Anniversario Shakespeare

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A Villa d’Ayala-Valva (Sa) va in scena Romeo e Giulietta

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Il 20-21 Agosto 2016 la compagnia IL Demiurgo, in occasione della celebrazione del quattrocentesimo anniversario della morte di Shakespeare porta in scena Romeo e Giulietta, la più nota delle sue opere, in Villa “d’Ayala – Valva”, a Valva (SA), a pochi chilometri dall’uscita autostradale di Contursi Terme. La messa in scena ideata da Il Demiurgo è originale einnovativa, ed è già stata portata in scena con successo a Civita di Bagnoregio e alla Reggia di Caserta. Lo spettacolo coinvolgerà il pubblico in una dimensione altra, catapultandolo nelle vicende dei Montecchi e dei Capuleti, portandolo a vivere in prima persona la faida che insanguina la Verona cantata dalla penna del Bardo Immortale. Ingresso alle ore 20.00, replica alle ore 22.00. Prenotazione obbligatoria: posti limitatissimi. Prezzo: € 15,00 Per info e prenotazioni:info.demiurgo@gmail.com331.3169215 [ dalle ore 9.00 alle 13.00, e dalle 16.00 alle 20.00]

Altilia Samnium Festival. SHAKESPEARANDO, e non solo! 400 anni … di notti, sogni, rumori e tempeste

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30 luglio / 7 agosto 2016

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In occasione dei 400 anni della morte di William Shakespeare, la spettacolare cornice degli scavi archeologici di Altilia a Sepino sarà lo scenario di un festival interamente dedicato alla figura e all’arte del più grande drammaturgo di tutti i tempi. Dal 30 luglio al 7 agosto il Teatro del Loto e la Fondazione Molise Cultura, in collaborazione con la Soprintendenza per Beni archeologici del Molise, la Cineteca Nazionale e l’Associazione MEMO, propongono “Altilia Samnium Festival. Shakespearando, e non solo!”, rassegna italiana sul teatro elisabettiano mirata a valorizzare tanto la produzione teatrale del periodo quanto il patrimonio archeologico e turistico del Molise e dei territori annessi. Altilia, posta alle pendici del Matese, sembra rappresentare in pieno la poetica “da sogno” shakespeariana, con i suoi impareggiabili panorami che corrono dall’età sannita a quella romana, da quella medievale e pastorale fino al Settecento. Il suo teatro, dotato di case coloniche settecentesche poste a raggiera sopra la cavea romana, richiama in modo straordinario il Globe Theatre quasi ne fosse una sua reinvenzione in pietra. Il programma che avrà luogo in tale ambientazione prevede il debutto assoluto del “Re Lear” proposto dalla Compagnia del Loto, diretto e interpretato da Stefano Sabelli e che si avvale  della nuovissima traduzione di Alessandro Serpieri.  Altri appuntamenti, dedicati soprattutto alla scrittura più poetica e intima di Shakespeare, saranno “Lo Stupro di Lucrezia”, tratto dal poemetto omonimo messo in scena e interpretato in forma di concerto da Valter Matosti, e “Dichiaro Guerra al tempo” tratto dai Sonetti, con Manuela Kustermann e Melania Giglio, a cura di Daniele Salvo e con le musiche di Pink Floyd, David Bowie, Queen e Rolling Stones. Altro progetto del festival, tutto musicale, è il concerto per piano solo che Simone Sala dedicherà alle colonne sonore di film e opere shakespeariane, quali la colonna sonora di “Romeo e Giulietta” di Franco Zeffirelli e del “Sogno di una notte di mezz’estate” di Felix Mendelssohn. Presente anche il cinema con la proiezione della versione restaurata di un capolavoro assoluto come “Othello” di Orson Welles, messo a disposizione dalla Cineteca Nazionale: una scelta decisamente consona all’ambientazione, dal momento che il film fu girato in alcuni dei più suggestivi siti storici e archeologici italiani. In collaborazione con l’Associazione Memo, il Teatro del Loto proporrà inoltre un programma d’animazione dedicato al pubblico dei più piccoli, “Shakespeare in the box”, ispirato ai più famosi personaggi del Bardo interpretati dagli stessi bambini, ed un ciclo di passeggiate archeologiche negli scavi, al tramonto, con aperitivo prima dell’inizio degli spettacoli. Fuori programma, a conclusione della rassegna, sarà allestita “La locandiera”, per la regia di Sabelli, che vede protagonisti Silvia Gallerano e Claudio Botosso: una produzione della Compagnia Teatri Molisani che ha recentemente riscosso numerosi consensi al Festival Asti Teatro.

