La LIDU Onlus sulla grave situazione dei Diritti Umani in Turchia

La LIDU ha incontrato nel pomeriggio di ieri presso il Ministero degli Affari Esteri, il Direttore generale dell’Ufficio Unione Europea, Buccino, il Responsabile dell’Ufficio territoriale Turchia, Marchegiani e il Responsabile dell’Ufficio affari politici e Diritti Umani, Santoro

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Roma, 12 Giugno  – A seguito della lettera inviata dalla Lega Italiana dei Diritti dell’Uomo al Min. Paolo Gentiloni Silveri, la LIDU ha incontrato nel pomeriggio di ieri presso il Ministero degli Affari Esteri, il Direttore generale dell’Ufficio Unione Europea, Buccino, il Responsabile dell’Ufficio territoriale Turchia, Marchegiani e il Responsabile dell’Ufficio affari politici e Diritti Umani, Santoro. La LIDU, data la situazione della tutela dei Diritti Umani in Turchia, ha presentato le sue rimostranze sul trattamento riservato ai migranti, in quanto considera i respingimenti da condannare, poiché non rispondono a logiche umane. L’Unione europea finanzia la Repubblica Turca con tre miliardi di euro, e la Repubblica Italiana partecipa a tale sussidio con 224,9 milioni di euro, perché la Turchia assista i rifugiati siriani, le guardie di confine turche aprono il fuoco contro i profughi siriani che cercano di attraversare il confine fra i due Stati, o li respingono picchiandoli coi calci dei fucili. Per questo la Lega Italiana dei Diritti dell’Uomo ha ribadito agli interlocutori la sua richiesta di sospensione del contributo italiano al suddetto finanziamento erogato dall’Unione europea ed insistito perché il nostro governo chieda che l’Unione europea stessa sospenda ogni finanziamento alla Repubblica Turca, sino a quando non vengano ripristinati il rispetto e la tutela dei diritti umani non solo dei profughi siriani, ma degli stessi cittadini di quello Stato. Sotto quest’ultimo profilo, la LIDU insiste si richieda al governo turco di mandare almeno un segnale, con l’immediato rilascio dei giornalisti arrestati in violazione ad ogni principio di libertà di stampa.

Considerazioni della LIDU sulla regolamentazione delle unioni civili

La LIDU Onlus si congratula hanno speso le loro energie per estendere e rafforzare la cultura dei diritti umani 

Logo_LiduRoma, 12 Maggio – Siamo uno degli ultimi paesi in Europa a dotarsi di una legislazione, per quanto non avanzatissima, sulle unioni civili. La prima proposta di legge fu avanzata più di venti anni fa, un lungo cammino, tutto in salita, che ha portato finalmente ad un risultato con notevoli carenze che creano disparità tra tutti i cittadini. Molto si potrà e dovrà fare per migliorarla, ma il ghiaccio è rotto e forse potremo contare su una maggiore consapevolezza dell’opinione pubblica sui diritti umani per superare alcune sciatterie e imprecisioni che la legge approvata ieri comunque presenta. Detto ciò la LIDU si congratula con quanti, dentro e fuori il Parlamento italiano, hanno speso le loro energie per estendere e rafforzare la cultura dei diritti umani nel nostro Paese.

Presentazione libro “Sos Stato di Diritto” e della risoluzione sul diritto alla conoscenza

La Lidu Onlus ha preso parte alla conferenza, che si è svolta il 7 Aprile, volta a far conoscere l’importanza della battaglia per l’affermazione del diritto umano alla conoscenza

