La Lidu, Lega Italiana dei Diritti dell’Uomo, discute i 60 anni dei Trattati di Roma coi volontari del servizio civile

La Lega Italiana dei Diritti dell’Uomo, in occasione dei festeggiamenti del prossimo 25 marzo stigmatizza: in tempi di crisi è fondamentale risvegliare una coscienza europea, facendo leva sull’operato di grandi italiani, come Luigi Einaudi, Carlo Sforza, Gaetano Martino, ed un giurista concreto, il quale ha lasciato il segno nella stesura dei Trattati di Roma: Nicola Catalano.

La Lidu (Lega Italiana dei Diritti dell’Uomo), venerdì 24 marzo, in occasione del 60mo anniversario della stipula dei Trattati di Roma (25 marzo 1957), dedica una lezione del suo corso di formazione per giovani aderenti al servizio civile alla fondazione della Comunità Economica Europea e dell’Euratom. L’incontro formativo avrà luogo presso la sede nazionale di Pz. D’Ara Coeli 12 dalle ore 13 alle 18.  Le due Comunità sorte coi Trattati di Roma, infatti, assieme con la prima delle Comunità, quella Carbosiderurgica del 1951, hanno avviato il processo d’integrazione supernazionale attraverso cui s’è data vita all’attuale Unione Europea. La lezione verrà tenuta dall’avvocato Riccardo Scarpa, un tempo stretto collaboratore di Nicola Catalano il quale, già Consigliere Giuridico dell’Alta Autorità della C.e.c.a. dal 1953 al 1956 , contribuì, come esperto giuridico della delegazione italiana, alla stesura dei Trattati del 25 marzo 1957, e successivamente fu Giudice della Corte di Giustizia delle Comunità Europee (7 ottobre 1958) e dal gennaio del 1960 Presidente della 1ª Sezione della stessa. A Catalano si deve, in particolar modo, l’idea del ricorso in via pregiudiziale alla Corte di Giustizia per questioni d’interpretazione del diritto comunitario, modellato sul ricorso alla Corte Costituzionale italiana, che assicura l’uniformità d’interpretazione delle norme dello stesso nell’applicazione da parte dei giudici nazionali.

La LIDU indica, così, la via d’un opportuno percorso di conoscenza degli eventi storici che hanno portato all’attuale Unione Europea, per ottenere una coscienza di appartenenza che sia punto di partenza per i necessari miglioramenti di un’Europa futura, con una cittadinanza consapevole e produttiva. Ciò nella convinzione che certe contestazioni populiste oggi investenti l’Unione siano frutto d’una profonda ignoranza.

“Quello che stiamo facendo è un corso di formazione per l’attività dei giovani volontari del servizio civile, della durata di un mese” spiega il presidente della Lidu Antonio Stango – “Molti gli argomenti trattati coi 13 giovani aderenti alla nostra formazione in questo periodo, presso la nostra sede. Costoro hanno l’opportunità di metabolizzare i grandi temi dei Diritti Umani, d’acquisire competenze utili al loro futuro impegno di cittadinanza attiva, sia in Italia che all’estero”.

Non è casuale la scelta di voler ripercorrere gli accadimenti storici proprio in concomitanza delle celebrazioni previste dal Governo, in cui sono prevalenti gli argomenti retorici sul serio esame delle ragioni d’essere del processo d’integrazione, non sempre chiare all’opinione pubblica.

Mya, un progetto per realizzare la coscienza europea nei giovani dei Paesi membri

Si è concluso l’Erasmus+ ‘Mobility of Young Adults’ nato da un’idea dell’associazione L.O.A.D. in collaborazione con Lidu onlus, Apd e Liga Portuguesa dos Direitos Humanos, che ha coinvolto giovani di Italia, Romania e Portogallo  insieme per abbattere diffidenza e discriminazione

di Tiziana Primozich

Si è conclusa l’esperienza di tre settimane del Mobilty of Young Adults, il progetto dell’associazione L.O.A.D. in collaborazione con Lidu onlus, Apd e Liga Portuguesa dos Direitos Humanos, nato per abbattere gli stereotipi negativi che impediscono la nascita di una coscienza europea nei giovani degli Stati Membri. Importanti le competenze acquisite dai giovani partecipanti in termini di diritti umani, tutte racchiuse in una sorta di diploma, lo Youth Pass, che è stato consegnato agli studenti e certifica il lavoro svolto, valido anche come credito formativo.

Italia, Romania e Portogallo sono i Paesi che per questa prima edizione di Mya hanno visto 30 giovani universitari insieme per tre settimane, in un confronto costruttivo sui temi dei diritti umani e dell’integrazione europea. Si tratta di un progetto presentato da L.O.A.D (libera organizzazione assistenza e diritti) presieduta da Dario Ugenti, e finanziato dalla Comunità Europea nell’ambito di Erasmus+, nato in partenariato con la Lega Italiana dei Diritti dell’Uomo insieme alla Liga Portuguesa dos Direitos Humanos e all’Asociatia Pro Democratia Romena.

“Il progetto Mya nato grazie al coinvolgimento dell’Agenzia Nazionale per i Giovani (ANG), organismo pubblico dotato di autonomia organizzativa e finanziaria, vigilato dal Governo Italiano e dalla Commissione Europea,” – ha spiegato il presidente di Load Dario Ugenti –  “ha coinvolto ragazzi universitari dai 22/24 anni, Italiani, Romeni e Portoghesi, residenti in Italia, in Romania ed in Portogallo, scelti tra coloro che si trovano in situazione di disagio sociale ma fortemente motivati ad un rapporto costruttivo con i coetanei di altri paesi. L’idea nasce dopo un’attenta analisi  che dimostra che i giovani manifestano una scarsa consapevolezza di essere europei, è ancora molta diffusa la diffidenza tra ragazzi di etnia diversa, con uno sfondo preoccupante che sfocia spesso in episodi di violenza e discriminazione”.

