Il Risorgimento italiano: quando far musica era (anche) un atto politico

L’apporto dell’opera lirica all’unità d’Italia si deve a delle caratteristiche specifiche , in cui rientra inoltre un preciso stile letterario: non a caso la conoscenza della lingua italiana utilizzata per i libretti conobbe la massima diffusione, poiché si trattava di un linguaggio necessario alla comprensione di ideali esportabili e condivisibili in tutto il mondo.

 

Sopra: la celebre frase “Viva Verdi”, acronimo di “Viva Vittorio Emanuele Re d’Italia”.

È noto che il Risorgimento sia tutt’oggi considerato come una delle pagine di storia più gloriose e significative del nostro paese. Non si tratta solo di un periodo contraddistinto da un forte sentimento patriottico, ma di un’epoca unica per il ruolo politico attribuito dalla società alla musica: essa infatti fu ritenuta per la prima volta, grazie all’opera lirica, l’arte più adatta all’espressione degli ideali e delle emozioni del popolo.

C’è quindi una spiegazione se nell’‘800 il genere musicale di spicco in Italia fu quello del melodramma: i libretti teatrali restituivano gli ideali democratici e repubblicani degli autori tramite delle vicende storiche spesso lontanissime – in modo tale che non si incorresse nelle mire della censura – ma la capacità narrativa della melodia era così eloquente da arrivare alle orecchie di chiunque, specie a quelle delle classi sociali povere e incolte.

Tale realtà fu evidente a molti intellettuali e politici, tra i quali Giuseppe Mazzini: la sua idea di Repubblica Italiana era fondata sulla condivisione, da parte dell’intero popolo, delle ideologie espresse innanzitutto dall’arte e più nello specifico dalla musica, omaggiata nella Filosofia del 1836.
In quest’ultima al melodramma italiano è attribuito l’illustre compito di essere il “sacerdote di una morale rigenerazione”, frase la cui aura sacrale richiama il significato che gli antichi Greci attribuivano al loro teatro.
La consacrazione delle idee risorgimentali avvenne poi soprattutto grazie ai contributi del primo repertorio di Giuseppe Verdi, al quale appartengono il Nabucco (1842) – il cui Va’ pensiero è il brano musicale più rappresentativo del pensiero democratico dell’autore – la Battaglia di Legnano (1849) e i Vespri Siciliani (1855), emblematici del desiderio di libertà dallo straniero.

L’apporto dell’opera lirica all’unità d’Italia si deve quindi a delle caratteristiche specifiche (la scelta dei soggetti, l’elaborazione dei personaggi etc.), in cui rientra inoltre un preciso stile letterario: non a caso la conoscenza della lingua italiana utilizzata per i libretti conobbe la massima diffusione, poiché si trattava di un linguaggio necessario alla comprensione di ideali esportabili e condivisibili in tutto il mondo.

È chiaro allora che la musica lirica sia stata la più potente portavoce delle battaglie politico-sociali del nostro paese, nonché un punto di riferimento imprescindibile per i patrioti del movimento Risorgimentale.

La barriera invisibile, i formalismi della lingua italiana ostacolo nel rapporto tra cittadini e politici

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In italiano il dare del ‘lei’ formale crea un barriera invisibile tra esponente politico e cittadino. Nel mondo anglosassone dove si usa solo il ‘tu’ il rapporto è più diretto ed il politico risponde giorno per giorno al mandato di chi lo elegge

di Gianni Pezzano

 

casta

Anni fa, dopo aver organizzato il primo convegno nazionale tra gruppi italiani di assistenza sociale in Australia, ho ricevuto la telefonata dall’assistente personale del Ministro dell’Immigrazione che era stato ospite del convegno per invitarmi a un incontro alla casa del Ministro. La settimana dopo mi sono presentato all’appuntamento dove ho trovato altri esponenti di gruppi “etnici” come vengono chiamati i gruppi di immigrati in Australia. Dopo il benvenuto alla casa e due chiacchiere con altri ospiti sono stato invitato a un incontro privato nell’ufficio del Ministro per trovarmi a quattrocchi con Bob Hawke, il Primo Ministro australiano dell’epoca. Quando gli ho detto la tradizionale “Pleased to meet you Mr Hawke”, lui ha risposto con un sorriso e “Call me Bob”, cioè, “Chiamami Bob” per poi spiegare lo scopo dell’incontro.