20160407_151553A cura di Ilaria Nespoli

Roma, 13 Aprile – In data 7 aprile ’16, la Sioi – la Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale – ha organizzato la conferenza relativa alla presentazione del libro “Sos Stato di Diritto” contenente gli atti del convegno dal titolo “Universalità dei diritti umani per la transizione verso lo Stato di Diritto e l’affermazione del diritto alla conoscenza”, organizzata dal Partito Radicale Nonviolento assieme a Non c’è pace Senza Giustizia e Nessuno tocchi Caino, con il patrocinio del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale lo scorso 27 luglio presso il Senato della Repubblica. Avendo già partecipato al suddetto convegno, anche in questa occasione la Lidu Onlus ha ritenuto importante prender parte ad una conferenza volta a far conoscere l’importanza della battaglia per l’affermazione del diritto umano alla conoscenza. Come evidenziato dal Presidente della Sioi, Franco Frattini, il diritto alla conoscenza si declina in diversi modi. In particolare, si è fatto riferimento al diritto alla coscienza quale diritto di ciascuno di noi a conoscere le decisioni stabilite dai governi al fine di ricostruire il percorso che ha condotto a quella specifica deliberazione. E’ evidente come il diritto alla conoscenza così declinato rappresenti un aspetto fondamentale dello Stato di Diritto, senza il quale esso non può dirsi pienamente realizzato. A tal proposito, Frattini ha citato una vicenda di estrema attualità che oggi investe pienamente tale diritto: il caso Regeni, in cui lo Stato italiano sta rivendicando il diritto a conoscere in base a quali atti ed omissioni si è giunti alla tortura e alla barbara uccisione del nostro giovane connazionale. “L’Egitto dimostri di essere Stato di diritto, altrimenti i rapporti fra il nostro paese e il governo egiziano dovranno essere rivisti” ha concluso con fermezza l’ex Ministro degli Esteri. Un passaggio importante della conferenza è stato rappresentato dal messaggio di Marco Pannella, il vero “animatore di tutto questo lavoro”, come lo ha definito Matteo Angioli, membro del Consiglio generale del Partito radicale, fra i principali curatori del libro e dell’intero progetto. Pannella ha evidenziato come quella per lo Stato di Diritto e per il diritto alla conoscenza sia una lotta che deve essere portata avanti oggi, poiché “il diritto vive come legge non come richiamo astratto di tipo legale”. Quindi, Angioli ha ripercorso le tappe fondamentali di questa battaglia iniziata nel dicembre 2013, e proseguita con la redazione di un progetto di risoluzione da proporre all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Un progetto che ha visto il contributo di giuristi ed esperti di politica estera, e che oggi si avvale della collaborazione anche della Società italiana per l’organizzazione internazionale (Sioi), Istituto affari internazionali (Iai). Un ulteriore banco di prova di questa iniziativa transpartitica sarà rappresentato il mese prossimo quando, come annunciato dallo stesso Angioli,  una delegazione formata da membri del Partito Radicale Nonviolento assieme a Non c’è Pace Senza Giustizia e Nessuno tocchi Caino si recherà nella sede delle Nazioni Unite di Ginevra per evidenziare un primo campanello di allarme nell’erosione dello Stato di diritto che trova molti esempi nel mondo. Questo partendo dal presupposto che lo Stato di Diritto e la Democrazia non devono essere intese come una conquista ottenuta una volta per sempre ma come un cammino fatto di stratificazioni successive in cui è necessario andare avanti, evidenziato da Benedetto dalla Vedova, intervenuto in qualità sottosegretario del Ministero degli Affari Esteri, fra i promotori dell’iniziativa. Ma quali sono i contenuti essenziali della risoluzione sul diritto alla conoscenza? Sul punto sono intervenuti Francesca Graziani e Natalino Ronzitti, rispettivamente professore associato e professore emerito di diritto internazionale, i quali hanno posto l’accento sull’autonomia che tale diritto deve avere rispetto al diritto all’informazione, al diritto alla verità e al diritto d’opinione, attenendo strettamente al rapporto fra lo Stato ed il cittadino. Infatti, affinché i cittadini partecipino pienamente alla cosa pubblica, è fondamentale che essi abbiano la possibilità di controllare l’operato dei pubblici poteri in maniera trasparente. A loro volta le autorità pubbliche hanno il dovere di rispettare tale diritto, impedendo che eventuali deroghe ad esso sicurezza diventino la regola. Un diritto, quello alla conoscenza che così com’è concepito non può che trarre la sua linfa vitale dalla forza creativa del dialogo, come evidenziato da Elisabetta Zamparutti, tesoriere di Nessuno Tocchi Caino. Tuttavia, per potersi esplicare pienamente il diritto alla conoscenza non può e non deve prescindere dal diritto all’educazione, come evidenziato dall’ambasciatore del Regno del Marocco in Italia, S.E. Hassan Abouyoub nella sua relazione: “Prima dei diritto alla conoscenza è fondamentale il diritto all’educazione, perché una persona formata è in grado già di differenziare fra buona e cattiva informazione”. Ciò, ha spiegato l’Ambasciatore, vale soprattutto nel mondo digitale in cui spesso non siamo preparati a canalizzare la molteplicità di informazioni da cui siamo investiti. Quindi, l’Ambasciatore ha sottolineato la necessità di rivedere il ruolo dello Stato nella società civile al fine di creare un sistema multilaterale capace di gestire le sfide comuni, quali la conoscenza. Infine, sull’importanza della campagna per portare il diritto alla conoscenza all’attenzione del Parlamento dell’Uomo quale è l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, si è espresso anche Giulio Terzi di Sant’Agata, oggi Presidente del Global Commitee for the Rule of Law, il quale l’ha definita come “una battaglia che rappresenta l’opera omnia dell’impegno politico di Marco Pannella per arrivare a una democrazia più compiuta, basata su un’opinione pubblica razionalmente formata”.

Riforma della Rai: più efficienza o limitazione del pluralismo?

Alessandro Gioia: “è estremamente importante comprendere quali siano le implicazioni della Riforma Renzi in termini di pluralismo efficienza, poiché la Rai non è un’azienda qualsiasi ma, al contrario, rappresenta la principale industria culturale del Paese”

