Palladio e i veronesi. Sanmicheli, Falconetto e Paolo Veronese

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58° corso sull’architettura palladiana 27 agosto – 1 settembre 2016

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In certi casi sono monumenti antichi da studiare e disegnare con cura, come l’arco dei Gavi o l’Arena. In altri casi sono architetti a cui rubare idee, come Michele Sanmicheli o Falconetto. In altri casi ancora sono artisti con cui collaborare, come Paolo Veronese o Bernardino India. Comunque vogliamo vederla, Verona i suoi architetti e i suoi artisti sono di straordinaria importanza per Palladio: a questo rapporto, a volte di adesione, a volte di conflitto è dedicato il, organizzato dal CISA dal 27 agosto al 1 settembre. Dal 1958 il corso palladiano porta ogni anno nel Veneto architetti, storici dell’arte, semplici appassionati per un “corpo a corpo” di sei giornate con le architetture del grande architetto vicentino. Il corso prevede lezioni in aula e seminari dentro gli edifici. Saranno visitati pressoché tutti gli edifici palladiani a Vicenza e nel Veneto, con particolare attenzione ad affreschi e apparati decorativi di Paolo Veronese e degli altri artisti veronesi. Eccezionalmente per quest’anno le visite ai capolavori palladiani andranno ad intrecciarsi a quelli alle opere dei due architetti veronesi: Michele Sanmicheli a Verona e Venezia e Gianmaria Falconetto a Padova. Proprio per la specificità dell’edizione 2016, il gruppo dei docenti coinvolge storici dell’architettura e dell’arte. Fra essi vi è uno dei massimi esperti di pittura di Paolo Veronese, Xavier Salomon dalla Frick Collection di New York e il grande specialista dell’architettura di Michele Sanmicheli Paul Davis (University of Reading). Accanto ad essi le presenze familiari dei palladianisti Howard Burns (Scuola Normale Superiore, Pisa) Guido Beltramini, Fernando Rigon, e Donata Battilotti (Università di Udine). Non manca una generazione di studiosi più giovani, da Gianmario Guidarelli (Università di Padova) a Francesco Marcorin (IUAVenezia) e Giulio Zavatta (Università di Verona). Le iscrizioni sono possibili sino a martedì 16 agosto 2016. Il costo del corso palladiano, che include lezioni e seminari, materiali didattici, trasporti e accessi alle opere, è di 671 euro.