Questo è stato non solo il mio inizio nella vita politica del mio paese di nascita, ma anche e soprattutto, dopo diversi incontri con politici e burocrati italiani durante gli anni precedenti, il momento che mi ha fatto capire la differenza enorme tra l’atteggiamento australiano verso i suoi politici e quello italiano, basato in gran parte dall’impostazione personale creata dalla lingua italiana.

Mai avrei immaginato di dare del tu a un politico italiano e invece era stato proprio Hawke a dirmi di parlargli in modo rilassato e amichevole. Nel corso degli anni di attività all’interno del partito ho visto che questo atteggiamento non era limitato solo agli incontri partitici. Ho conosciuto molti politici, sia a livello nazionale che statale, che mi ha fatto capire che i politici australiani, per la stragrande parte, è in costante contatto con il pubblico. Il cittadini australiani si aspettano che i loro politici siano alla mano e aperti e molti elettori non esitano ad avvicinare il loro deputato al baretto locale mentre prende un caffè per chiedere un aiuto o per dare il loro parere su qualche bega locale.

Questa interazione tra cittadini e politici non è dovuto semplicemente ai seggi uninominali in Australia dove i politici rischiano d’essere cacciati via se perdono il contatto con il loro elettorato. Infatti, nelle elezioni australiane di tutti i livelli in periodi di insoddisfazione popolare verso i governi, non è insolito per ministri o assessori perdere il seggio proprio perché considerati distaccati dai suoi concittadini e dalle loro vite.

Il legame tra i politici anglosassoni e i loro elettori viene proprio dalla lingua inglese dove, , il “ye” e “thee”,  il voi e il tu originali d’inglese, sono spariti dall’uso quotidiano tranne in qualche caso raro come gli Hamish e altre sette protestanti negli Stati Uniti. Invece, l’italiano con il lei formale inizia sin dall’introduzione al politico o all’esponente di turno a creare una barriera invisibile tra cittadino e politico. Anzi, questa barriera esiste anche nell’uso dei titoli come “Avvocato”, “Architetto”, “Dottore” e cosi via nel corso delle nostre attività di lavoro e amministrative. In compenso, non pochi di noi hanno utilizzato questi titoli con amici per prenderli in giro quando cominciano a darsi delle arie.

Nel dire questo non voglio far pensare che non esistono usanze di corrispondenza e gli scambi ufficiali alle autorità anglosassoni, esistono eccome. Basta vedere la cerimonia di apertura dell’anno parlamentare per capire che anche loro sono capaci di seguire formalità complicate, ma queste formalità spariscono fuori degli ambienti del parlamento e degli incontri ufficiali. Nell’attimo in cui il ministro o il politico si trova tra i suoi elettori spariscono i modi formali.

Inoltre, l’esistenza dei seggi uninominali impongono ai politici un duro lavoro di contatto con i loro concittadini con orari fissi per contatti in ufficio, come anche la tradizione di fare il giro delle case dell’elettorato per farsi conoscere. Questo lavoro non è facoltativo ma necessario, così necessario che i partiti politici tengono d’occhio il comportamento dei loro parlamentari per poi non esitare nel dir loro di fare di più con i loro elettori se lo ritengono necessario.

Questo atteggiamento dei parlamentari e il rapporto rilassato permesso dalla lingua inglese hanno un significato profondo. In fondo il parlamentare non è altro che un cittadino eletto a un posto di rappresentanza dai suoi concittadini. Questa elezione impone al politico il senso di rappresentare il suoi elettori, sia chi lo ha votato che per i partiti in opposizione.

Un segno importante di questo concetto si trova nelle regole parlamentari di questi paesi. In Italia basta guardare un servizio televisivo parlamentare per vedere che il Presidente della Camera o il Senato nomina il deputato o il senatore di turno con il cognome. Nei paesi anglosassoni i deputati vengono nominati come il “Member” (Deputato) per il seggio che rappresentano e il senatori come i rappresentante del loro Stato o Regione. Come avviene poi anche nei servizi giornalistici. Questo è il riconoscimento formale e istituzionale che il parlamentare è il rappresentante del suo elettorato e non del suo partito.

Stranamente per noi italiani, in inglese non esiste la frase  “Lei non sa chi sono io” e se succedesse un australiano o un inglese direbbe senza esitazione “Me ne infischio”. Un buon prima passo sarebbe proprio di abolire l’uso di frasi del genere e di quelle espressioni che fanno sentire differenza tra cittadini e i loro rappresentanti che non dovrebbero esistere.