a cura di Ilaria Nespoli

Riforma della RaiRoma, 25 Marzo – Il 17 marzo scorso nella sede nazionale della LIDU Onlus si è svolto il convegno dal titolo “Riforma della Rai: più efficienza o limitazione al pluralismo?”. L’evento, organizzato dal Comitato romano della Lega Italiana dei Diritti dell’Uomo, è stata un’importante occasione per discutere sulle implicazioni della Legge n. 220 del 28/12/2015, che sta apportando rilevanti modifiche alla Rai e al servizio pubblico radiotelevisivo. Come evidenziato da Alessandro Gioia, Presidente del Comitato romano della LIDU ed ideatore del convegno, è estremamente importante comprendere quali siano le implicazioni della Riforma Renzi in termini di pluralismo efficienza, poiché la Rai non è un’azienda qualsiasi ma, al contrario, rappresenta la principale industria culturale del Paese con ben 12 mila dipendenti, 21 sedi regionali ed 8 testate giornalistiche. Quindi la riflessione sulla Legge di Riforma si è servita di tre interessanti contributi, estremamente significativi proprio perché molto eterogenei fra loro: il primo è un intervento di Salvatore Guzzi, Docente presso I.S.S.P.L. Università Parthenope di Napoli, il quale ha analizzato la genesi del fenomeno radiotelevisivo pubblico sia a livello statale, sia alla luce della giurisprudenza della Corte Edu, muovendo dalla sua opera dal titolo “Servizio radiotelevisivo pubblico e libertà di informazione nel diritto internazionale” presentata nel corso del convegno. Soffermandosi sulle sentenze della Corte europea dei Diritti dell’Uomo, Guizzi ha sottolineato come essa fosse intervenuta nella materia, affermando l’indispensabilità di una deroga alle regole della concorrenza dapprima con riguardo ai maggiori oneri di cui si fa carico il gestore del servizio, poi con riferimento ai i valori non economici sanciti dall’art.10 della Cedu quali: la promozione dei valori culturali e democratici, la pluralità di voci e la libertà d’informazione. Tali valori, peraltro, con l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona nel 2009, hanno assunto pari dignità rispetto alle quattro libertà fondamentali (la libera circolazione delle persone, merci, dei servizi e dei capitali) tanto da far venir meno il  rapporto deroga-regola. Allo stesso modo Guzzi ha posto in rilevo come il ruolo del settore pubblico nella gestione del servizio radiotelevisivo può avere ancora senso solo se esso mira a garantire un accesso al mezzo e una produzione di contenuti il più pluralista possibile ed una promozione dei valori culturali e dei nuovi trend artistici. Altrimenti l’organizzazione dell’attività radiotelevisiva sotto forma di servizio pubblico erogato direttamente dallo Stato si riduce a un mero controllo dei contenuti, in vista del mantenimento dello status quo governativo, che se prima era giustificato dalla scarsità di frequenze radiotelevisive che diveniva giustificazione del monopolio statale, oggi diviene sempre più palese a fronte del progresso tecnologico che ha reso le frequenze pressoché illimitate. Si tratta, infatti, di valori che il mercato e la tv commerciale soprattutto – come evidenziato dall’intervento del Vicepresidente della LIDU,  Riccardo Scarpa – spesso non è in grado di tutelare, tendendo per sua natura a una standardizzazione dei contenuti. Di stampo completamente opposto rispetto all’intervento di Salvatore Guzzi, la relazione dello psichiatra Domenico Mazzullo, dal titolo evocativo “Grazie Rai”. Egli, ripercorrendo le prime trasmissioni di quella che ha definito l’“unica compagna di vita”, la Televisione, ha evidenziato come la Rai abbia saputo creare una coscienza di italianità venuta dal basso e mai ripetuta. Entrando nel vivo della Riforma Renzi, essa presenta aspetti controversi legati in particolare all’elezione del Consiglio d’Amministrazione della Rai, in cui su sette membri sei saranno eletti dalla maggioranza governativa (due dalla Camera, due dal Senato e due dal Governo) e uno dall’assemblea dei lavoratori in Rai da almeno tre anni ed iscritti alle maggiori organizzazioni sindacali. Ecco che quindi la caratteristica della Rai, quale patrimonio di tutti gli italiani rischi di essere messa in discussione, come sottolineato da Gioia. Testimone diretto della fase di transizione che sta vivendo la Rai in seguito all’entrata in vigore della Legge di Riforma è senza dubbio Arturo Diaconale, membro del CDA eletto lo scorso 15 luglio 2015 dai voti riservati all’opposizione. Egli ha parlato del suo ruolo di “vigilanza critica contro quella monocultura che si manifesta nei telegiornali ed è sempre più specchio  di quel tipo di democrazia blindata che si è andata sviluppando in tutto il Paese”. A proposito della Legge n. 220 entrata in vigore lo scorso dicembre, Diaconale sottolinea come essa sia di questa tendenza verso l’omologazione che tutti noi dobbiamo combattere per avere una visione completa della società. In questa lotta, secondo Diaconale, la Lidu può svolgere una funzione di controllo critico, non può e non deve limitarsi ad una generica affermazione di principi ma deve entrare nella vivo della battaglia per evitare che la Rai cessi di essere specchio del pluralismo ma solo di una parte del paese.

Considerazioni sulla sentenza Karadzic

La LIDU ritiene estremamente importante che la civiltà europea risponda pronunciando una sentenza nei confronti di un sedicente cristiano per delitti commessi nei confronti di islamici

KaradzicRoma, 25 Marzo – Il 24 marzo alle ore 16.00, la Corte penale internazionale ha pronunciato la sentenza di primo grado, condannando Radovan Karadžić, il Presidente della Repubblica serba di Bosnia, a quaranta anni di carcere per i crimini commessi ai danni di musulmani e croati bosniaci durante la Guerra che insanguinò l’ex Jugoslavia fra il 1992 ed il 1995. Nella requisitoria finale, nel settembre 2014, il procuratore Alan Tieger ha chiesto la pena dell’ergastolo, evidenziando come il piano genocidario della leadership serbo bosniaca non era limitato a Srebrenica del 1995 ma esisteva fin dal 1992, cioè dall’inizio del conflitto, anche in altre zone del paese. La Corte ha giudicato Karadzic responsabile non solo dell’eccidio di Srebrenica, in cui morirono 8 mila musulmani, ma anche anche dell’omicidio e della persecuzione di civili ritenendolo l’artefice delle atrocità commesse durante il lungo assedio di Sarajevo, quando nel corso di 44 mesi morirono circa 10mila persone. A questi reati si aggiunge quello di “presa di ostaggi” relativo al sequestro di 284 caschi blu dell’Onu usati come scudi umani a fronte dei bombardamenti della Nato. Il Tribunale penale internazionale dell’Aja ha ritenuto invece insufficienti le prove portate dall’accusa per estendere l’accusa di genocidio agli eccidi avvenuti in sette villaggi della Bosnia Erzegovina (Bratunac, Prijedor, Foca, Kljuc, Sanski Most, Vlasenica e Zvornik). Per questi episodi la condanna nei suoi confronti si è “limitata” ai reati di crimini contro l’umanità, omicidio e persecuzione. La LIDU ritiene estremamente importante che, nel momento in cui l’Europa è sotto l’attacco di terroristi islamici, la civiltà europea risponda pronunciando una sentenza nei confronti di un sedicente cristiano per delitti commessi nei confronti di islamici, poiché nella nostra civiltà europea la tutela dei Diritti Umani prescinde da qualunque considerazioni di religione, razza, nazionalità, ideologia politica, genere e quant’altro. Soprattutto, non è affatto influenzata dal fondamentalismo altrui.

