“Carmen”, l’opera senza tempo di Bizet inaugura la stagione lirica al Bellini di Catania

La “Carmen”, opera di Georges Bizet inaugura la stagione lirica al teatro Massimo Bellini di Catania. In scena dal 25 febbario al 3 marzo, sotto la direzione artistica di Fabrizio Carminati, la regia di Luca Verdone, i costumi di Alberto Spiazzi, il maestro del coro Luigi Petrozziello e voci del panorama internazionale.

Passione, gelosia e desiderio per un’opera in cui la libertà di amare e di vivere, scorrono inarrestabili come un fiume in piena nell’animo di coloro che li provano, è la “Carmen” di Georges Bizet. Con questa opera immortale in quattro atti, tratta dalla novella omonima di Prosper Mérimée del 1845, sarà inaugurata la stagione lirica del Teatro Massimo Bellini dal 25 febbraio al 3 marzo, sotto la direzione di Fabrizio Carminati (da gennaio direttore artistico del Teatro), la regia di Luca Verdone, con il maestro del coro Luigi Petrozziello e i costumi di Alberto Spiazzi. A far vibrare le assi del palcoscenico, la voce dei protagonisti di fama internazionale: la mezzosoprano Anastasia Boldyreva (Carmen), il tenore Gaston Rivero (Don José) , il baritono Simone Alberghini (Escamillo), Daniela Schillaci (Micaela). Siviglia 1820, la gitana Carmen, sospettata di contrabbando viene accusata di aver accoltellato qualcuno nella fabbrica di sigari dove lavora. Al sergente Don José, innamorato della sua sorellastra Micaela, viene dato l’incarico di verificare l’accaduto. Carmen viene condotta in cella e disperata prega Don José di liberarla dicendogli che lui è innamorato di lei. Il sergente favorisce, così la sua fuga. Tornata in libertà , la voce e la sensualità di Carmen fanno breccia nel cuore del torero Escamillo, ma lei è innamorata di Don José, il quale decide di disertare l’esercito e fuggire con lei e i contrabbandieri sulle montagne. Il loro rapporto, ben presto, si logora a causa dei litigi e le carte predicono la morte di Carmen e quella di José. L’arrivo di Escamillo ingelosisce Don José, che minaccia di sfidarlo in duello, ma viene fermato da Micaela che annuncia l’imminente morte della madre di  José, il quale prima di andare via giura vendetta nei confronti di Carmen ormai conquistata da Escamillo.

È il giorno della corrida a Plaza de toros , il pubblico acclama Escamillo nell’Arena, nel frattempo, Carmen incontra José che prova a convincerla a stare di nuovo con lui, ma il rifiuto le sarà fatale. Il sangue scorre, Carmen vine uccisa dall’uomo che diceva di amarla.

Il Risorgimento italiano: quando far musica era (anche) un atto politico

L’apporto dell’opera lirica all’unità d’Italia si deve a delle caratteristiche specifiche , in cui rientra inoltre un preciso stile letterario: non a caso la conoscenza della lingua italiana utilizzata per i libretti conobbe la massima diffusione, poiché si trattava di un linguaggio necessario alla comprensione di ideali esportabili e condivisibili in tutto il mondo.

 

Sopra: la celebre frase “Viva Verdi”, acronimo di “Viva Vittorio Emanuele Re d’Italia”.

È noto che il Risorgimento sia tutt’oggi considerato come una delle pagine di storia più gloriose e significative del nostro paese. Non si tratta solo di un periodo contraddistinto da un forte sentimento patriottico, ma di un’epoca unica per il ruolo politico attribuito dalla società alla musica: essa infatti fu ritenuta per la prima volta, grazie all’opera lirica, l’arte più adatta all’espressione degli ideali e delle emozioni del popolo.

C’è quindi una spiegazione se nell’‘800 il genere musicale di spicco in Italia fu quello del melodramma: i libretti teatrali restituivano gli ideali democratici e repubblicani degli autori tramite delle vicende storiche spesso lontanissime – in modo tale che non si incorresse nelle mire della censura – ma la capacità narrativa della melodia era così eloquente da arrivare alle orecchie di chiunque, specie a quelle delle classi sociali povere e incolte.

Tale realtà fu evidente a molti intellettuali e politici, tra i quali Giuseppe Mazzini: la sua idea di Repubblica Italiana era fondata sulla condivisione, da parte dell’intero popolo, delle ideologie espresse innanzitutto dall’arte e più nello specifico dalla musica, omaggiata nella Filosofia del 1836.
In quest’ultima al melodramma italiano è attribuito l’illustre compito di essere il “sacerdote di una morale rigenerazione”, frase la cui aura sacrale richiama il significato che gli antichi Greci attribuivano al loro teatro.
La consacrazione delle idee risorgimentali avvenne poi soprattutto grazie ai contributi del primo repertorio di Giuseppe Verdi, al quale appartengono il Nabucco (1842) – il cui Va’ pensiero è il brano musicale più rappresentativo del pensiero democratico dell’autore – la Battaglia di Legnano (1849) e i Vespri Siciliani (1855), emblematici del desiderio di libertà dallo straniero.

L’apporto dell’opera lirica all’unità d’Italia si deve quindi a delle caratteristiche specifiche (la scelta dei soggetti, l’elaborazione dei personaggi etc.), in cui rientra inoltre un preciso stile letterario: non a caso la conoscenza della lingua italiana utilizzata per i libretti conobbe la massima diffusione, poiché si trattava di un linguaggio necessario alla comprensione di ideali esportabili e condivisibili in tutto il mondo.

È chiaro allora che la musica lirica sia stata la più potente portavoce delle battaglie politico-sociali del nostro paese, nonché un punto di riferimento imprescindibile per i patrioti del movimento Risorgimentale.

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