La scelta dei paesi partecipanti infatti non è stata casuale: la Romania in quanto questa comunità è molto presente in Italia ed il Portogallo perché ancora oggi è un paese poco interessato dai flussi migratori. Le tre settimane di studio e formazione si sono svolte presso l’azienda agrituristica Green Line di Cisterna di Latina, struttura scelta per la presenza di ampie sale riunione, una buona cucina tradizionale, ma anche per la possibilità di svolgere attività ludico- sportive ( equitazione, tennis ecc.), che sono servite a creare quel clima di amicizia e solidarietà tra i trenta ragazzi, che era una delle finalità del progetto stesso.  Del resto, come riferisce lo stesso Ugenti, al di là delle analisi sociologiche, i ragazzi già nelle prime ore dal loro arrivo hanno iniziato a solidarizzare e fare amicizia, chiedendo addirittura di poter stare insieme anche oltre le ore previsto per il lavoro e lo studio.

Vivo apprezzamento ha espresso durante la conferenza stampa di chiusura il presidente onorario della Lidu onlus, Alfredo Arpaia, evidenziando la necessità di realizzare una coscienza europea, superando  la sovranità degli Stati, e considerando il trasferimento di culture e di conoscenze un bene comune che è il futuro dell’Europa stessa. Allo stesso modo il presidente della Liga Portuguesa dos Direitos Humanos, José Rebelo, che affermando con sagacia che la  Romania non è Dracula, l’ Italia non è mafia e il  Portogallo non è Cristiano Ronhaldo, ha saputo proporre una profonda riflessione che spiega come è semplice, restando su un piano superficiale, essere vittime di stereotipi negativi che innescano il meccanismo del pregiudizio e della diffidenza tra popoli diversi.

Un esperimento di integrazione e condivisione quello del progetto Mya pienamente riuscito che ha individuato anche 9 peer tutor che avranno un ruolo futuro per la continuazione del progetto stesso, che Dario Ugenti di Load intende riproporre per l’anno prossimo coinvolgendo altri giovani di diversi Paesi europei.

 

 

 

In scena a Palazzo Brancaccio “10 storie che potevano essere vere”, per ricordare la tragica realtà della strage di Khojaly

A 25 anni dal genocidio della popolazione azeirbagiana di Khojaly da parte dei militari armeni, uno spettacolo per non dimenticare e chiedere giustizia. Tra i presenti Antonio Stango, presidente della Lidu onlus e Sergio Divina, senatore e presidente dell’associazione Interparlamentare di Amicizia Italia Azerbaigian

di Tiziana Primozich

 

“Il ricordo del massacro di Khojaly attraverso le immagini e le parole dello spettacolo appena visto,  è stato profondamente toccante dal punto di vista umano ed è importante che venga diffuso, anche con rappresentazioni e momenti di dibattito in altre città”. Così Antonio Stango presidente della Lidu onlus nel suo intervento al termine dello spettacolo in musica e parole “10 storie che potevano essere vere”, nato da un’idea di Leyla Aliyeva, vice presidente della Fondazione Heydar Aliyev e promotrice della campagna internazionale “Giustizia per Khojaly!”, andato  in scena a Palazzo Brancaccio il 20 febbraio scorso.

L’evento è stato organizzato dall’Ambasciata della Repubblica dell’Azerbaigian in Italia in collaborazione con l’associazione Espressione d’Arte, in commemorazione del XXV Anniversario del genocidio di Khojaly, avvenuto  nella notte tra il 25 e il 26 febbraio 1992, quando le forze militari dell’Armenia attaccarono la città di Khojaly, nella regione azerbaigiana del Nagorno-Karabakh, causando la morte di 613 persone, tra cui 106 donne, 63 bambini e 70 anziani. Una tragedia che il mondo, non dovrebbe dimenticare.

Sul palco sotto la direzione artistica di Pierluigi Ruggiero, violoncellista noto a livello internazionale, Giuliano Di Giuseppe, direttore di numerose orchestre italiane, insieme al violinista ungherese Zoltan Banfalvi e il chitarrista Luca Trabucchi. Voci narranti delle 10 storie raccontate gli attori Alessia Centofanti e Raffaello Mastrorilli. “Di grande efficacia la formula narrativa adottata per questo 25esimo anniversario, per non dimenticare una strage sottaciuta e spesso sconosciuta al grande pubblico” ha continuato il presidente Stango ”che  utilizzando come filo conduttore dello spettacolo un  suggestivo alternarsi di musica e narrazione, racconta il destino delle vite mancate, ciò che sarebbe potuto accadere, se l’umanità fosse stata più clemente, o semplicemente giusta. Nel rispetto del diritto internazionale occorre che si giunga finalmente alla definizione delle responsabilità dei colpevoli e alla fine dell’occupazione non soltanto del Nagorno Karabakh, ma anche dei 7 distretti azerbaigiani adiacenti. L’Italia dovrebbe svolgere un ruolo attivo in questo, anche perché nel 2018 avrà la presidenza di turno dell’OSCE e già quest’anno fa parte della ‘trojka’ di Stati che ne determinano l’agenda”.