Convegno “Migrazioni e sicurezza: un equilibrio difficile”

La LIDU Onlus ha preso parte, lo scorso 3 marzo, al convegno “Migrazioni e sicurezza: un equilibrio difficile”

A cura di Ilaria Nespoli

Logo_LiduRoma, 9 Marzo – “Ho accolto con piacere la proposta del collega Paolo Romani, Presidente della Delegazione italiana presso l’Assemblea parlamentare dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa, di ospitare a Palazzo Giustiniani questo importante incontro nell’ambito dei Security Days dell’OSCE”. Così il Presidente del Senato, Pietro Grasso, ha inaugurato i lavori del convegno “Migrazioni e sicurezza: un equilibrio difficile”, cui la LIDU Onlus ha preso parte lo scorso 3 marzo. In particolare, Grasso ha evidenziato come il tema dei nessi fra flussi di rifugiati, migrazioni e sicurezza, ormai da mesi al centro del dibattito politico in Italia e in Europa, sia stato oggetto di recentissime discussioni della Sessione invernale dell’Assemblea parlamentare dell’OSCE, la quale pur non occupandosi nello specifico di politiche migratorie, ritiene che quest’ultime siano condizione per la stabilità e lo sviluppo economico nell’area. Inoltre, il Presidente del Senato muovendo dalla complessità del fenomeno migratorio, ha voluto sviluppare tre considerazioni sul tema estremamente importanti. La prima verte sul fatto che le migrazioni sono un fenomeno epocale, connaturato all’umanità che è sbagliato e controproducente affrontare con interventi di breve termine. Tale fenomeno deve essere, al contrario, affrontato con umanità e con pragmatismo, anche nella consapevolezza che il nostro continente sta invecchiando rapidamente e può trarre grande vantaggio da un’emigrazione virtuosa e ben regolata. Quindi, Grasso ha evidenziato come la grande debolezza dell’Ue sia stata proprio l’assenza di strategia unitaria che mettesse in conto le trasformazioni in atto alla frontiera meridionale dell’Unione, al fine di influire positivamente sul corso degli eventi. Sulla mancanza di una strategia comune europea ha posto l’accento anche Lamberto Zannier, Segretario Generale OSCE, il quale ha esortato l’Europa ad affrontare le sfide poste dal fenomeno migratorio con un maggiore spirito di solidarietà, dimostrando nei fatti che la tutela dei diritti fondamentali della persona rappresenta il valore fondante dell’UE. Il secondo aspetto toccato da Grasso attiene all’adozione di politiche lungimiranti di attribuzione di diritti e cittadinanza a chi partecipa con lealtà e con il proprio impegno alla nostra democrazia. Ad esse Grasso ha attribuito un ruolo fondamentale al fine di evitare i fenomeni di emarginazione e marginalizzazione delle comunità immigrate nelle quali si annidano le radici dei fatti drammatici di Parigi, ma prima ancora di Londra e di Madrid. L’ultimo punto riguarda direttamente il tema del convegno, ovvero quella saldatura mentale fra migrazione e insicurezza, che Grasso ha definito “pericolosa e da rigettare con la massima fermezza”, sottolineando come invece la genesi degli attentati a Parigi sia stata largamente interna all’Europa. L’equazione sicurezza e migrazioni viene negata con forza anche dalla Presidente della Rai, Monica Maggioni, la quale ha evidenziato come identificare i migranti quale minaccia sia una mera “scorciatoia politica” che serve solo ad aumentare di qualche punto il consenso nei sondaggi.  Quindi, la Maggioni ha invitato le forze politiche ad avere maggior coraggio, preferendo a reazioni politiche di breve termine, interventi di lungo periodo capaci di offrire soluzioni concrete. Sotto questo profilo è estremamente interessante che sia stata proprio l’Osce ad organizzare un simile convegno. Come sottolineato da Ferdinando Nelli Feroci, anche l’Osce può fornire un contributo importante alla gestione dei flussi migratori, essendo l’ambito di competenza dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa estremamente esteso; comprendendo anche aree strettamente legate all’immigrazione, quali:  la lotta ai trafficanti di esseri umani che sfruttano i movimenti migratori, la battaglia al cambiamento climatico che sappiamo essere una delle cause determinanti dei flussi migratori, l’implementazioni di programmi volti a favorire lo sviluppo sostenibile e l’integrazione. In questo contesto, l’Osce può aiutare nella gestione delle politiche migratorie, attraverso una serie di interventi:

– fornire aiuti nell’assicurare che le pratiche di controllo delle frontiere e di asilo siano conformi agli standard internazionali;

– stimolare un dialogo cross border fra le autorità di polizia e la magistratura nei paesi impegnati nella lotta alla criminalità organizzata;

– mettere a disposizione aiuti e assistenza per favorire la stabilizzazione e la ricostruzione dei Paesi d’origine dei flussi migratori.

Inoltre, con ben 57 Stati partecipanti del Nord America, dell’Europa e dell’Asia, l’Osce può aiutare nella ricostruzione del multilateralismo. Come messo in evidenza da Enzo Amendola, Sottosegretario agli affari esseri, il multilateralismo è una questione che interroga soprattutto l’Unione Europea, la quale deve iniziare a sviluppare un progetto serio di condivisione delle responsabilità che metta al primo posto la solidarietà, altrimenti il rischio per l’Unione è di infrangere la propria storia e ipotecare il proprio futuro.

