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Arte & Cultura

Turchia tra storia e simbolismi antichi e moderni

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Partendo da quello che sulla stampa è stato recentemente definito il “Sofagate” della Turchia prendiamo spunto per attraversare simbolismi evocativi propri della cultura orientale.

di Ester Campese

Partendo da quello che sulla stampa è stato recentemente definito il “Sofagate” della Turchia prendiamo spunto per attraversare simbolismi evocativi propri della cultura orientale. Questo recente incidente diplomatico occorso all’attuale presidente Europeo Ursula von der Leyen, in occasione della sua visita in Turchia, sottende anche una strategia comunicativa che non appare del tutto casuale e nel seguito vi illustreremo il perchè.

Tornando appena un po’ indietro nel tempo proviamo a svelare brani dell’affascinante mondo della Turchia che ci porta alla luce alcune di queste simbologie. 

L’impero ottomano è stato un impero meritocratico nel quale anche il più umile, se valente, poteva giungere ai vertici. Era anzi un impero che favoriva e prediligeva gli umili nei quali intravedeva l’ambizione e la tenacia per riscattarsi. Simbolo di ciò furono i giannizzeri che il sultano per tutta la sua durata ebbe come guardia privata. I giannizzeri, erano il tributo che pagavano i cristiani attraverso i primogeniti, non in sangue, ma in servizio e fedeltà. Questo impero non era brutale, si estendeva ricalcando il territorio dell’impero romano di oriente ed era composto sia da mussulmani che da islamici. Creò incredibili architetture, un esempio è la Sultanahmet Camii, dagli italiani chiamata Moschea Blu, realizzata grazie a Sinān che potremmo paragonare per bravura al Bernini italiano. Un capolavoro cui gli islamici guardarono ispirandosi alla cupola di Aghia Sophia chiesa dedicata alla sapienza (Sophia è infatti la divina intellighenzia di Dio). Fu Mustafa Kemal Ataturk che la trasformò in un museo, per poi successivamente essere nuovamente destinata a moschea. 

Quella ottomana era una cultura geniale e quando tramontò l’impero romano, a tramontare fu quello d’occidente, mentre quello d’oriente prosperò in maniera straordinaria. Furono loro ad inventare i primi cannoni che sparavano palle delle dimensioni delle nostre attuali cinquecento. Potevano sparare un massimo di 5 colpi al giorno e con questi mezzi ottennero grandi conquiste con una strategia militare che all’epoca era la più moderna.

L’amore ed il potere della bellezza ancora oggi sono vivi e sono presenti nella cultura Turca ed Ottomana. L’estensione del loro dominio è testimoniato in tutta Europa e non a caso in tutti i presepi napoletani affianco al bambinello, con crani rasati, copricapi e ciuffetti laterali, troviamo sempre un turco, visto come personaggio esotico.

Il mondo turco nei tempi passati apprezzava molto anche l’arte e la piacevolezza della conversazione e dell’intellighenzia, amando molto l’Europa, con cui vi erano fitti scambi commerciali e culturali. In questa cultura, ai tempi dell’impero Ottomano, la donna era molto considerata e contava molto. La donna più importante ovviamente era la mamma cui il sultano faceva ricorso per consigli, poi le sorelle ed infine le favorite e le fanciulle che entravano nell’harem in quella che era una loro non segregata comunità. Non vi era infatti schiavitù per le donne che provenivano da tutta Europa, le quali non erano prigioniere ma avevano una «durata» di permanenza, alla scadenza della quale, se decidevano di abbandonare l’harem avevano persino una buona uscita.

Tra i molti simbolismi di questo popolo il sofà, il divano, non è dunque una scelta casuale, il sultano faceva infatti sedere una fanciulla sul divano, in quello che è il luogo considerato di piacere carnale (non il letto, ma il divano) indicando implicitamente il preludio alla carnalità. Una donna che sta semisdraiata su divano è pronta al piacere ed è considerata oggetto di piacere. Oltre tutto le donne bionde nel mondo orientale sono sempre piaciute molto poiché sono viste come donne proclive alla carnalità e quindi come prede sessuali.

Ecco perché la gaffe del protocollo del “nuovo sultano”, quello dei tempi moderni, consistente nel far sedere la donna europea sul sofà, è stata così imponente in termini mediatici. Con questo gesto è stato come relegare la presidente Europea Ursula von der Leyen a ruolo di donna di piacere, un ruolo di soggetto pavido e passivo. Al popolo europeo questo sottile modo di comunicare in simbolismi può essere sfuggito, ma non certo a quello turco cui è apparso subito evidente il messaggio per non essere compreso in modo incisivo. Porre una donna su di un divano, considerato un giaciglio, significa averla umiliata e regredita da quello che è la valenza dell’essere un politico internazionale, rinnegandone anche la posizione istituzionale. Con questo gesto è stato inoltre rimossa quella qualità tradizionale nel popolo turco che è il rispetto nei confronti della donna.

Certamente anche dal punto di vista del cerimoniale Europeo non si può non ravvisare una certa carenza nell’organizzazione formale che doveva essere messa in atto e verificata nei giorni precedenti l’evento in un contesto così delicato. 

D’altro canto non dimentichiamo che questo sovrano/sultano ha anche fatto uscire la Turchia dalla convenzione internazionale sui diritti della donna. Davvero molti passi indietro se consideriamo che solo pochi anni fa era possibile un ingresso della Turchia in Europa.

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