Romeo e Giulietta “Il manoscritto di Verona”

Domenica 14 febbraio 

downloadVerona, 03 febbraio – Il manoscritto autografo di Romeo e Giulietta di Shakespeare non è mai stato ritrovato. Per questa ragione il Club di Giulietta in collaborazione con il Comune di Verona e la Biblioteca Civica, il patrocinio dell’UNESCO e della Provincia di Verona, e grazie al progetto di Luca Brunoro, darà avvio ad un evento unico per celebrare il 400° anniversario della scomparsa dello scrittore: la copiatura a mano dell’intero testo di Romeo e Giulietta che sarà realizzato, come ai tempi di Shakespeare, a penna e calamaio. Cittadini, visitatori, studenti: ogni persona sarà invitata a copiare a mano, con la propria calligrafia, una singola frase dell’opera che in questo modo rappresenterà simbolicamente un segno di condivisione e fratellanza tra le persone, le lingue e le culture e richiamerà al contempo il messaggio di pace riportato nelle righe conclusive del componimento stesso. La cerimonia di inaugurazione si terrà presso la  Casa di Giulietta, domenica 14 febbraio alle ore 11 (il sindaco di Verona scriverà il primo verso dell’opera e apporrà il sigillo alla presenza di Giulietta). L’attività scrittoria proseguirà poi nelle settimane successive riga per riga, capitolo per capitolo, attraverso le varie calligrafie dei partecipanti, fino al completamento dell’intero testo, sia in lingua italiana sia nella versione originale inglese. La Biblioteca Civica di Verona e il Club di Giulietta metteranno a disposizione delle apposite postazioni di scrittura (fornite di penna, carta pergamena e calamaio) aperte a chiunque desideri partecipare a questa esperienza di condivisione unica. Le pagine ottenute potranno quindi richiamare evocativamente il manoscritto originale di Shakespeare quasi come se il poeta stesso, in occasione di questo anniversario, attraverso le vive calligrafie dei partecipanti avesse potuto ricrearlo. I fogli manoscritti, rilegati alla maniera antica, andranno a formare un prezioso volume che sarà presentato ufficialmente il 23 aprile 2016, anniversario della scomparsa di Shakespeare e  Giornata Mondiale del Libro indetta dall’UNESCO. Il manoscritto sarà poi conservato ed esposto in un luogo significativo della città di Verona.