Elogio della diversità

Ricordo dell’antropologa Ida Magli

Del Prof. Antonio Virgili Presidente della Commissione Cultura LIDU Onlus

Roma, 25 febbraio -Se si dovesse indicare uno dei tratti più caratteristici del pensiero sociale e politico dell’antropologa Ida Magli, quello che forse più contraddistingue la sua passione polemica civile, lo si potrebbe sintetizzare nell’elogio della diversità. Gradita ospite della LIDU nel 2012, per un dibattito sul suo volume “Dopo l’Occidente”, ne ricordiamo, in occasione della sua morte, alcuni dei tanti spunti di riflessione che ha lasciato. L’ antropologia nasce dallo studio delle diversità culturali, sociali ed etniche, si alimenta di esse in profondità per poi produrre sbocchi di analisi dissimili: lo studio comparativo, la ricerca di fattori comuni universali, o la pur importante funzione di raccolta ed in qualche modo di tutela delle diversità stesse. Tra le caratteristiche che accomunano gli antropologi ad altri studiosi di scienze sociali c’è il distacco, spesso inevitabile e talora essenziale, tra l’oggetto studiato ed il proprio sentire sociale o morale. Studiare ed analizzare una società non significa necessariamente condividerne valori, modi e comportamenti, anzi, come affermava Gino Germani, il sentirsene in parte esclusi spesso acuisce la sensibilità di indagine e discernimento.  La Magli ha avuto lo spirito dell’antropologa nel desiderio di tutelare il grande patrimonio culturale italiano, ma anche una forte e libera passione nel porre in risalto le incongruenze, le meschinità, le debolezze, le tendenze negative, nel difendere il diritto alla diversità culturale ma anche alcuni dei valori forti della nostra cultura. Non è dunque necessario condividere tutte le Sue opinioni o conclusioni per poterle dar merito di queste sue positive caratteristiche, certamente “stonate” in un consesso culturale nel quale oramai l’allineamento, la “doverosa” appartenenza a scuole e correnti di pensiero, l’accondiscendenza ossequiosa ai poteri grandi ma forse ancor peggio a quelli piccoli e meschini, sembra purtroppo prevalere nel panorama del nostro Paese.  In ciò fu una italiana rispondente al Suo modello di italianità, quello che ad esempio illustrò nel volume “Omaggio agli Italiani”, cioè una diversità per forma mentis, per l’eredità culturale, per l’ambiente colmo di arte nel quale viviamo, per la refrattarietà a molte grandi teorie e per la capacità di continuare a pensare “nonostante tutto”, che la Magli vedeva come caratteristiche che hanno fatto grandi molti italiani ma che allo stesso tempo li hanno resi invisi agli Europei medi, ed ancor più a quelli mediocri. L’essersi posta problemi sociali come la convivenza tra culture diverse, le une descritte come permeabili e sostanzialmente modellabili, come quella europea, le altre come impermeabili e votate alla pura continuità della tradizione, come quella islamica, va bel al di là dello studio antropologico ed investe prospettive molto più ampie e profonde. Così come, ragionando della musica di Verdi e di Wagner, affermava “sono le differenze che creano la bellezza”, perché quindi impoverire le proprie radici “imitando” gli altri? Le implicazioni, anche da noi più volte personalmente sollevate, includono uno dei nodi centrali della cultura europea contemporanea: se stiamo perdendo il senso della nostra identità culturale, come Italiani ma probabilmente anche come Europei, quindi anche della nostra storia e della tradizione dei diritti fondamentali e dello Stato sociale, non solo abbiamo, ed avremo ancora di più in futuro, difficoltà a rapportarci con altri popoli e culture, ma non saremo in grado di rispondere ai loro inevitabili e giusti quesiti:  Ma voi Europei cosa proponete? Quali sono i vostri valori fondamentali? Quale è la vostra Cultura? Se noi Europei non riusciamo ad avere idee chiare su noi stessi e sull’Europa, come possiamo progettare il futuro e rapportare tutti noi alle altre grandi realtà del mondo? Decisamente pessimista, però, la visione della Magli sull’Europa che aveva avviato il processo di integrazione, accusato, forse giustamente, di essere guidato solo da gruppi finanziari e di interesse più che da una visione politica di ampio respiro. Ma accusato anche di essere solo germano centrico e giungendo in proposito a dire, duramente: “dobbiamo trarre una conclusione evidente: i Tedeschi hanno portato a termine lo scopo che si era prefisso Hitler: eliminare i diversi. Soltanto il modo non è lo stesso, e tende a far dimenticare quello che i Tedeschi stessi hanno fatto: se si è tutti uguali, senza Nazioni, senza monete, senza bandiere, senza caratteri, non esisteranno più neanche i Tedeschi e il ricordo della loro politica di sterminio.”[1] Il pessimismo di lungo periodo della Magli si incrocia con alcuni altri interrogativi di prospettiva più breve che si potrebbero porre:  se qualcosa di irreparabilmente tragico dovesse accadere in Europa, dove potrebbero fuggire gli Europei?    Dove sarebbero accolti con pari diritti e con il riconoscimento delle libertà tipiche della loro cultura?   Quali Paesi sarebbero disposti a (o potrebbero permettersi) stanziamenti di molti milioni di dollari per aiutare gli esuli europei? Il Nord America potrà, o saprà essere, una soluzione praticabile? Una risposta alla crisi strisciante che attraversa le società europee ed anche agli egoismi sostanziali, pur camuffati da generosa disponibilità (come il direttorio di fatto tedesco, con stampella francese), sta solo nell’Europa stessa, nella sua grande riserva di cultura, nella vitalità artistica, nella storia, nella tradizione giuridica. E diciamo Europa, non Germania e Francia soltanto, quindi con ruoli paritari degli altri Paesi, Italia anzitutto.  Ciò non per auto-adulazione, ma perché l’Umanesimo ed il Rinascimento, Beccaria, Filangieri, Pagano, Mazzini, Cattaneo, Einaudi, Ernesto Rossi, ed una miriade di altri giuristi, uomini di cultura, artisti, scienziati, letterati, hanno contribuito grandemente a costruire l’Europa e la sua Cultura. Ovvero, l’Europa senza gli Italiani non sarebbe stata l’Europa, così come non potrebbe esserlo in futuro. Sarebbe qualcos’altro, forse una sorta di sacro romano impero germano centrico, o di propaggine del Commonwealth, o di area di confine della Umma, o di area funzionale del colosso cinese. Anche per questo motivo, la Magli non poteva non essere fortemente critica sulla gestione dell’istruzione pubblica in Italia, sempre più a rimorchio di idee e modelli stranieri, intenta a risparmiare danneggiando la qualificazione delle generazioni future. Formazione svuotata di contenuti critici e dei due assi portanti del tempo e dello spazio, vista la compressione delle ore dedicate alla storia ed il taglio selvaggio di quelle dedicate alla geografia, queste ultime sempre meno affidate a chi ha specifica qualificazione geografica