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Tensioni tra India e Pakistan. Timori per una guerra nucleare


Il primo ministro indiano ha dichiarato di volersi impossessare della regione del Jammu e Kashmir. Parte di quel territorio è controllato dal Pakistan che ha promesso di mettere in campo “tutte le misure necessarie” per fermare il nemico. I due Paesi sono dotati di armi atomiche.

Nei giorni scorsi l’India ha privato una delle sue regioni, il Kashmir, dello status di autonomia di cui ha goduto per più di 50 anni. Questa decisione ha provocato tensioni con il vicino Pakistan, che da tempo aspira a controllare la zona, riconosciuta dalla comunità internazionale come un’entità territoriale denominata “Jammu e Kashmir”.  Il Jammu è un’area occupata dalle milizie Pakistane, mentre nel Kashimr sono stanziate truppe dell’esercito indiano. Per oltre mezzo secolo, l’articolo 370 della Costituzione indiana ha concesso al Kashmir lo statuto di regione autonoma, che gli ha permesso di avere una sua bandiera, una sua Costituzione e l’autonomia decisionale su tutte le questioni, tranne quelle relative alla politica estera, difensiva e delle comunicazioni.   Lunedì scorso però, il primo ministro indiano Narendra  Modi ha fatto approvare dal Parlamento l’abrogazione dell’articolo 370, annullando di fatto lo statuto di regione autonoma del Kashmir. L’intenzione di Modi è quella di annettere l’area all’India e di strappare il Jammu ai pakistani. Un progetto pericoloso che, se portato avanti, rischia di dar origine ad un conflitto armato dall’esito imprevedibile. Le due nazioni,infatti, sono dotate di arsenali nucleari.

Uno scenario che spaventa la comunità internazionale ed infervora l’elettorato del premier indiano, che lo scorso maggio ha trionfato alle ultime elezioni nazionali. Come? Cavalcando il sentimento nazionalista e anti-islamico che negli ultimi anni ha pervaso i fedeli induisti, che rappresentano la stragrande maggioranza della popolazione in India. Un Paese con oltre un miliardo e 300 mila abitanti, dove risiede solo una minoranza musulmana. Gran parte dell’opinione pubblica indiana, considera la comunità islamica nazionale come irrispettosa della religione dominante e la ritiene promotrice di attività terroristiche. Un sentimento generalizzato che è esploso lo  scorso 14 febbraio quando, nella città di Pulwama nel Kashmir, un’autobomba è esplosa travolgendo un convoglio militare indiano. L’attentato è stato rivendicato dal gruppo terrorista islamico Saish- e Mohammed, una delle tante cellule jihadiste operanti in Jammu e di cui il Pakistan si serve per combattere le truppe nemiche. Il 15 febbraio, in risposta all’attentato, l’aviazione indiana ha effettuato un bombardamento nei pressi della località pakistana di Bajakot dove, secondo le autorità indiane, esisteva un campo d’addestramento utilizzato dagli estremisti. L’episodio ha provocato un’ondata nazionalista in India, che ha fatto volare  Narendra  Modi nei sondaggi, portandolo per la seconda volta alla presidenza del Paese.


Lui, leader del partito di estrema destra “BJP”, ha fatto della riconquista del Jammu e Kashmir uno dei cavalli di battaglia della sua campagna elettorale e, nei giorni scorsi, ha inviato decine di migliaia di soldati a presidiare quella regione. Per molti osservatori, questa decisione rischia di riportare indietro di due secoli le lancette della storia. Quando l’India, il Pakistan e il Jammu e Kashimir non esistevano come entità statali, ma facevano tutti parte degli sconfinati domini coloniali dell’ex immenso impero britannico. Poi nel 1947, l’Inghilterra, che nel frattempo si era ridimensionata ed aveva cambiato il suo nome in  “Regno Unito”, aveva deciso di abbandonare gran parte delle colonie del sud-est asiatico, dando vita a Stati indipendenti. Un’ operazione che si rivelò molto complessa, a causa delle profonde differenze etniche, religiose e culturali esistenti tra le popolazioni della regione. Tra queste, la più grande era data dai contrasti fra gli indù e i musulmani, col probabile rischio di sfociare in un genocidio. Un rischio che i britannici pensarono di scongiurare separando, “una volta per tutte”, i fedeli di religione islamica dagli induisti. Come? Creando due Stati diversi: il Pakistan per i musulmani e l’India per gli Induisti.

Una soluzione apparentemente semplice, ma che presentava un punto debole:  il Khasmir e Jammu. Questa zona era un principato dove una minoranza induista viveva gomito a gomito col resto della popolazione di fede islamica. Gli inglesi decisero di conferire l’autonomia politica al principato, credendo che i due Stati avversari non avrebbero avanzato pretese territoriali. Un errore. Non appena le truppe britanniche lasciarono la regione, il Pakistan e l’India stritolarono il principato, invadendolo. L’esercito indiano si stanziò nel Kashmir e le milizie islamiche, sostenute dal governo pakistano, si stabilirono nel Jammu. Fu la fine del principato autonomo e l’inizio di una disputa territoriale rimasta insoluta fino ai giorni nostri.  Il Kashmir è una regione dell’India con 12 milioni di abitanti, la maggior parte dei quali di fede musulmana. Una dato demografica che in tale situazione contribuisce ad alimentare le tensioni tra la popolazione locale ed il governo indiano.   Ora il premier Narendra Modi si dice determinato ad annettere la regione contesa al territorio nazionale, mentre il suo omologo pakistano, Imran Khan, promette di mettere in campo “tutte le misure necessarie” per impedire l’espansione dell’India.

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