at work and discrimination and prejudice, all too often by other Italians, were not lacking in any country of the Americas, to the point that many died, at work, due to disease and even of poverty when they discovered the work that had been promised was not what they imagined.

Then, in the case of the United States, over seventy were lynched and the most sensational case occurred in New Orleans on March 14, 1891 where 11 Italians from Sicily died after being accused and arrested without solid proof for the murder of the local Police Chief. But the trial was never held because a ferocious crowd took them away from the jail where they were held and lynched them. The climate of the city can be understood very well from the photo of the newspaper headline of the time where the line “The wretched Sicilian band butchered” stands out. Worse still, many newspapers of other cities welcomed the news of the lynching with an obvious satisfaction that is horrifying to read today.

Of course, in April, 2019 the city apologized for this incident but without a doubt this was too little and too late.

But there is another aspect of this letter from the past in the modern song that must be considered, it reminds us of an important detail too many people have forgotten when they talk about the Italians overseas in the Americas, often criticizing their lack of knowledge of Italy, of our traditions and even their version of our language that has never been taught overseas at the levels that the numbers of our relatives and friends overseas should have guaranteed.

Inevitably nearly all the real letters then sent to relatives in Italy were written by scribes because the vast majority of our migrants up to at least the mid 1960s were illiterate and from rural backgrounds where the boys were destined to work in the fields, in mines and other exhausting work from a young age and the girls were destined to marry young because the “pension” of the elderly were the children and grandchildren who looked after them at home because three or four generations lived together in those homes. And just as inevitably the letters were read by one of the few people in the small country towns who knew how to read, possibly the parish priest, a nun or a charitable teacher who gave their time to read the migrants’ words to their relatives in Italy.

And then, unlike today, relatively few of the migrants were able to return to Italy for a holiday as we do today because the trips were very expensive and their length also meant losing months of work for the two legs of the trip and from work that they could not afford to lose.

Therefore, in many cases children and parents never saw each other again after the departure for the voyage described in the song. This puts tragedy upon tragedy in the lives of these generations that many people today regard with a “romantic” eye but they were lives of a harshness and sadness that few today could imagine.

These are the reasons that their descendants know little or nothing about Italy, because what their forefathers knew were the conditions of their small towns of origin, their dishes and their habits and they knew nothing about the other regions in Italy, except for the males who went away for military service, even in peace time, because Italy’s rural workers, in both the north and south of Italy, did not have the means or the possibility to take holidays that are now a right.

We hear all this in the words of this beautiful modern song that does not lead us to look at the past with the usual stereotypes but to finally look at the past in a methodical and critical way in order to understand deep down that those who left almost never went with a spirit of adventure, as many do today, but because they were forced to, even by the local authorities who did not know how to give young people jobs, especially after the two world wars, and these waves of migration led to permanent divisions of families.

However, despite all these hardships many families found the new life they had looked for and now their descendants have important roles in all the fields of life in their countries of birth.

And more and more descendants of these generations are coming to Italy to look for their roots with the desire to meet relatives that not infrequently have forgotten that their great grandparents’ brothers and sisters had left for overseas.  And as a country, also in recognition of the contribution of the migrants to their country with the money they sent to the families left in Italy and now with the purchase of our products, we must not see them as “strange cousins” but we must welcome them in the best way possible and help them to find their roots and past because, after all, these generations are our relatives and friends and the way that not a few Italians treat them, sometimes openly and often on the social media, does not bring honour to Italy at all, much less to the memory of the sacrifices and suffering of their forefathers.

And all this began with the voyages described in this beautiful song.

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