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Moda

Torino. Dal 1755 una catena di inclusione sociale dalle donne e per le donne

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Sartoria Sociale “Gelso”, un luogo pieno di vita e con una grande anima. Quando l’imprenditorialità porta oltre. 

Nel centro storico di Torino, nella via omonima, sorge l’Istituto delle Rosine. Il nome di questo Istituto Secolare, in altri tempi, denotava un’associazione privata di donne che, senza voti religiosi, viveva comunitariamente la propria fede.

La fondatrice, Francesca Maria Govone, nacque nel 1716 in una famiglia di nobili decaduti. Si aggregò al terz’ordine domenicano, vivendo da laica la consacrazione al Signore: divenne suor Rosa. Nel 1744 ebbe l’ispirazione di fondare nella sua città un’Opera per accogliere donne, di ogni età, che a causa della solitudine facevano fatica a vivere. La comunità sarebbe stata indipendente, vivendo del proprio lavoro: per il ‘700 era un’impresa ardita. Il suo consigliere spirituale, l’oratoriano Giovanni Battista Trona e la contessa Lucia di Marsaglia procurarono loro una sistemazione dignitosa. Il numero delle ospiti crebbe velocemente e si propose l’accoglienza anche di giovani di dubbia moralità che volevano ricominciare a vivere onestamente. Occupazione principale dell’Opera era la preparazione e la vendita dei tessuti, il ricamo e la sartoria. Ogni ospite veniva occupata secondo capacità. Potevano uscire, se lo volevano, quando raggiungevano una somma sufficiente per la dote da impiegare in un matrimonio o per entrare in monastero.

A soli trent’anni Rosa venne a trovarsi a capo di una variegata e numerosa comunità e si trasferì a Torino, dove nel 1755, avendola preceduta voci sulla sua Opera e sulle sue capacità, mai disgiunte da grande modestia, trovò accoglienza nel Cardinale Delle Lanze e in Sua Maestà Carlo Emanuele III il quale le donò il complesso che i Fatebenefratelli avevano da poco lasciato.  Pur esistendo altri istituti simili, l’originalità delle Rosine stava nell’autosufficienza dell’organizzazione che non dipendeva dalle elemosine. Dopo due secoli e mezzo il motto che è ancora oggi presente sul portone dell’ingresso principale recita: “Vivrai dell’opera delle tue mani”. Negli anni successivi aprirà altre cinque case e una scuola per i trovatelli.

In questo stesso istituto e con le medesime finalità nasce alla fine degli anni Novanta la Sartoria Sociale Gelso. Nel laboratorio, in cui lavorano sarti e sarte specializzate provenienti da mondi diversi, lontani e che hanno già avuto la possibilità di ricostruire il proprio futuro, una “casa” dove si impara, si inventa, e si trasforma con creatività. 

L’estrema cura del dettaglio distingue l’attività delle sarte che, lavorando insieme, iniziano a farsi conoscere in città promuovendo produzioni artigianali di qualità e una moda etica e a basso impatto. Dalle riparazioni sartoriali per privati si passa alle prime confezioni di capi per conto di piccole aziende locali e si inizia a ragionare in termini di​ attività imprenditoriale, dotandosi di una struttura progressivamente più organizzata che dal 2015 trova il proprio spazio nella rete della​ Cooperativa Sociale Patchanka offrendo servizi che spaziano dalle riparazioni sartoriali alla confezione di capi, fino alla creazione di una collezione propria.

L’inclusione sociale​ è l’obiettivo primario della attività: in questa prospettiva nasce nell’autunno 2017 il laboratorio all’interno della​ sezione femminile della Casa Circondariale Lorusso e Cutugno​ di Torino: un luogo creato per offrire occasioni di impiego alle detenute, nella convinzione che il lavoro svolga un ruolo determinante nel percorso rieducativo e di reinserimento di chi assolve la pena.

Oggi una delle priorità della Sartoria è impegnarsi sul tema della sostenibilita attraverso corsi e workshop dove si apprende come riparare maglioni, attaccare bottoni, creare piccoli manufatti, fino all’utilizzo di scarti tessili. Ed è proprio su questi ultimi che la sartoria porta avanti la propria azione di sensibilizzazione in un’ottica di recupero e nell’ambito della moda, ciò è ancora più divertente, poichè permette di reinventare ogni volta splendide creazioni.

Inoltre lavora con scuole, con i negozi del territorio torinese ma anche con aziende attente alla sostenibilità sociale e ambientale, con cui produce nuove collezioni. 

Tantissimi i progetti innovativi. Ricucitò, avviato in sinergia con Humana People to People Italia e il Politecnico di Torino, che nasce dal desiderio di allungare la vita di diversi capi in jeans trasformandoli in nuovi prodotti di upcycling. Bogobo, un progetto di moda etica “cooperativa” che collega Torino al Burkina Faso e ancora il lancio del Catalogo di Natale Green che, coi prodotti realizzati in carcere, vuole essere un invito ad uno stile di vita più sostenibile. Le giornate di “svuotatutto”, dove è possibile tornare a casa con tessuti e scampoli di mille colori e fantasie a un prezzo irrisorio per trasmettere un messaggio di sensibilizzazione verso il riutilizzo, l’acquisto consapevole e l’importanza del riformare gli abiti.

Lavoro e produzione artigianale di qualità sono la prova che un sistema moda più sostenibile, etico e rispettoso è possibile e soprattutto che la solidarietà è sempre “impresa vincente”.