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Arte & Cultura

Umanità ed amore nel dipinto “Giove e Mercurio ospitati da Filemone e Bauci” di Johann Carl al Loth 

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Umanità ed amore nel dipinto “Giove e Mercurio ospitati da Filemone e Bauci” di Johann Carl al Loth 

Si parla, in esso, della virtù dell’ospitalità ma anche dell’amore reciproco di due sposi anziani che ne conservano vivo il sentimento nonostante siano trascorsi molti anni dal loro primo incontro. 

di Ester Campese 

Attraverso l’arte si possono trasferire spesso molti valori, emozioni e a volte anche belle storie oltre che grande bellezza estetica. E’ il caso di un’opera davvero straordinaria, conservata a Vienna, al Kunsthistorisches Museum, realizzata da Johann Carl Loth dal nome “Giove e Mercurio ospitati da Filemone e Bauci”. 

Johann Carl al Loth, detto anche il Carlotto, è stato un pittore tedesco, attivo soprattutto in Italia dove si stabilì a partire dal 1650.   

Il dipinto in questione ci riporta ai miti greci, quelli narrati nelle Metamorfosi di Ovidio. Si parla, in esso, della virtù dell’ospitalità ma anche dell’amore reciproco di due sposi anziani che ne conservano vivo il sentimento nonostante siano trascorsi molti anni dal loro primo incontro. 

La storia narra che Zeus ed Ermes, scesi sulla terra in anonimato, osservano il modo di vivere degli uomini. Non essendo riconoscibili come Dei, in quanto mimetizzati poiché hanno assunto sembianza umane, vengono maltrattati e le persone cui si rivolgono risultano sgarbate e poco generose. Non offrono né da mangiare e tanto meno ospitalità per la notte. 

Un giorno giungono all’umile capanna di due anziani sposi, Filemone e Bauci, che vivono di stenti, ma si vogliono sempre molto bene e si accontentano di ciò che hanno. 

Questi offrono ospitalità ai due simulati “accattoni” condividendo il poco che hanno. Accade che, nel corso della misera cena, si accorgono che la giara del vino è sempre colma. Costringono quindi su insistenti richieste di spiegazione a svelare l’identità a Zeus ed Ermes. Quando comprendono che al loro desco erano ospiti due dei si sentono imbarazzati per aver loro da offrire solo umili cibi. Si propongono dunque di cucinare l’oca del cortile, che è il loro unico animale. 

Gli dei restano commossi da tanta bontà e dalla loro generosità d’animo, li premiano decretando contestualmente di punire tutti gli altri uomini, egoisti e insensibili. Fanno cadere sulla zona una pioggia torrenziale, che allaga tutto, ma non il capanno di Filemone e Bauci. 

Questo loro piccolo capanno viene invece trasformato in un tempio di marmo e oro. Zeus chiede ai due anziani sposi di manifestare un loro desiderio. Filemone e Bauci desiderano solo d’esser custodi del tempio e di non venire mai separati, nemmeno dopo la morte. 

Filemone e Bauci trascorrono così serenamente il resto della loro vita fino al giorno della loro morte trasformandosi in quel preciso istante in una quercia e in un tiglio con rami intrecciati in un eterno abbraccio perpetrando all’infinito il loro amore.