Quando i diritti umani sono quelli dei braccianti agricoli (stranieri ma soprattutto italiani)

Coronavirus a parte, la regolarizzazione dei braccianti agricoli stranieri è sicuramente il tema “caldo” del momento in ambito politico, al punto tale da aver scatenato innumerevoli dissapori su una questione che pone innanzitutto i diritti umani al centro delle polemiche.


Come sappiamo la proposta di una temporanea sanatoria (di 6 mesi rinnovabili per altri 6) da concedere agli stranieri – circa 600.000 persone impiegate nei campi a 3 euro l’ora – è arrivata dal Ministro dell’Agricoltura Teresa Bellanova, talmente impegnata in prima linea per la causa da prendere in considerazione di lasciare l’attuale maggioranza qualora il provvedimento non dovesse passare.
La Ministra ha per altro sottolineato che non si tratta di una proposta finalizzata a una propaganda politica – i migranti sino a prova contraria non votano – ma del riconoscimento di alcuni imprescindibili diritti dei lavoratori in generale.

Foto Fabio Cimaglia / LaPresse
07-10-2019 Roma
La Ministra delle Politiche agricole Teresa Bellanova ospite di “Povera Patria”

Le categorie e i numeri della regolarizzazione

Del resto, nel settore agricolo gli stranieri impiegati non sono neppure la maggioranza: come ha spiegato il sindacalista Aboubakar Soumahoro durante la scorsa puntata di Mezz’ora in più, si tratta di un 82% di italiani, di un 11% di persone provenienti da paesi al di fuori dell’Europa e di un 6% che viene dall’Europa dell’Est.
Numeri a parte, dal suo punto di vista si tratta semplicemente di vite umane bisognose di tutele in quanto tali.
Fra l’altro, come ha di recente specificato la Bellanova il provvedimento riguarda solo alcune categorie di lavoratori impiegati in agricoltura e nei servizi alla persona: chi ha il permesso di soggiorno scaduto, chi lavora in una situazione di irregolarità, chi ha un’offerta di lavoro già avanzata. Inoltre, la proposta non includerà chi ha precedenti penali.
Eppure, per alcuni esponenti politici le cose non sono lineari come potrebbero sembrare.
Solo ieri, ad esempio, il Movimento 5 Stelle nella persona di Vito Crimi ha negato la possibilità di un’intesa su un permesso temporaneo di 6 mesi convertibile in permesso di lavoro alla sottoscrizione del contratto, affermando che la soluzione per garantire il mercato non può essere la regolarizzazione dei lavoratori irregolari (dal momento che l’agricoltura non si basa solo su di loro).
La Lega poi rimane dell’avviso di impedire una generale sanatoria dei lavoratori stranieri, impiegando nei campi altri generi di manodopera come gli studenti disoccupati o coloro che hanno chiesto il reddito di cittadinanza.
Tuttavia rimane da capire, a tal proposito, se le suddette persone sarebbero disposte ad accettare un lavoro così duro a simili condizioni contributive; a giudicare dal dramma della mancata raccolta di frutta e verdura in questi mesi infatti, sembrerebbe che siano davvero in pochi a voler andare nei campi. E, di sicuro, non i nostri studenti neolaureati. 

I lavoratori agricoli nel mondo

 

Nondimeno bisognerebbe ricordare che molti di questi ultimi accettano di svolgere temporaneamente lavori analoghi in altri paesi del mondo, paesi in cui la presenza dei giovani (laureati o meno) non costituisce un peso o un problema, paesi che investono su di loro proponendo il visto o il permesso di soggiorno in cambio di occupazioni umili.
È il caso ad esempio del visto “Vacanza Lavoro” australiano, richiesto in larga maggioranza dagli studenti italiani tra i 18 e i 31 anni e molte volte con una laurea in tasca, dai quali, secondo un articolo del Corriere della Sera, arriva anche il maggior numero di domande per il rinnovo del suddetto visto (che può essere ottenuto per due anni).
L’intento è quello di permettere ai giovani di diverse nazionalità di viaggiare, scoprire il continente australiano e pagare tutte le spese svolgendo lavori semplici, ma avendo in cambio la possibilità di progettare un futuro in un paese ricco e moderno.
Non mancano ovviamente (purtroppo) storie di sfruttamento e dure condizioni anche in queste agognate mete straniere, ma resta il fatto che il lavoro nei campi è considerato come un valido impiego per cominciare una qualsiasi carriera lavorativa.
Non si tratta, insomma, di un impiego di cui vergognarsi, da evitare perché disonorevole per una persona che ha studiato.

Quale futuro per il nostro paese

In tutta questa complessa e controversa questione i vari partiti concordano però su un unico aspetto: mai bisognerebbe lasciare l’agricoltura nelle braccia del caporalato mafioso, ricordandocene solo quando nessuno raccoglie la frutta e la verdura.
Considerate quindi le immense, meravigliose risorse che il suolo della nostra Italia ci regala da sempre, sarebbe invece ora di rielaborare e offrire contratti di lavoro nei campi che rilancino questo settore anziché affossarlo, specie in un mondo sempre più malato e in cui la cura della terra dovrebbe tornare ad essere una delle nostre priorità per il futuro.

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