In effetti il genocidio di Khojaly rappresenta l’evento più drammatico avvenuto nell’ambito del conflitto del Nagorno-Karabakh tra Armenia ed Azerbaigian. Come conseguenza del conflitto, ancora oggi l’Armenia occupa militarmente il 20% del territorio azerbaigiano e più di 1 milione di rifugiati e profughi azerbaigiani, oggetto della politica di pulizia etnica dell’Armenia, sono privati della possibilità di ritorno nella loro terra. ”Khojaly è un crimine contro l’umanità”, ha affermato con forza Mammad Ahmadzada Ambasciatore in Italia dell’Azerbaigian, evidenziando l’importanza di una corretta valutazione politica e giuridica da parte della comunità internazionale di quanto tristemente avvenuto in quella città.

Presente in sala, con oltre 250 persone tra rappresentanti del mondo politico, diplomatico, accademico, imprenditoriale e dell’informazione, anche il senatore Sergio Divina presidente dell’associazione Interparlamentare di Amicizia Italia – Azerbaigian, da tempo impegnato in un’attività di promozione e di supporto in un ottica di collaborazione economica e culturale tra i due Paesi. Divina, che è anche membro Osce, ha evidenziato come esistano ancora oggi dei circoli che ostacolano la diffusione della verità sulla strage di Khojaly e ha sottolineato l’importanza di far conoscere la verità su un genocidio poco noto, al fine di  giungere ad una soluzione definitiva ed equa del conflitto nel rispetto dell’integrità dell’Azerbaigian e delle regole internazionali del diritto umanitario

 

 

 

 

Giornata mondiale dei diritti umani: a Pia Locatelli il Premio “Paolo Ungari” della LIDU

[AdSense-A]

La Lega Italiana dei Diritti dell’Uomo premia Pia Locatelli per il suo impegno nella difesa dei diritti umani, in particolare per le pari opportunità.

pia-locatelli

Il Premio annuale istituito dalla LIDU – Lega Italiana dei Diritti dell’Uomo per celebrare la Dichiarazione Universale, approvata dalle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948, è stato assegnato per il 2016 a Pia Locatelli, presidente del Comitato permanente sui diritti umani della Camera dei Deputati e Presidente onoraria dell’Internazionale Socialista Donne. Nella motivazione, la LIDU evidenzia il costante impegno per i diritti umani e civili della deputata, da sempre attiva in particolare sulle questioni delle pari opportunità. Pia Locatelli ha inoltre seguito con attenzione i processi di democratizzazione in Cile, in Sudafrica e nei Balcani e il suo lavoro come parlamentare, sia a livello europeo (nella legislatura 2004-2009) che alla Camera dei Deputati italiana, ha riscosso numerosi apprezzamenti al di sopra delle differenziazioni politiche.

Dal 2003 la LIDU conferisce il Premio “Paolo Ungari” a una personalità che si sia distinta, in campo nazionale e internazionale, in difesa dei diritti e della dignità umani. L’istituzione ricorda così il suo illustre dirigente Paolo Ungari, Presidente della Commissione per i Diritti Umani presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri e docente, quale primo titolare, della cattedra di Diritti dell’Uomo della LUISS “Guido Carli” di Roma, prematuramente e tragicamente scomparso nel 1999.

Negli scorsi anni il Premio è stato assegnato, fra gli altri, a Emma Bonino, a Franco Frattini, ad Andrea Riccardi, ad Arrigo Levi, alla popolazione di Lampedusa, a Daniel Barenboim, a Elio Toaff, a Marco Pannella e a Luigi Manconi. “L’assegnazione a Pia Locatelli” – ha affermato Antonio Stango, presidente della LIDU – “riconosce un intero percorso di vita, fino alle iniziative delle ultime settimane contro la schiavitù in Mauritania e per la protezione dei difensori dei diritti umani nel mondo”.

La consegna del Premio avverrà giovedì 15 dicembre dalle 16.30 a Roma nella sede della SIOI – Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale (Palazzetto di Venezia, Piazza di San Marco, 51).

Nota

La LIDU, fondata nel 1919 da Ernesto Nathan, è la più antica organizzazione italiana per i diritti umani e una fra le più antiche del mondo. Oggi è giuridicamente una Onlus, con sede centrale in Roma e comitati operanti in numerose città.

 

Lidu, presentazione di ‘Bullismo e cyberbullismo’: conoscere il fenomeno per combatterlo

[AdSense-A]

Il nuovo testo di Nep Edizioni dal titolo ‘Bullismo e cyber bullismo. Il disagio relazionale multiforme’ , scritto Javier FIZ PEREZ, Oriana IPPOLITI, Emanuela ROMEO, Angiolino ALBANESE, e Massimo MELITO, un’analisi approfondita di un fenomeno in grave crescita per capire, conoscere e adottare le giuste misure a protezione dei minori vittime