Thomas Jefferson e Palladio Come costruire un mondo nuovo

Vicenza, Palladio Museum, 19 settembre 2015 – 28 marzo 2016

jlancioINV (2)Vicenza, 20 dicembre – La mostra ci accoglie con uno specchio, dove si riflettono il busto di Palladio e quello di Thomas Jefferson. È la prima domanda della mostra: come si riflettono forme e idee? Perché un architetto di una regione periferica del Nord Italia viene preso a modello per costruire l’architettura del Nuovo Mondo? La risposta è collegata all’interrogativo di fondo: cosa ci fa in un museo d’architettura Thomas Jefferson (1743-1826), colui che scrisse materialmente la Dichiarazione d’Indipendenza e fu il terzo presidente degli USA? C’è perché fu l’americano che più di ogni altro contribuì a dare un volto alla nuova nazione attraverso l’arte, l’architettura e il disegno del territorio. Fu un visionario ma anche un pragmatico, un uomo d’azione e insieme un intellettuale che conosceva il latino e il greco e che era convinto che il Nuovo Mondo si potesse costruire solo attraverso la razionalità e la bellezza.  Avete presente quelle vedute aeree delle campagne o delle città degli Stati Uniti tutte suddivise in quadrati regolari? È stato Jefferson a fare in modo che fosse così, impostando una griglia riferita ai meridiani e paralleli, ispirandosi agli antichi Romani. Ricordate la Casa Bianca, con il portico su colonne come una villa palladiana? Jefferson avrebbe voluto addirittura una copia ingrandita della Rotonda di Vicenza, e comunque la casa del Presidente dei nuovi Stati Uniti, nati da una guerra sanguinosa contro una monarchia, doveva ispirarsi all’architettura repubblicana, com’era la Repubblica di Venezia. La mostra “Thomas Jefferson e Palladio. Come costruire un mondo nuovo” è la prima mai dedicata in Europa al grande palladianista americano. Vi condurrà nel mondo di Jefferson, le sue collezioni d’arte, i suoi progetti di architettura, i suoi sogni ma anche le sue contraddizioni: attraverso disegni, sculture, libri preziosi, modelli di architetture, video e multimedia. In mostra sono esposte anche 36 fotografie di Filippo Romano, frutto di una campagna fotografica appositamente realizzata in Virginia nella primavera del 2014. Sono presenti inoltre i tre preziosi bozzetti originali di Antonio Canova per la statua di George Washington commissionata dallo stesso Thomas Jefferson. Per rendere più coinvolgente la visita della mostra, sarà possibile scaricare gratuitamente sul proprio smartphone il racconto dei curatori e muoversi nelle sale accompagnati dalle loro parole. Prima ancora che una mostra di architettura è la mostra su un uomo, convinto che l’architettura potesse migliorare il mondo intorno a sé. Cominciò a studiarla dai libri, poi la visitò durante un lungo soggiorno in Europa, come ambasciatore degli Stati Uniti a Parigi. Costruì due ville per se stesso e molte altre per i propri amici. Con il progetto per il Campidoglio della città di Richmond stabilì le forme degli edifici del potere civile americano. Negli ultimi anni di vita, con la sede dell’Università della Virginia creò il prototipo del “campus” universitario: un’architettura aperta, con le aule in padiglioni isolati che si affacciano, insieme alle residenze degli studenti, su un prato verde, coronato dalla monumentale biblioteca in forma di Pantheon. Un’idea di comunità e insieme la visione che sia la cultura il terreno su cui costruire i nuovi Stati Uniti d’America. Per Jefferson Palladio era “the Bible”. Chiamò la propria villa Monticello perché nei Quattro Libri aveva letto (in italiano) che la Rotonda sorgeva su “un monticello”. Palladio per Jefferson era colui che aveva saputo tradurre la grande architettura romana antica per gli usi del mondo moderno. E soprattutto Palladio aveva creato “la villa”, la residenza dei gentiluomini (veneti, inglesi o americani) che curavano i propri interessi in campagna, crescendo sani nella natura e coltivando il proprio spirito con la lettura dei classici.  Ma uno specchio può anche deformare. A differenza dei committenti di Palladio e dei suoi epigoni britannici, i proprietari americani per coltivare le loro terre si servivano degli schiavi. Lo stesso Jefferson ne possedeva un centinaio. Erano privilegi solo per bianchi i tre diritti che Jefferson aveva riconosciuto fondamentali della Dichiarazione d’Indipendenza: vita, libertà e “ricerca della felicità”.  La mostra è dedicata alla memoria di Mario Valmarana, indimenticato professore alla University of Virginia, che dedicò una vita a creare ponti fra il Veneto di Palladio e la Virginia di Jefferson. È realizzata grazie al sostegno di Regione del Veneto e di Fondazione Cariverona, ed è frutto della collaborazione con Fondazione Canova di Possagno e con Stiftung Bibliothek Werner Oechslin di Einsiedeln. La mostra è parte di un progetto comune costruito con il Canadian Centre for Architecture di Montreal, che nell’ottobre 2014 ha ospitato il progetto fotografico “Found in Translation: Palladio-Jefferson. A narrative by Filippo Romano”. La mostra è a cura di Guido Beltramini e Fulvio Lenzo, sostenuti da un consiglio scientifico presieduto da Howard Burns (Scuola Normale Superiore di Pisa) e di cui fanno parte James Ackerman (Harvard University), Bruce Boucher (University of Virginia), Travis C. McDonald (Corporation for Jefferson’s Poplar Forest), Damiana Paternò (IUAV Venezia), Mario Piana (IUAV Venezia), Craig Reynolds (University of Virginia). Il catalogo, in italiano e inglese, è edito da Officina Libraria.
L’allestimento della mostra è progettato da Alessandro Scandurra.

Informazioni
Aperta dal martedì alla domenica, 10-18.
Biglietto: intero euro 10,00 / ridotto euro 7,00 / scuole euro 4,00 / family euro 12,00.

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