ed eliminate, nella loro autonomia, da molti indirizzi di studio. Quali cittadini del mondo si dovrebbero formare se privi di tali due strumenti fondamentali? Tutto è stato improntato a logiche contabili di risparmio, ignorando la crescente dequalificazione che produrrà effetti generazionali a cascata; usando etichette banali come “la buona scuola” e orientando il timone verso una deriva culturalmente suicida. Non solo, con attento occhio da antropologa, la Magli rincarava la dose sostenendo che una trasmissione della cultura e della tradizione affidata quasi solo a donne (considerato che l’insegnamento è divenuto area sempre più dequalificata e poco ambita sotto vari punti di vista, quindi  prevalentemente femminile) non è culturalmente ottimale; le nuove generazioni avranno dei riferimenti in meno ed un orientamento che oggi danneggia una parte degli studenti, in futuro danneggerà anche i figli di quegli studenti e l’intera società. Allo stesso modo, imitare la povertà linguistica e la rudezza altrui, perdere l’uso delle raffinate possibilità della lingua italiana a favore di anglicismi spesso rozzi, contribuisce a determinare quell’atteggiamento di rifiuto della propria cultura (italiana) delle nuove generazioni che giustamente allarma l’antropologa  “nulla è più significativo che questa collaborazione dei giovani al disprezzo della propria terra, dell’Italia, persino nelle cose in cui è storicamente la più ricca, la più ammirata nel mondo“. Quanto può sopravvivere una qualsiasi società che rifiuta la propria cultura e storia e le disprezza? La difesa dei diritti delle donne è stata poi una delle battaglie costanti della professoressa Magli, ma ancora una volta condotta fuori dagli schemi abituali e spesso banalizzanti. Giustamente contraria alle cosiddette quote rosa, che non fanno che ribadire una subalternità e diversità di fatto delle donne, ha più volte criticato l’incapacità della cultura islamica di prevedere un ruolo paritario per le donne, permanentemente confinate ad un ambito inferiore. Commentando gli assalti alle donne avvenuti a Capodanno a Colonia, scriveva amaramente, tra l’altro:  “. . . Il cristianesimo resiste, malgrado i colpi di piccone dati dagli scandali dei preti e la presenza di un Papa che non smette mai di esortare all’accoglienza?  Di fronte a tutti questi fallimenti possiamo supporre, anche se non ci sono le prove, che siano state le autorità di Bruxelles a voler dare un’ accelerazione definitiva alla distruzione della civiltà europea. Con una trovata geniale è stato dato il via all’arma primordiale, quella che tutti i maschi hanno sempre adoperato sul nemico vinto: il possesso delle donne”. In un precedente articolo del 2014, dal titolo presago “Il conto degli sbarchi lo pagheranno le donne”, aveva affermato: “Per quanto le donne siano oggi in grande maggioranza ben consapevoli di se stesse, dei propri diritti, della propria libertà, sono però in qualche modo fragili, poeticamente alla ricerca di un amore “diverso”, vagheggiando un maschio sessualmente e psicologicamente forte, capace di dominare, tipo ormai rarissimo da trovare fra gli italiani. Le promesse di parità non contano: una volta sposate con un musulmano le donne sperimentano la forza della cultura islamica non soltanto nel marito ma in tutta la sua famiglia e sono costrette ad una obbedienza che diventa anche più grave con la nascita di figli. Ma possiamo intravedere pericoli ancora più gravi per la tenuta della società nei messaggi che si sprigionano nell’aria, dal punto di vista culturale, con una forte presenza di donne velate, tabuizzate, spesso infibulate, che coltivano doveri, ideali, mode, sentimenti, passioni, linguaggi in totale contrasto con i nostri. L’aria culturale non la si può chiudere nelle moschee o nei tribunali appositi: la respiriamo tutti. La “tolleranza” ne facilita la circolazione ovunque…”.  E per combattere le mutilazioni genitali femminili ed altre forme analoghe di manipolazione del corpo femminile, la Magli non ha esitato ad invitare i credenti della comunità ebraica a sostenere, con un gesto di grande valenza simbolica, l’abolizione della circoncisione maschile,  per dar prova di coerenza nella difesa dei diritti umani e per invitare i tradizionalisti musulmani a proibire altre pratiche (spesso contro le donne) adottate prendendo alla lettera il dettato coranico. A ciò si collega anche il problema del delicato rapporto tra religioni, con relativi testi sacri, e società laica. Così come il Cristianesimo aveva in gran parte cancellato la cultura religiosa dell’antica Roma, altrettanto è avvenuto per altre culture del mondo ed il meccanismo è destinato a manifestarsi ancora. La Magli esplorava simbologie e fattori in gioco nell’attuale incontro-scontro tra il modello culturale europeo e l’islamico, ad esso più geograficamente limitrofo,  affermando: “Nell’islamismo sono in atto, quindi, le strutture universali del Sacro e la loro organizzazione sociale a livello elementare, strutture che vibrano spontaneamente nell’animo umano perché rispondono, acquetandolo, al bisogno di sicurezza che assilla ogni uomo.” In “Maometto e la violenza”, la Magli sottolineava poi la specificità del Corano, che in un suo diverso scritto aveva già invitato tutti a leggere per “non morire di Islam”.  La Magli precisava che: “C’è un fattore in più, però, nella religione di Maometto che domina su tutti gli altri imprimendogli un’inesauribile vitalità: bisogna combattere per la vittoria di Allah. È l’ordine che Maometto ha dato fin dall’inizio e che ha garantito e garantisce tutt’oggi l’espansione dell’Islamismo: combatti e vincerai. Il termine “combattere” è uno dei più frequenti nel testo del Corano: Islam e battaglia vittoriosa sono la stessa cosa perché è Dio che combatte quando i suoi fedeli combattono.”  . . . . “Una volta padroni dell’Europa, quindi, i musulmani “giustamente” ne distruggeranno “l’europeità”, come è sempre successo quando una cultura è subentrata ad un’altra“, . . . “Il modo di vivere musulmano, regolato dai precetti dettati nell’antichità da Mosè al suo popolo e che Maometto ha confermato nel Corano, essendo “sacro” deve essere osservato alla lettera e impregnerà di sé l’ambiente europeo, cancellando qualsiasi traccia del nostro“. Difficile dire se la professoressa Magli abbia lasciato predominare solo la visione negativa degli eventi. I tanti spunti di riflessione antropologica lasciati, tutti di una disarmante chiarezza, estranea al dilagante “politicamente corretto”,  segno di una assunzione in prima persona della responsabilità delle proprie analisi e dei propri valori, sono accomunati da una grande passione per la propria ricerca sociale, dalla difesa della dignità umana, dall’amore per l’arte e la cultura italiane che, da antropologa, riteneva fossero assolutamente da salvare nella loro peculiare diversità antropologica.