Sarebbe facile dire “Che Utopia! Non succederebbe mai qui”, ma il cambio dei rapporti tra gruppi inizia proprio nel guardare l’interazione tra di loro per rimediare ai problemi di comunicazione. E in Italia un buon inizio sarebbe proprio di indirizzare il modo con cui interagiamo con i politici e come ci riferiamo a loro formalmente. Questi cambi non vengono in seguito a referendum come per i cambi della Costituzione che vediamo ora in Italia. Questi cambi vengono dalla volontà di cambiare le regole del parlamento e stare attenti al linguaggio che entrambi le parti utilizzano.

Negli ultimi anni la fiducia tra i cittadini e quel che molti chiamano la “Casta” sta scendendo a livelli di vera preoccupazione e ha peggiorato la credibilità dei loro rappresentanti. È ora che si cominci a provvedere a quei passi necessari per ristabilire le linee di comunicazione tra parlamentari e cittadini. Il primo passo sarebbe proprio di linguaggio eliminando la barriera che crea.

Vediamo ogni giorno il prezzo della sfiducia nella politica, ma il costo di sistemare questo distacco non sarebbe poi così alto, basterebbe qualche cambio di parole per iniziare il percorso.

 

 

La “SUPERCAZZOLA” e il TIKI-TACA entrano nello Zingarelli 2016

Il tormentone, nato 40 anni fa dal film “Amici Miei” e la tattica calcistica tra le nuove voci entrate nel vocabolario della lingua italiana.