di Tiziana Primozich

lidu

Contrastare il bullismo e l’ancor più insidioso cyberbullismo passa per una corretta informazione ed educazione che deve partire da insegnanti e genitori, al fine di rendere bambini e ragazzi consapevoli delle conseguenze delle loro azioni, anche sulla rete. E’ questo l’importante obiettivo che Javier FIZ PEREZ (Professore di Psicologia), Oriana IPPOLITI(Tecnologo presso l ’IRCrES del CNR ), Emanuela ROMEO(Docente ed Esperta in formazione), Angiolino ALBANESE (avvocato), e Massimo MELITO (Ispettore Polizia di Stato), hanno voluto raggiungere con il libro di Nep Edizioni dal titolo ‘Bullismo e cyber bullismo. Il disagio relazionale multiforme’, presentato qualche giorno fa in un incontro presso la sede nazionale della Lidu onlus, grazie all’impegno della presidente della Commissione Donne e Parità della Lega italiana Diritti dell’Uomo, Maricia Bagnato da sempre sul campo per i diritti delle donne e dei minori. Negli ultimi anni il fenomeno del bullismo è in continua e preoccupante espansione. È una vera emergenza sociale che richiede azioni concrete nel segno di un nuovo risorgimento, morale e culturale, capace di generare un cambiamento profondo e radicale, fondato sulla reciprocità e sul rispetto della dignità della persona. Quali sono le dinamiche di gruppo nei processi di crescita? Quali le dinamiche della vittima e del bullo/a? In che modo la violenza verbale influisce nello sviluppo dell’adolescente? Quando parole e gesti diventano reato? Partendo da questi interrogativi il testo affronta, in un’ottica psicosociale, la tematica del bullismo e del cyberbullismo nelle sue diverse sfaccettature, indagando sulle dinamiche del gruppo e sugli stili comunicativi, nonché sulle conseguenze e sul reato che tali condotte vessatorie producono sulle vittime del bullo. Completa il volume, una raccolta di racconti e riflessioni di esperienze vissute. Tra i relatori, oltre gli autori del libro provenienti tutti dal mondo della ricerca universitaria e scientifica e della Polizia di Stato, anche Vincenzo Barba, Sostituto Procuratore presso la Procura della Repubblica di Roma e Milena Palumbo, Direttore Editoriale NeP edizioni, sapientemente moderati da Chiara Del Gaudio, giornalista Rai (UnoMattina), che è riuscita a porre i giusti quesiti ottenendo nel corso dell’incontro una serie di utili indicazioni su come gli adulti devono muoversi per affrontare l’aggressività che spinge i ragazzi contro qualcuno della loro stessa età, facendolo poi diventare vittima di bullismo. Ma anche consigli sul delicato funzionamento nel mondo del web, dove il gruppo dei ‘carnefici’ in erba non è più composto da pochi compagni di classe, ma cresce in maniera esponenziale creando alla vittima designata un disagio grave e a volte irreparabile. Da quanto emerge dall’ultimo rapporto Censis il  52,7% degli 11-17enni nel corso dell’anno ha subito comportamenti offensivi, non riguardosi o violenti da parte dei coetanei. La percentuale è maggiore  tra le femmine 55,6%  e tra i ragazzi più giovani, di 11-13 anni al 53,3%. Quasi un ragazzo su cinque (19,8%) è oggetto di questo tipo di soprusi almeno una volta al mese, eventualità più ricorrente tra i giovanissimi (22,5%). Su internet sono le ragazze a essere oggetto in misura maggiore degli attacchi dei coetanei cybernauti (24,9%). Ancor più grave è il dato per cui  l’80,7% dei dirigenti scolastici riferisce che, quando i loro figli sono coinvolti in episodi di bullismo, i genitori tendono a minimizzare, qualificandoli come scherzi tra ragazzi, e solo l’11,8% segnala atteggiamenti collaborativi da parte delle famiglie, attraverso la richiesta di aiuto della scuola e degli insegnanti. Il libro rappresenta quindi un utile strumento per capire, conoscere, confrontarsi e porre rimedio ad un fenomeno che ha portato addirittura a una serie di suicidi delle vittime designate. I ragazzi, soprattutto nel periodo adolescenziale, non hanno freni né consapevolezza di alcune loro azioni. Si rende quanto mai urgente far capire che la vita sui social non è virtuale, ma reale, con ripercussioni concrete e a volte tragiche nella vita delle persone. L’atto di bullismo sul web, che sia un filmato o frasi ingiuriose, si diffonde in modo virale coinvolgendo un numero enorme di persone che, attraverso like, commenti e condivisioni, finiscono per aumentare più o meno consapevolmente gli effetti devastanti dell’azione di cyberbullismo.

 

Nonunadimeno è l’hashtag delle manifestanti di tutta Italia oggi a Roma. Meno le donne della Lidu

[AdSense-A]

 

La Lega Italiana Diritti dell’Uomo discriminata al corteo odierno contro la violenza alle donne : ‘andatevene, voi siete per i diritti dell’uomo non delle donne’