[1] da Omaggio agli Italiani, pag. 21

Presentazione dell’ Undicesimo rapporto dell’Osservatorio romano sulle migrazioni

Fra tutte le venti Regioni italiane, il Lazio è al secondo posto per popolazione residente e per numero di residenti stranieri

a cura di Ilaria Nespoli

Logo_LiduRoma, 24 febbraio – Lo scorso 18 febbraio, la Lidu Onlus ha partecipato alla presentazione dell’undicesimo rapporto dell’Osservatorio romano sulle migrazioni, curato dal Centro Studi e Ricerche IDOS in collaborazione con l’Istituto di Studi Politici S. Pio V. Come evidenziato da Ginevra Demaio, curatrice del rapporto, si tratta dell’unico annuario socio-statistico volto a contribuire alla conoscenza scientifica del fenomeno migratorio all’interno dell’area romano-laziale. In particolare, il rapporto si sofferma su tre macrodimensioni: l’immigrazione stabile, i flussi e le pratiche di accoglienza dei richiedenti asilo e dei rifugiati, le ricadute sociali, economiche e lavorative del fenomeno sul territorio di riferimento. Fra tutte le venti Regioni italiane, il Lazio è al secondo posto per popolazione residente e per numero di residenti stranieri, pari a 636.524 al 10 gennaio 2015. Nonostante ciò la Regione Lazio è al quarto posto per incidenza degli stranieri sul totale dei residenti, in un rapporto di 11 immigrati ogni 100 residenti, a dimostrazione di un impatto non così sbilanciato sul territorio. A inizio 2015, la Città Metropolitana di Roma è la prima provincia italiana per numero di immigrati residenti, pari a 523.957 unità, che rappresentano ben l’82,3% degli stranieri registrati in regione. Per quanto riguarda l’incidenza, Roma si colloca al 10 posto fra le province italiane con il 12,1% di stranieri sul totale della popolazione residente. Più della metà di residenti stranieri (288.090) provengono dal continente europeo (circa 8 su 10 sono comunitari, provenienti soprattutto dalla Romania e dalla Polonia), un quarto dall’Asia (indiani e cinesi, quest’ultimi in diminuzione). La popolazione straniera nel Comune di Roma si concentra soprattutto nei Municipi I, VI, V, nella zona Est della Capitale, che accoglie un terzo degli stranieri della città. In ordine all’occupazione, anche il mercato del lavoro del Lazio fra il 2008-14 ha subito una sensibile battuta d’arresto, con una diminuzione del tasso di occupazione,  che pur essendo salito nel 2014 al 58,8%, resta ben al di sotto dei valori pre-crisi. Gli occupati stranieri in regione sono 320.000 unità, pari al 14,1% del totale, in crescita del 13,3% rispetto all’anno precedente. In aumento anche il loro tasso di occupazione pari al 64,2% a fronte del 43,9% degli italiani. Tuttavia, il rapporto evidenzia come si tratti di un inserimento subalterno, con ben il 45,5% dei lavoratori stranieri impiegato in professioni non qualificate e nei settori dei servizi alla persona e nelle costruzioni, meno appetibili per gli italiani. Tuttavia, l’area romano-laziale si è contraddistinta per una forte crescita di imprese condotte da immigrati, pari a 67 mila, due terzi delle quali collocate nel Comune di Roma. Interessante analizzare poi la dimensione scolastica dell’immigrazione romana. Il Lazio è la quinta regione per alunni con cittadinanza non italiana, ospitandone 77.605 pari al 9,3% sul totale degli iscritti. Di questi, ben il 78,8% studia in provincia di Roma: un dato significativo è rappresentato dal fatto che su 61.172 iscritti oltre il 51% è nato in Italia, una percentuale che sale all’83,6% nella scuola dell’infanzia e al 64,4% nella primaria. Tali cifre rendono quanto mai urgente l’approvazione della legge sullo ius soli ancora ferma al Senato. Per quanto concerne la questione dei richiedenti asilo, fra il 1 gennaio e il 31 dicembre 2014, ben 8.361 persone si sono rivolte all’Ufficio migrazione del Comune di Roma. Di questi 3.878 hanno presentato domanda di accoglienza, di cui ben 3627 persone sono state accolte, provenienti principalmente dall’Afghanistan, dal Bangladesh e dal Mali. Un discorso a parte meritano i minori non accompagnati, in maggioranza egiziani ed afghani, per un totale di 2.142 unità nel 2014; un gruppo estremamente esposto a rischi di sfruttamento., essendo difficile inserirli in un percorso educativo. Il comune di Roma ha ampliato i posti di accoglienza, passati dai soli 69 nel 2003 ai 4.790 del 2014, anche grazie all’ingresso formale nel Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati (SPAR), il circuito di accoglienza nazionale. Se il 2015 è stato l’anno degli scandali di Roma Capitale che hanno contribuito ha creare allarmismi, preoccupazioni e rabbia in merito al fenomeno migratorio, l’auspicio è che il 2016 sia l’anno di rilancio del sistema. Le politiche sociali di Roma Capitale, paralizzate da un’estrema caducità dei vertici amministrativi, potrebbero infatti mutuare dalle numerose esperienze di integrazione dal basso presenti sul territorio, caratterizzate da progetti portati avanti da associazioni e da iniziative informali, per lo più autofinanziate e autogestite, quali: mense popolari, start-up di imprese e spazi auto-organizzati o gestiti in modo cooperativo (es. orti urbani, cooperative agricole etc.). Infine, l’obiettivo del rapporto è rendere Roma un esempio di politica migratoria, superando l’esperienza negativa degli ultimi anni e valorizzando il carattere di città interculturale e interreligiosa, che tende ad anticipare dinamiche che vedremo  in Italia nei prossimi vent’anni.