51sNGXuLNnL._SX349_BO1,204,203,200_Roma, 19 novembre – “Blindo come fosse antani, sbiricuda tapioca…”. Sarebbe contento Mario Monicelli perché la “SUPERCAZZOLA” è entrata nel vocabolario della lingua italiana Zingarelli 2016. Proprio quando “Amici Miei”, il film da cui proviene, compie 40 anni. Parola o frase senza senso, pronunciata con serietà per sbalordire e confondere l’interlocutore”: questa è la definizione lessicografica nel dizionario. Nata come sketch esilarante nel celebre film del regista toscano – uscito nel 1975 -, la parola è diventata un vero tormentone, entrando nella memoria collettiva nel corso degli anni. Così la frase “non-sense” che il conte Mascetti (Ugo Tognazzi) e gli altri goliardici protagonisti di “Amici Miei” propinavano alle vittime dei loro scherzi ha acquistato non solo un “senso” ma un peso specifico nel linguaggio comune. Allo stesso modo il calcistico “TIKI-TACA”: nel vocabolario è uno “spagnolismo” che significa “ticchete tocchete”. “Nel calcio, tipo di gioco consistente in un insistito possesso palla basato su una serie di passaggi ripetuti”. Dopo aver riempito le pagine dei quotidiani sportivi oltre che le bacheche di trofei del Barcellona di Guardiola, il tiki-taca adesso è una parola italiana. Sono due degli oltre 500 inserimenti che lo Zingarelli 2016, da notaio della lingua italiana, ha registrato e aggiunto alle 144.000 voci e 380.000 significati. A proposito di calcio, dal mondo del pallone arrivano anche BORDOCAMPISTA, il giornalista radio-televisivo che segue una partita a bordo campo. Con “Genny a’ Carogna” e Ivan “Il Terribile” Bogdanov, le cronache sportive – e non solo – hanno coniato il CAPOCURVA, leader della tifoseria organizzata più focosa di una squadra di calcio. E anche SCIARPATA (espressione coreografica del tifo sportivo da parte degli spettatori, consistente nello sventolamento collettivo delle sciarpe). Dalla politica arriva il POLTRONISMO (atteggiamento di chi farebbe qualsiasi cosa per conservare il suo incarico). Consuetudine nostrana avversata da movimenti come il PENTASTELLATO (nel linguaggio giornalistico, relativo o appartenente al Movimento 5 Stelle). Consuetudini che possono generare l’ITALOFOBIA, l’atteggiamento di forte avversione, di ostilità verso l’Italia e tutto ciò che è italiano. Come quella di essere COMPLOTTISTA (chi ordisce complotti. E chi tende a immaginare complotti dietro a ogni evento); oppure RECESSIONISTA per l’EXTRADEFICIT. E magari qualcuno rimpiange di non aver avuto il THATCHERISMO, ossia la teoria e prassi governativa di M. Thatcher (primo ministro del Regno Unito negli anni 1979-90), basata su un radicale programma di liberalizzazione dei mercati e sulla riduzione delle spese assistenziali e dell’intervento dello Stato nell’economia. L’Italia oggi è quella del TELEPEDAGGIO (sistema elettronico che consente il pagamento del pedaggio autostradale senza sosta al casello), della TELEASSISTENZA, dei COOKING SHOW in tv, delle REUNION delle vecchie e gloriose band della musica; della FOTODEPILAZIONE e dell’ASPIRATUTTO. E’ il paese di chi fa lo STARTUPPER (chi ha la responsabilità della gestione di un’impresa in fase di startup) e chi lo SHUTDOWN (chiusura di un’attività o di un servizio). Gli italiani sono quelli che giocano alla VIDEOLOTTERY; quelli che in auto hanno la consuetudine di SFANALARE (usare ripetutamente gli abbaglianti dell’automobile per segnalare), di EUFEMIZZARE (attenuare l’asprezza o la sconvenienza di un’espressione usando eufemismi); quelli che hanno l’EXPAT (chi ha un contratto di lavoro all’estero). E chi si prende un TROJAN nel suo pc (virus nascosto in un programma ritenuto utile). Imperversano nuove malattie come l’IPOMANIA (disturbo lieve della personalità che si manifesta come eccesso di attivismo o euforia immotivata); la DISPOSOFOBIA (paura ossessiva di eliminare oggetti, abiti ecc. e conseguente tendenza patologica ad accumularli). COPIA-INCOLLARE (trasferire elementi di un documento mediante il copia-incolla) . Ma la paura più grande è quella della furia JIHADISTA ossia il sostenitore, seguace della jihad. Segno dei tempi come le nuove figure del COGENITORE (uno dei genitori rispetto all’altro, specialmente se il concepimento o l’adozione del figlio avviene al di fuori degli schemi della famiglia tradizionale), della MADRE SURROGATA (donna che porta a termine una maternità surrogata). E anche lo stato di ADULTITA’ cioè la condizione di adulto, sta cambiando. Insomma siamo un paese dove tutto è SMART (come smartphone, smartwatch, smartglass). Ma non lasciamoci BABBIARE (prendere in giro): dietro la nuvola dello SVAPO c’è sempre la solita PARACULAGGINE. Mettiamoci in tasca la MISERICORDINA (la scatola simile a una confezione di medicinali (in quanto ‘rimedio per l’anima’), contenente il rosario, distribuita dalla Chiesa cattolica su iniziativa di papa Francesco) e consoliamoci con un MACARON CIOCCOLATOSO, un MARSHMALLOW e un bicchiere di PIGNOLETTO. Lo Zingarelli 2016 contiene anche 964 schede di sfumature di significato che analizzano altrettanti gruppi di parole e ne consigliano l’uso in base al contesto. Oltre 100 definizioni d’autore, inedite e originali: significati firmati da chi in quella parola ha messo la propria vita e la propria esperienza. La versione elettronica dello Zingarelli 2016  contiene, oltre al testo integrale dell’opera, anche il testo integrale del Vocabolario degli Accademici della Crusca, 1ª edizione del 1612  per gentile concessione dell’Accademia della Crusca -, ricercabile per lemma e a tutto testo; il Dizionario della lingua italiana di Nicolò Tommaseo e Bernardo Bellini, il più importante vocabolario di italiano dell’Ottocento pubblicato in 8 volumi fra il 1865 e il 1879, e l’Enciclopedia Zanichelli con oltre 70 000 voci, aggiornata al 30 aprile 2015. Tutte queste opere possono essere consultate insieme al vocabolario con lo stesso motore di ricerca. Sempre nella versione elettronica è possibile accedere a un Dizionario dei sinonimi integrato, ascoltare la pronuncia sonora di tutte le parole, vedere la loro divisione sillabica e le tavole di flessione; un Analizzatore morfologico opera l’analisi grammaticale di tutte le forme flesse. Nell’anno del 750° anniversario della nascita di Dante, segnaliamo anche le circa 1000 citazioni dantesche ricercabili con un’unica interrogazione, e le altre citazioni di 123 autori, tutte ricercabili con un click.