lidu

“Quando siamo arrivate oggi in piazza Repubblica non ci aspettavamo di certo un atteggiamento così aggressivo da parte di altre donne con le quali volevamo manifestare il nostro dissenso contro ogni forma di violenza verso le donne”, questo il commento amaro di Maria Vittoria Arpaia, membro del comitato centrale e responsabile relazioni esterne della Lidu, che pochi giorni fa aveva dato l’adesione della Lega Italiana Diritti dell’Uomo alla marcia ‘Nonunadimeno’ organizzata a Roma per dire basta alle violenze sulle donne. A quanto raccontato alla nostra redazione dalle componenti della delegazione Lidu presente all’appuntamento, appena aperto lo striscione che sempre tale organizzazione in tutela dei diritti umani utilizza per farsi riconoscere, una delle organizzatrici ha affermato che era più opportuno dare spazio nella parte iniziale del corteo agli striscioni dei centri antiviolenza. “ Dopo questo richiamo, continua nel suo racconto la Arpaia, – ovviamente ci siamo spostate più indietro. Ma neanche questo è bastato, tant’è che dopo qualche attimo una manifestante di circa cinquant’anni con un mantello rosso, ci ha apostrofato dicendo: ve lo dico in un modo gentile…vi dovete togliere dalle palle…anzi dalle ovaie!”. La delegazione Lidu, tra cui oltre Maria Vittoria Arpaia era presente anche Marisa Fagà già Componente della Commissione Nazionale per la Parità e le Pari Opportunità presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri e oggi responsabile per la Calabria della Lidu onlus, non ha potuto fare altro che abbandonare il corteo al quale aveva aderito con tanto entusiasmo, visto l’incredibile atteggiamento aggressivo e violento quantomeno nelle parole, di alcune delle organizzatrici. ‘Quello che è paradossale’ – spiega ancora la Arpaia – ‘ è che in un primo momento l’organizzazione della manifestazione ci ha accettati nell’iscrizione online. D’altro canto la Lidu è di certo la più antica organizzazione in tutela dei diritti umani in Italia. Ma quando abbiamo aperto lo striscione che ci rappresenta, la dicitura ‘diritti dell’uomo’ ha sollevato la polemica e la discriminazione di cui siamo state vittime oggi, perché, così ci hanno voluto rimarcare, la giornata era dedicata ai diritti delle donne!’.    In un momento così delicato per la sicurezza delle donne ( 116 femminicidi solo nel 2016), tanto da essere stato necessario organizzare una manifestazione che ha visto in piazza le più importanti sigle associative a tutela della vita delle donne, suona stonato che le donne della Lidu siano state oggetto di discriminazione, prima di tutto in quanto donne esse stesse animate dalle migliori intenzioni, inoltre al di là della lecita e utile manifestazione di sdegno che ha caratterizzato il corteo odierno, la rabbia da sola non risolve il problema della violenza alle donne in preoccupante aumento. Leggere la parola ’uomo’ non può e non deve scatenare una reazione così violenta quantomeno nel linguaggio usato. Anche perché dalla nascita della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo la parola ‘uomo’ è sinonimo di umanità, in questo senso anche l’acronimo della Lidu (Lega italiana dei diritti dell’uomo).

 

Biram Dah Abeid incontra la Lidu per raccontare l’orrore della schiavitù in Mauritania

[AdSense-A]

Intervista al Presidente dell’Iniziativa per la Rinascita del Movimento abolizionista in Mauritania(IRA) che descrive la schiavitù nel suo paese, il peggiore dei crimini contro l’umanità

Di Tiziana Primozich

biramIn Mauritania la schiavitù è stata abolita nel 1981, criminalizzata nel 2007 e dichiarata “crimine contro l’umanità” con la riforma costituzionale del 2012. Ma in realtà è ancora praticata e il 20 per cento della popolazione mauritana vive in condizione di schiavitù, in un clima di supremazia dell’uomo bianco, arabo e musulmano a svantaggio del nero che è considerato un oggetto da possedere ed utilizzare. Un orrore inconcepibile nel mondo moderno. Sono questi i temi affrontati durante l’incontro dal titolo “La Lega Italiana dei Diritti dell’Uomo incontra Biram Dah Abeid (Presidente dell’Iniziativa per la Rinascita del Movimento abolizionista in Mauritania) per esporre il caso della schiavitù nel suo Paese”  organizzato dalla Lidu Roma che si è tenuto lunedì 21 novembre presso la sede di piazza d’Ara Coeli. Relatori  Antonio Stango (presidente della Lega Italiana dei Diritti dell’Uomo), Alessandro Gioia (presidente del Comitato Romano della Lega Italiana dei Diritti dell’Uomo), Biram Dah Abeid (presidente dell’Iniziativa per la Rinascita del Movimento Abolizionista della Mauritania),Riccardo Noury (portavoce di Amnesty International Italia), Marco Perduca (membro della Giunta dell’Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica).

Ultimo di 11 figli nasce in Mauritania in una famiglia dove il padre era stato affrancato dalla schiavitù ancora nel grembo materno.  Una nonna schiava cui, grazie ad una malattia del suo padrone, era stato concesso di veder liberare il nascituro, il papà di Biram Dah Abeid appunto.  Una stirpe di schiavi che si interrompe per una fatalità innescando un cambiamento: Biram infatti viene stimolato dal padre ed è l’unico ed ultimo degli undici figli che riesce a studiare, con un obiettivo preciso, riuscire a dimostrare alla Mauritania ed al mondo che non è giusto rendere schiavo un essere umano. Comincia così un percorso di vita dedicato  alla lotta non violenta contro l’apartheid che ha portato Biram Dah Abeid a veder riconosciuto il suo impegno dalla comunità internazionale a partire dalle Nazioni Unite, ma che lascia inalterata e sorda agli appelli quella parte di popolazione dominante in Mauritania che ancora oggi utilizza uomini, ma soprattutto donne e bambini, come schiavi senza alcun diritto civile.

Cosa vuol dire essere figlio di schiavi?

È un fardello pesante che mi porto dietro, ma è anche una sfida. Mio padre, benché già alla nascita era stato affrancato dalla schiavitù, aveva capito che solo interpretando i codici e le leggi scritte si poteva venire a capo della verità, e cioè che ogni uomo nasce libero. E così mi ha fatto studiare, perché voleva delle risposte. Lui era stato sposato prima di mia madre con una donna che era schiava, e si era visto portare via sia la compagna che amava che i due figli avuti con lei. Poi l’incontro con mia madre, libera e non schiava, e la nascita di 11 figli di cui sono il più piccolo. Ma non ha mai dimenticato, ed è riuscito a trasmettermi il suo bisogno di conoscere che si è trasformato in necessità di lottare.  Essere di fronte a un governo che opprime, che toglie ogni spazio di libertà , di fronte alla persona che lotta contro la schiavitù, ha un prezzo pesante.