Massimo Cacciari: Re Lear padri, figli, eredi

Il filosofo legge il gran Bardo 

copertina Re LearRoma, 27 novembre – Erede è nome di una relazione pericolosa, il cui senso viene oggi soffocato tra impotenti nostalgie conservatrici e sradicanti idee di “libertà”, e cioè di un essere liberi-figli come non in sé destinato ad una relazione essenziale col proprio Altro. Siamo disposti ad accogliere soltanto eredità che non impegnino, che non obblighino, che non esigano da noi interrogazione e risposta, ma che, anzi, ci rassicurino ancor più nelle nostre pretese di “autonomia”. Tuttavia, ciò che è dimenticato non per questo è morto, e nessun destino impedisce di riascoltare il nome di erede in tutta la pregnanza che nelle nostre lingue ancora, nonostante tutto, esso conserva. Ne è convinto il filosofo Massimo Cacciari, che per le edizioni Saletta dell’Uva firma ‘Re Lear. Padri, figli, eredi’ (Caserta, pp. 80, euro 10).  Il mondo è malato, “it smells of mortality”. Puzza nella sua stessa carne. Una malattia il figlio per il padre: tu sei un “desease… in my flesh”, dice re Lear alla figlia. Impossibile l’intesa, ogni patto violato. Le connessioni tra gli elementi, la philia elementare che li collega si sono spezzate. Sono anomia e apoleia a regnare. Cacciari ci riporta sulla scena del dramma shakespeariano ambientato in Bretagna, con il vecchio re stanco che decide di ritirarsi a vita privata e dividere il suo regno tra le tre figlie. Un viaggio nella tragedia familiare raccontata dal gran Bardo ma anche un’analisi tra amore e potere, tra il desiderio di restare e la legge della vita che porta sempre una notte all’uomo. “Re Lear – spiega Cacciari – è l’opera più ‘apocalittica’ di Shakespeare. Tutto vi precipita all’eccesso, fino al crollo di tutto e tutti: è una catastrofe cosmica, dell’intera natura. Al suo centro è la crisi irreversibile dei rapporti tra padri e figli e figlie, segnato dalla fine dell’idea tradizionale di sovranità. Il sovrano abdica; il re non sa più reggere, è diventato cieco. e quelli che vorrebbero prendere il suo posto non sono che parricidi e fratricidi”.  Che ci ha detto il genio di Shakespeare? “Che questa figliolanza è l’impossibile per l’uomo -rimarca il filosofo dell’Inizio – le figlie mettono immediatamente a morte il padre da cui ereditano. Chi lascia in eredità, in questo mondo, muore. Il secolo non perdona chi si illude di lasciare in eredità e continuare a vivere. E d’altra parte nessuno in questo secolo fa erede il figlio e la figlia come puro atto di dono”. E allora ecco che il Padre resiste, disperatamente resiste. Non vuole eredi. Nessuno ne ritiene degno. Ma la sua ora è venuta. Dopo il Figlio potrebbe essere riconosciuto come autentico padre soltanto colui che dona. L’auctoritas di tutte le altre figure paterne decade irresistibilmente. O può durare solo come mera potestas, contro cui figli e figlie si troveranno a dover combattere. Nell’elegante edizione della casa editrice diretta da Luigi Nunziante, Cacciari riflette sul rapporto padri-figli, avvertendo che Heres latino ha la stessa radice del greco cheros, che significa deserto, spoglio, mancante. Potrà ereditare, dunque, soltanto colui che si scopra orbus, orphanos. Per diventare eredi occorre saper attraversare tutto il lutto della perdita e dell’assenza. In Paolo non si eredita se non facendosi co-eredi col Cristo, e cioè attraverso l’imitazione della sua Croce. In Lear – dicono queste pagine – è la contraddizione insanabile tra desiderio di essere amato e libido dominandi, ma di un dominare che pretenderebbe essere pura auctoritas. Questa contraddizione produce in lui quella hysterica passio che tutti, amici e nemici, bene conoscono. Non certo frutto soltanto della “infirmityof his age”. E in ogni momento egli invoca quella pazienza che ontologicamente gli manca. Vede il bene e opera a rovescio. Male radicale della sua natura. E di quella degli altri: alla hysterica passio con cui Lear prima caccia Cordelia e più tardi maledice le figlie traditrici risponde il “troppo” di odio nei confronti del padre, che il comportamento di quest’ultime manifesta, appena mascherato da una patina “machiavellica”. Ma vi è chi sappia vedere su “questo enorme palcoscenico di folli” (IV, 6, 185)? Solo a tentoni qualcosa si scorge – e questo qualcosa è una realtà a brandelli, fatta di frammenti corrosi (IV, 6, 151).Una sola potenza, certo, qui non conosce eccessi: quella di amare. Nessuna “follia” d’amore. Cordelia e Ofelia sono figure spiritualmente antitetiche. Vendetta è la parola di Lear. Vendetta meditano reciprocamente le sorelle, sentendosi derubate del possesso di Edmund (“eppure ero amato”, egli dice: possedere e essere posseduto è l’unica forma di amore che egli conosce). Per Cacciari, “la secessio radicale dall’idea di agape è forse il tratto più apocalittico del Lear”. Nella rottura del nesso tra potestas e auctoritas sta “il peccato mortale che Lear, l’im-politico Lear, commette”: egli pensa, da folle, che l’auctoritas possa valere per sé, che sia tutt’uno con la propria persona, incarnata in essa. È per lui “naturale” che il corpo del Re continui a essere considerato sacro, anche nel momento in cui, spogliandosi dell’esercizio del potere, il Re cessi di poter esercitare qualsiasi legittima violenza. Il regno diviene la preda che nella loro lotta figlie e figli vogliono conquistare. “È il fratricidio – ma non quello fondativo, Abele-Caino, Romolo-Remo – il grande tema del Lear, non il parricidio”, è la lettura di Cacciari. I vecchi, secedendo, danno luogo al suo scatenarsi. Accecati prima ancora di esserlo, come Gloucester, non hanno saputo costruire una diversa “armonia” tra auctoritas e potestas, illudendosi semplicemente di poterle “autonomizzare”, per rinsaldarle miracolosamente nella propria persona. La loro impotenza si trasforma, invece, nel potere sine auctoritate degli eredi. Si ammazzano le sorelle, si ammazzano i fratelli. Nessuna auctoritas può risorgere da una simile lotta, e nessuno mostra di saperlo più amaramente del “vincitore”, Edgar. Rex destruens – ecco la persona di Lear. Ab-dicando e disunendo il regno e il potere, facendoli a pezzi, egli distrugge il nesso potere-autorità insieme alla forma del regno. La scena dei folli è anche quella dell’inesorabile tramonto del Pater-Potens. A decretarne la fine non sono però gli eredi, ma le eredi. Le figlie insieme al figliastro conducono il gioco luttuoso. Le figlie non diventano madri e alla follia dell’ultimo corpo del Re, che chiede amore, rispondono inseguendo con ogni mezzo quello stesso potere che vedono franare col Padre. Anche Cordelia? Per Cacciari “Cordelia è chi più drasticamente si ribella al Padre, al Padre che insiste nel sopravvivere oltre il proprio termine. Le altre sorelle stanno ancora, infatti, al suo antico e crudele gioco del potere. Cordelia, invece, è testimone che, nella catastrofe apocalittica che travolge ogni relazione, nessuna astuzia può più reggere, nessun compromesso dar frutto”. È Cordelia a imporre l’aut-aut: vuoi amore? Allora non voler potere. Se vuoi che ti ami, non voler potere su di me. La figlia prediletta è la negazione stessa dell’erede. Eredi loro malgrado si affacciano a conflitti futuri che non sapranno reggere; le figlie vivono nella loro stessa carne la morte del Padre, ma non sanno generare in quell’amore, che pure presagiscono. Certo è soltanto il timbro della fine. Nessuna fede, neppure la più pallida fiammella – avverte il filosofo di ‘Hamletica’ – fonda qui la speranza che ad essa segua un giorno del Signore.