#dilloinitaliano,un intervento per la lingua italiana

Qui di seguito il testo di una petizione su Change.org per invitare il governo italiano, le amministrazioni pubbliche, i media, le imprese a parlare un po’ di più in italiano

A cura di Annamaria Testa

dillo in italianoRoma, 19 febbraio – La lingua italiana è la quarta più studiata al mondo. Oggi parole italiane portano con sé dappertutto la cucina, la musica, il design, la cultura e lo spirito del nostro paese. Invitano ad apprezzarlo, a conoscerlo meglio, a visitarlo.
Le lingue cambiano e vivono anche di scambi con altre lingue. L’inglese ricalca molte parole italiane (“manager” viene dall’italiano maneggiare, “discount” da scontare) e ne usa molte così come sono, da studio a mortadella, da soprano a manifesto.
La stessa cosa fa l’italiano: molte parole straniere, da computer a tram, da moquette a festival, da kitsch a strudel, non hanno corrispondenti altrettanto semplici, efficaci e diffusi. Privarci di queste parole per un malinteso desiderio di “purezza della lingua” non avrebbe molto senso.
Ha invece senso che ci sforziamo di non sprecare il patrimonio di cultura, di storia, di bellezza, di idee e di parole che, nella nostra lingua, c’è già.
Ovviamente, ciascuno è libero di usare tutte le parole che meglio crede, con l’unico limite del rispetto e della decenza. Tuttavia, e non per obbligo ma per consapevolezza, parlando italiano potremmo tutti interrogarci sulle parole che usiamo. A maggior ragione potrebbe farlo chi ha ruoli pubblici e responsabilità più grandi.
Molti (spesso oscuri) termini inglesi che oggi inutilmente ricorrono nei discorsi della politica e nei messaggi dell’amministrazione pubblica, negli articoli e nei servizi giornalistici, nella comunicazione delle imprese hanno efficaci corrispondenti italiani. Perché non scegliere quelli? Perché, per esempio, dire “form” quando si può dire modulo, “jobs act” quando si può dire legge sul lavoro, “market share” quando si può dire quota di mercato?
Chiediamo all’Accademia della Crusca di farsi, forte del nostro sostegno, portavoce e autorevole testimone di questa istanza presso il Governo, le amministrazioni pubbliche, i media, le imprese. E di farlo ricordando alcune ragioni per cui scegliere termini italiani che esistono e sono in uso è una scelta virtuosa.
1) Adoperare parole italiane aiuta a farsi capire da tutti. Rende i discorsi più chiari ed efficaci. È un fatto di trasparenza e di democrazia.
2) Per il buon uso della lingua, esempi autorevoli e buone pratiche quotidiane sono più efficaci di qualsiasi prescrizione.
3) La nostra lingua è un valore. Studiata e amata nel mondo, è un potente strumento di promozione del nostro paese.
4) Essere bilingui è un vantaggio. Ma non significa infarcire di termini inglesi un discorso italiano, o viceversa. In un paese che parla poco le lingue straniere questa non è la soluzione, ma è parte del problema.
5) In itanglese è facile usare termini in modo goffo o scorretto, o a sproposito. O sbagliare nel pronunciarli. Chi parla come mangia parla meglio.
6) Da Dante a Galileo, da Leopardi a Fellini: la lingua italiana è la specifica forma in cui si articolano il nostro pensiero e la nostra creatività.
7) Se il nostro tessuto linguistico è robusto, tutelato e condiviso, quando serve può essere arricchito, e non lacerato, anche dall’inserzione di utili o evocativi termini non italiani.
8) L’italiano siamo tutti noi: gli italiani, forti della nostra identità, consapevoli delle nostre radici, aperti verso il mondo.
Infarcire discorsi politici e comunicazioni amministrative, resoconti giornalistici o messaggi aziendali di termini inglesi che hanno adeguati corrispondenti italiani rende i testi meno chiari e trasparenti, meno comprensibili, meno efficaci. Farsi capire è un fatto di civiltà e di democrazia.
Ma non solo: la lingua italiana è amata. È la quarta studiata nel mondo. È un potente strumento di promozione nel nostro paese ed è un grande patrimonio. Sta alle radici della nostra cultura. È l’espressione del nostro stile di pensiero. Ed è bellissima.
Privilegiare l’italiano non significa escludere i contributi di parole e pensiero che altre lingue possono portare. Non significa chiudersi ma, anzi, aprirsi al mondo manifestando la propria identità. Significa, infine, favorire un autentico bilinguismo: competenza che chiede un uso appropriato e consapevole delle parole, a qualsiasi lingua appartengano

Fonte: change.org

 

 

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