Nel tuo paese la Mauritania il 20 per cento della popolazione vive in stato di schiavitù. Quali sono gli ostacoli per abbattere questo crimine contro l’umanità?

La schiavitù nel mio paese fonda la sua esistenza sulla convinzione che la razza bianca, in prevalenza arabi musulmani, è superiore a quella nera. Ci considerano degli oggetti da possedere, utili al lavoro al pari di bestie. Lo schiavo non ha diritti, lavora senza salario e a qualsiasi ora, non ha assistenza sanitaria, è regolarmente picchiato. I maschi, sempre in questa ottica di proprietà, vengono castrati per evitare una progenie impura. Ed è così per tutta la vita di uno schiavo. Alcuni riescono a scappare ma in molti casi non si guardano più indietro. Ci sono anche figli di schiavi che hanno scelto un altro cammino, la sottomissione, che si sono sottomessi al potere e ovviamente il governo li utilizza. Tra loro ci sono persone che si sono presentate  contro di noi a Ginevra e New York nelle sedi dell’Onu,  con false testimonianze che dicono in sedi internazionali che la schiavitù in Mauritania non  esiste. In questi casi essere figlio di schiavi significa negare la sofferenza tua e della tua  famiglia e sottometterti invece di lottare e ribellarti per te e per gli altri. Non c’è la coscienza generale, la coscienza etnica è frammentata, l’etnia è frammentata. Non c’è un legame di solidarietà generale contro l’oppressione.

E le donne? Qual è la condizione delle donne in schiavitù?

Le donne sono la parte più toccata dalla schiavitù, i ragazzi quando crescono possono fuggire. La donna spesso a 13 anni ha già tre bambini e non può più fuggire. L’80% degli schiavi sono donne e bambini. Subiscono violenza sistematica, già a 7 anni una bambina è stata violentata più volte, a 10 anni ha già un bambino e spesso muore di parto, tutto regolamentato da un codice di schiavitù che è assimilato alla religione, quindi non c’è via d’uscita. Il padrone quasi per volere divino può utilizzare ogni donna o bambina che sia per ogni suo bisogno, compreso quello sessuale. Tutto questo porta a gravidanze non volute, figli che se sopravvivono saranno a loro volta schiavi. Tutto questo è negato di fronte alla comunità internazionale, ma esiste. Noi abbiamo raccolto tutte le storie di cui siamo a conoscenza in una serie di filmati ed immagini. La comunità internazionale, la Lidu con la Fidh, Amnesty International ed il partito Radicale, possono utilizzare questo materiale per catalizzare l’attenzione del mondo su questo crimine contro l’umanità. Una marcia a Roma contro la schiavitù in Mauritania sarebbe di sicuro un segnale forte per imporre al nostro governo un cambiamento di rotta. Abbiamo bisogno del vostro aiuto

 

Biram Dah Abeid, il ‘Mandela’ della Mauritania, lunedì a Roma incontra la Lidu

[AdSense-A]

 

Il Presidente dell’ IRA – Mauritania ( Iniziativa per la Rinascita del Movimento Abolizionista in Mauritania), alla Lidu onlus. Già condannato a due anni di carcere nel suo paese per essere il più grande oppositore della schiavitù, è da più parti riconosciuto come il nuovo Mandela per le sue lotte a favore dei più sfruttati, condotte sempre in maniera non violenta.

 di Tiziana Primozich

senza-titolo-73Lunedì 21 novembre Biram Dah Abeid sarà ospite della Lidu onlus in piazza D’Ara Coeli a Roma. Nel 2008 è stato il fondatore dell’Ira, Iniziativa per la Rinascita del Movimento Abolizionista in Mauritania, e da quel momento si è impegnato per l’abolizione della schiavitù in Mauritania, uno dei pochi paesi al mondo dove ancora c’è chi vive in catene. Una realtà difficile da immaginare per chi abita in paesi democratici ma che per la Mauritania è una vera piaga, a tal punto che nel 2014 Biram subisce l’arresto per due anni per aver organizzato una “carovana” di sensibilizzazione al problema della schiavitù fondiaria, manifestazione, però non autorizzata, secondo le autorità. Perché la caratteristica del metodo di lotta contro la schiavitù di questo nuovo ‘Mandela’ è quella di adottare metodi non violenti per contrastare la violenza perpetrata verso uomini usati al pari di bestie da soma. Un incontro quello del prossimo lunedì che fa seguito a l’impegno assunto dalla Lidu nel novembre del 2015 quando in netta sintonia con la Iniziativa per la Rinascita del Movimento Abolizionista in Mauritania, organizzò un convegno a supporto dell’attività di liberazione degli schiavi presieduta e coordinata da Biram Dah Abeid, intervenendo presso l’Onu per segnalare le cattive condizioni di salute del detenuto Biram Dah Abeid, che nel frattempo in carcere si era ammalato e di cui non si avevano notizie certe . Bisogna infatti ricordare che la Mauritania ha aderito alla Convenzione contro la schiavitù e al sistema delle Nazioni Unite da oltre cinquant’anni, introducendo nel 2007 per la prima volta nella storia della Mauritania una legge che criminalizza la schiavitù che ad oggi non viene di fatto attuata, come denunciato dalla stessa Organizzazione. Da questo primo impegno assunto dalla Lidu grazie al lavoro del comitato Liduonlus di Roma capitale presieduto dall’avvocato Alessandro Gioia,  la seconda occasione di incontro dove sarà presente il neoeletto presidente nazionale della Lega italiana dei Diritti dell’Uomo Antonio Stango, appena rientrato dal continente africano per un’azione tesa ad annientare la pena di morte in più paesi possibili. Due temi, quello della schiavitù e della pena di morte, apparentemente diversi, ma che in realtà hanno un denominatore comune, quello della libertà personale, tanto dibattuto e inseguito dalla Lidu nei quasi cento anni della sua esistenza.