Roma, al Teatro Trastevere ‘Titus commedia pulp’

‘Titus’, tra Shakespeare e Tarantino, una tragedia classica in chiave post moderna

Di Kat

titusRoma, 25 gennaio – Per la regia di Leonardo Buttaroni, le ‘Cattive Compagnie’ tornano a conquistare le scena di Roma con il loro spettacolo ‘Titus commedia pulp’, prodotto con la compagnia Mauri Sturno e realizzato in collaborazione con’ La Cattiva Strada’ e l’Accademia Musicale Nomos. Lo spettacolo, una rivisitazione del classico di Shakespeare in chiave noir, in scena dal 8 al 25 gennaio al teatro Trastevere a Roma, scorre sotto gli occhi di spettatori affascinati, come un film di Tarantino. Ritmi incalzanti, dettagli e colpi di scena lo rendono un meccanismo perfetto dove i temi di morte, ironia, sangue tragicità sono spinti all’estremo grazie a uno sfondo apocalittico costruito con una scenografia molto suggestiva e soffocante dal bravo Paolo Carbone. Gli attori, personaggi a volte paradossali ed estremi, ostentano la disumanità e la ferocia del mondo circostante, in cui si muovono alla perfezione. Tito Andronico /Diego Migeni è un fiero e valoroso generale che declina l’offerta del fratello e tribuno Marco/Yaser Mohamed, di diventare imperatore provocando come risultato al suo diniego violenze e vendette. Violenze ordite dalle trame dei perfidi Tamora/Daniela Kofler e Aronne/Alessandro di Somma, attuate da un demoniaco e schizofrenico Demetrio-Chirone interpretato da Gioele Rotini, in una escalation di efferatezze, alle spalle di un viscido quanto volubile  imperatore Saturnino/Marco Zordan. Primo a soccombere  a causa dei tragici eventi il bravo Matteo Fasanella/Bassiano che non subendo il fascino del male, si ribella ai soprusi tentando di proteggere la purezza dell’amore per Lavinia/Virginia Arveda, e Muzio/ Valerio Persili fratello della stessa. In un finale che vuole eleggere come vittoriosi l’odio e la violenza, ma al contrario, grazie all’estremismo caricaturale con cui ogni personaggio viene gestito in scena, finisce con lasciare nello spettatore il senso ironico e irreale delle malvagità a cui ha assistito  in una sorta di sdrammatizzazione del ‘male’.

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