Lo shale oil americano mette ko il petrolio saudita. La replica araba è il crollo del prezzo al barile

Per contrastare l’aumento di estrazione in Usa di shale oil si dimezza il prezzo del petrolio che scende da 115 a circa 45 dollari al barile

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Roma, 17 gennaio – Lo shale oil americano è il petrolio che si ricava con nuove tecniche di trivellazione, che frantumano l’argilla e consentono di raccogliere anche il greggio conservato nei pori delle rocce impermeabili. La Iea, l’agenzia per l’energia dell’Ocse, calcola che fra il 2012 e il 2018, lo shale oil estratto nel Midwest degli Stati Uniti, più il petrolio delle sabbie bituminose del Canada, faranno crescere la produzione nordamericana di quasi 4 milioni di barili al giorno, quasi un pareggio con le estrazioni in tutto l’Iran, uno dei grandi produttori mondiali. Nel 2020, gli Stati Uniti potrebbero scavalcare l’Arabia Saudita come maggior produttore di petrolio e, anche se il grosso del greggio estratto continuerà ad essere consumato a livello nazionale, potrebbero anche esportarne un po’. E’ questo il motivo del crollo del prezzo al barile del petrolio estratto dai paesi arabi del Golfo che in poco tempo è passato da 115 dollari a circa 45 dollari al barile.  Il crollo del prezzo del greggio sul mercato internazionale rende l’estrazione di shale oil in Usa non più economicamente sostenibile. Con il barile che scende sotto quota 60 dollari, questo il prezzo ultimo dello shale oil,  i costi di estrazione, richiesti dal petrolio americano, non sono più sostenibili. Di conseguenza molti impianti rischiano la chiusura. Il che implica che gli Stati Uniti dovranno tornare a comprare petrolio dai grandi produttori stranieri, come l’Arabia Saudita e le altre ricche Monarchie del Golfo Persico. Una strategia quella araba sul filo del rasoio in termini di economia mondiale, con ricadute molto negative proprio negli Stati Uniti dove in questi ultimi anni, complici le nuove tecnologie di estrazione di shale oil a basso costo, si era scatenata una vera e propria corsa alla sua estrazione , con l’ingresso di piccole imprese e grandi gruppi imprenditoriali che hanno investito enormi capitali per sostenere la nuova tecnica estrattiva, e che ora rischiano la chiusura ed il fallimento. Il tutto è regolato ovviamente dall’Opec (Organization of the Petroleum Exporting Countries fondata nel 1960) che ha il delicato compito di negoziare con le compagnie petrolifere aspetti relativi alla produzione di petrolio, prezzi e concessioni, e che in questo momento non molla la presa. Bisognerà aspettare e vedere sino a che punto i cartelli dell’Opec continueranno seguendo questa precisa strategia di destabilizzazione dello shale americano fondata sulla scelta del prezzo più basso possibile. Ma gli Stati Uniti non sono l’unico paese al mondo ricco in riserve di shale oil: la Russia e’ il paese al primo posto in risorse ‘shale’, con 75 miliardi di barili, seguono gli Stati Uniti con 58 miliardi e la Cina con 26 miliardi. L’Argentina vanta 27 miliardi di barili e la Libia 22 miliardi. Le riserve di petrolio nelle rocce possono aumentare le risorse petrolifere mondiali dell’11%. Una vera e propria guerra dunque in termini di potere economico legato alla produzione di energia, in un momento di crisi che ha stravolto gli equilibri mondiali . E forse anche un importante tassello che spiega l’apparente cruenta contrapposizione religiosa tra mondo islamico ed occidente che è solo la punta di un iceberg che lascia sommerso il vero motivo del contendere: il possesso del potere economico che è strettamente legato alla produzione di petrolio ed ai costi che si sostengono per la sua estrazione.

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