 

La Lidu si rinnova, è Antonio Stango il nuovo presidente

[AdSense-A]

 

Intervista al neoeletto presidente della Lega italiana dei Diritti dell’Uomo: doveri, responsabilità e senso civico sono i percorsi per realizzare diritti umani uguali per tutti

di Tiziana Primozich

 

 

senza-titolo-6

E’ Antonio Stango il nuovo presidente della Lega Italiana Diritti dell’Uomo. L’assemblea del trentacinquesimo congresso riunitosi a Roma lo scorso 29 e 30 ottobre, ha eletto Stango per acclamazione trovando in pieno accordo tutti i presenti a partire dal presidente uscente, Alfredo Arpaia, nominato nell’occasione presidente onorario della Lidu, che tanto si è prodigato negli ultimi mesi per arrivare ad una decisione unanime sulla nuova nomina presidenziale. Del resto Alfredo Arpaia, già deputato repubblicano, dal 2002, anno in cui sostituisce il compianto Paolo Ungari alla guida della Lidu, è riuscito nel corso dei suoi mandati a mantenere vivo l’impegno dell’organizzazione in campo internazionale ed in Italia istituendo anche il Premio Ungari che viene annualmente assegnato ad una personalità che si è distinta in campo internazionale e nazionale per la difesa dei diritti e della dignità dell’uomo. Antonio Stango con questa elezione raccoglie un testimone che ha radici storiche profonde e dense di significato, la Lidu infatti fu fondata nel 1919 da Ernesto Nathan sindaco di Roma ispiratosi al pensiero mazziniano. Al neoeletto Stango l’oneroso compito di rilanciarne il ruolo in un momento storico in cui è più che mai pressante alimentare la cultura italiana con  un dibattito che restituisca centralità ai diritti civili dell’uomo senza dimenticarne i doveri, in un’ottica di vita che rende ancora oggi attuale il pensiero mazziniano ‘ il combattere l’ ingiustizia e l’errore a beneficio dei loro fratelli, e dovunque si trova, è non solamente diritto, ma dovere: dovere da non negligersi senza colpa – dovere di tutta la vita’.

Che significato ha per Antonio Stango questa elezione alla massima carica dell’organizzazione più antica d’Italia, la Lidu?

Sono 35 anni che mi occupo di diritti umani e l’ho fatto in diverse organizzazioni a livello nazionale ed internazionale, in Europa, in centro Africa, in Asia centrale, nei territori dell’ex Unione Sovietica.  Con la Lidu ho una lunga frequentazione, anche se iscritto da pochi anni, da almeno 30 anni ne ho seguito le attività avendo fondato con Paolo Ungari il comitato italiano di Helsinki, realtà che spesso mi ha trovato al fianco della Lidu in azioni comuni. Con Pasquale Bandiera e Alfredo Arpaia ci siamo ritrovati spesso insieme in analisi, conferenze, firme congiunte su appelli formulati a favore dei diritti umani. Io sono un uomo di formazione laico liberale, essere oggi presidente della Lidu fondata da Ernesto Nathan è per me motivo di stima ed  identificazione. Sono onorato e contento di potermi collocare nel solco di una tradizione così importante. Mi sento in una casa ideale e ringrazio i congressisti per l’affetto e la stima che mi hanno dimostrato, accogliendomi come nuovo presidente.

Presidente Stango, lei dagli anni Ottanta si occupa di diritti umani a livello internazionale, ma nel suo percorso formativo sono presenti,  prima ancora delle lauree in Scienze Politiche e Storia Moderna, una maturità classica conseguita presso la Scuola Militare ‘Nunziatella’ di Napoli. Cosa le ha lasciato in eredità il percorso militare?

Io amo spesso ricordare che la Lidu nasce da un filone di pensiero illuminista e mazziniano, e Giuseppe Mazzini fu autore dell’opera ‘Dei doveri dell’uomo’. A parità di diritti esistono doveri e responsabilità, che sono i princìpi su cui fonda la nostra Repubblica ma anche i princìpi di pace istituiti al termine del secondo conflitto mondiale. Doveri, responsabilità, senso civico. La formazione militare, essere militare in uniforme per 5 anni e mezzo e poi subito dopo il ‘militare’ per i princìpi della democrazia  per me è la stessa cosa. In Italia c’è grave carenza di rispetto per le istituzioni a causa anche a volte di inadeguati comportamenti di chi doveva rappresentare l ‘istituzione perché non all’altezza del ruolo.

Si potrebbe dire che la radice della cattiva politica è la corruzione?

Secondo parametri noti a livello internazionale l’Italia sta nella seconda metà verso il basso, anche se non proprio in fondo, nella classifica degli stati a livello mondiale dove la corruzione è più diffusa. Le cause sono da individuare in una giustizia che lavora lentamente, cui si aggiunge una magistratura politicizzata contro la corruzione. Tutto questo non giustifica i media pronti ad accusare in prima pagina qualcuno non appena emergano accuse.  Spesso risulta che gli indagati sono innocenti, ma la condanna mediatica arriva alla popolazione prima di una sentenza di tribunale. La lentezza della giustizia fa sì che i processi durino decenni, nel frattempo i media fomentano una rabbia diffusa non contro la corruzione, ma contro un sistema politico, e di conseguenza contro  lo Stato, innescando un atteggiamento di deresponsabilizzazione, che fa dimenticare che  per esserci corrotti ci vogliono corruttori. Assistiamo ormai da anni ad un degrado di alcuni cardini della società civile che andrebbero rivisitati.

Quali le azioni della Lidu per realizzare una inversione di rotta?

La Lidu ha già avviato da molto tempo un progetto per le scuole, rafforzeremo la nostra presenza nelle scuole di ogni grado, università, luoghi in cui con il tempo si è creata una grave carenza di educazione civica, e ai diritti umani. Partire dalle scuole è il primo obiettivo da realizzare in ogni regione o territorio dove la Lidu è presente. Inoltre vorrei portare sin dai prossimi mesi alla Lidu un corso superiore per i diritti umani e per la gestione di progetti per 20 laureati, basato su una serie di documenti, analisi e metodologie che ho elaborato nel corso degli anni, che darà la possibilità a molti giovani anche su piano lavorativo. Da gennaio avremo anche il supporto di due giovani laureate nell’ambito del diritto civile. La Lega italiana dei Diritti dell’Uomo ha un grande potenziale da sviluppare a vantaggio di tutti. Tra le prime incombenze organizzative intendo rilanciare i comitati locali esistenti e dare appoggio a quelli in nascita. Già dal primo incontro in Comitato centrale si darà slancio al lavoro delle commissioni tematiche che da quanto emerso nel Congresso potrebbero aumentare di numero con le nuove proposte legate ai problemi dell’ambiente. Dobbiamo ridefinire le nostre forme di comunicazione adeguandole ai nuovi media e ci sarà una grande campagna di iscrizione alla Lidu, tenuto conto che il tesseramento rappresenta la nostra autonomia gestionale nel rispetto delle idee politiche di tutti

Quale il futuro ruolo della Lidu su piano internazionale?

La Lidu fa parte della ‘Federation Internationale des Ligues des Droits de l’Homme’, FIDH, che aggrega molti dei più importanti soggetti operanti nel settore. Dal canto mio metterò a disposizione tutte le competenze acquisite in anni di lavoro come consulente per la Commissione europea, ma anche come membro del direttivo di ‘Nessuno tocchi Caino’ e come coordinatore  del Congresso mondiale contro la pena di morte di Oslo  che si è svolto a giugno. Già in questa settimana sarò in  viaggio in quattro Paesi africani, Kenia, Zambia, Malawi e Swaziland in delegazione per ‘Nessuno Tocchi Caino’, per un progetto finanziato dal ministero degli esteri. Si tratta di far aumentare il sostegno di altri Stati alla Risoluzione per la moratoria universale delle esecuzioni capitali di nuovo al voto dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite. In questo senso la Lidu può fare molto realizzando adeguate azioni di monitoraggio, denuncia o appello, contribuendo al sostegno dei diritti umani insieme alle altre organizzazioni in paesi dove c’è ancora una forte repressione.

 

La LIDU, Lega Italiana dei Diritti dell’Uomo su gli avvenimenti che si stanno susseguendo rapidamente in Turchia.

[AdSense-A]

 

La Lega Italiana dei Diritti dell’Uomo invita gli Stati liberi a non concedere alcuna estradizione richiesta pretestuosamente dall’attuale Governo turco

Senza-titolo-27

La LIDU, Lega Italiana dei Diritti dell’Uomo, rileva come il mancato rispetto dei diritti fondamentali e dello Stato di Diritto da parte della Presidenza e del Governo turco, nell’attuale fase di “vendetta” per il tentativo di rovesciamento, non rendano più, in via assoluta, il detto Governo affidabile nella tutela dei rifugiati in fuga dai conflitti mediorientali. Per questo motivo la LIDU, Lega Italiana dei Diritti dell’Uomo, chiede all’Unione Europea e gli Stati Membri della stessa lo scioglimento immediato di tutti gli accordi intercorsi sulla dislocazione in Turchia di rifugiati diretti verso l’Unione Europea. La LIDU, Lega Italiana dei Diritti dell’Uomo, constata come la Presidenza e il Governo turco stiano operando una repressione spietata in base a liste di proscrizione stilate da lungo tempo, prima del tentato colpo di Stato dei giorni scorsi; il che da a quella stessa non riuscita congiura i connotati preoccupanti di un pretesto cercato e voluto. Per questi motivi la Lega Italiana dei Diritti dell’Uomo invita gli Stati liberi a non concedere alcuna estradizione richiesta pretestuosamente dall’attuale Governo turco, e a concedere, viceversa, asilo politico a ogni cittadino turco ne faccia richiesta. La LIDU, altresì, constatato come la Repubblica turca faccia parte del Consiglio d’Europa, e lo Statuto del Consiglio d’Europa preveda l’espulsione di uno Stato aderente per gravi violazioni dei diritti fondamentali, chiede che questa misura venga attuata immediatamente nei confronti della Repubblica turca. Il mancato affidamento dato da un tale regime pei propri impegni, presi a livello internazionale, ci obbliga a chiederci se la permanenza della Repubblica turca nell’Organizzazione del Trattato Nord Atlantico sia ancora accettabile, e chiede all’Organizzazione di ritirare immediatamente le due/tre dozzine di testate nucleari al momento custodite nella base di Incirlik, in Turchia, prima di correre il rischio dell’appropriazione delle stesse da parte di uno Stato sempre più lontano dall’Occidente ed in pericolosa deriva verso l’Islam più radicale.

Scrivi alla Redazione

Siamo felici di valutare ogni tua segnalazione e pubblicare articoli che pensi possano essere di interesse pubblico

Per qualsiasi segnalazione scrivi a
[email protected]