Dibattito e presentazione della pubblicazione “Ponti non muri. Garantire l’accesso alla protezione in Europa”

Martedì 9 febbraio la Lidu Onlus ha partecipato al convegno presso il Salone delle Conferenze della Sioi

a cura di Ilaria Nespoli

20160209_155021Roma, 18 febbraio – Lo scorso martedì 9 febbraio, la Lidu Onlus ha partecipato ad un interessante convegno ospitato presso il Salone delle Conferenze della Sioi, cui hanno preso parte il Direttore del TG3, Bianca Berlinguer; Franco Frattini, Presidente della SIOI; Roberto Zaccaria, Presidente del CIR; Maria Luisa Parmigiani dell’Unipol Gruppo Finanziario, Gianni Pittella, Presidente del Gruppo Socialisti e Democratici al Parlamento europeo; Christopher Hein, Consigliere Strategico del CIR, il prefetto Mario Morcone, Capo Dipartimento per le Libertà Civili e l’Immigrazione e Sandro Gozi, Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri. Il dibattito è ruotato intorno alla pubblicazione del Consiglio Italiano dei Rifugiati “Ponti non muri. Garantire l’accesso alla protezione in Europa”, finanziata dalla Unipol Gruppo Finanziario. Muovendo da uno studio estremamente dettagliato del fenomeno migratorio nel continente europeo, il volume esamina gli attuali strumenti complementari rispetto al concetto territoriale di asilo per accedere alla protezione negli Stati membri dell’Unione Europea, i quali possono essere attuati come primo passo per ripensare il sistema al fine di realizzare  un ingresso dei migranti che sia legale e programmato. Infatti, come evidenziato da tutti gli interventi ed in particolare, Bianca Berlinguer, nell’estate del 2015, tutta l’Europa è stata interessata da un aumento esponenziale del numero dei richiedenti asilo. Anche il numero delle vittime è drammaticamente aumentato, al punto tale che, dopo l’ondata di commozione sollevata nell’opinione pubblica e (nei governanti di tutta Europa) dall’immagine del piccolo Aylan riverso sulla costa turca, oggi il susseguirsi di morti  ha creato una tale assuefazione alla tragedia da non fare quasi più notizia. Come evidenziato nel corso del dibattito da Christopher Hein, le proposte avanzate partono da due presupposti fondamentali: in primo luogo, non tutti i migranti vogliono venire in Europa, molti di essi, se le condizioni dei campi di accoglienza lo consentissero, preferirebbero per rimanere nei Paesi di primissimo approdo, come il Libano, più vicini a loro dal punto di vista linguistico – culturale. In secondo luogo, l’adozione di meccanismi d’ingresso protetto potrebbero ridurre considerevolmente il numero di persone costrette ad intraprendere viaggi della speranza, affidandosi a trafficanti senza scrupoli. Entrando nel dettaglio del volume, Hein ha evidenziato come la pubblicazione proponga una vera e propria rivoluzione copernicana in materia di visti, prevedendo una procedura specifica per la presentazione e la valutazione dei visti  Schengen concessi per motivi umanitari e l’applicazione di criteri comuni di esame delle domande. Tali visti consentono al richiedente di rivolgersi autonomamente e direttamente alla Rappresentanza diplomatica di un Stato membro, la quale dovrà procedere alla valutazione dei bisogni di protezione dello straniero prima che questo  giunga alle sue frontiere, in modo tale da permettere a quest’ultimo, in caso di accoglimento della sua domanda, di giungere nel paese di destinazione in modo legale, sicuro e protetto.  La concessione di visti umanitari potrebbe essere politicamente ed economicamente promossa dalla stessa UE, anche se comunque è prerogativa degli Stati fissare le regole che governano l’ingresso di un cittadino non comunitario nel territorio nazionale, essendo l’UE una comunità di Stati priva delle caratteristiche di uno Stato federale. Altre proposte illustrate nel testo prevedono la creazione di hotspot volti all’identificazione, al foto-segnalamento e alla registrazione alle frontiere esterne dell’Europa, attraverso operazioni svolte da una polizia di frontiera europea. Infine un’altra iniziativa molto interessante promossa dal CIR riguarda i programmi di reinsediamento, ovvero quello strumento di condivisione delle responsabilità a livello internazionale che consente a persone che hanno trovato rifugio in un paese terzo il trasferimento in un altro Stato che ha accettato di ammetterli come rifugiati e che permette loro di stabilirsi permanentemente nel proprio territorio. Quindi, il CIR propone che il reinsediamento venga inserito nel processo legislativo di armonizzazione del diritto di asilo, al fine di giungere ad uno strumento normativo e ad un modello comunitario condiviso che riguardi, in primo luogo, i criteri di selezione e faccia leva su una più dettagliata informazione sulle possibilità di accoglienza e di integrazione nello Stato di reinsediamento. Il vantaggio per i governi dei paesi di destinazione di adottare questa tipologia di interventi consiste nel fatto di sapere ex ante quante persone entreranno nel proprio territorio in un determinato periodo, facilitando anche l’organizzazione dell’accoglienza e dei programmi d’integrazione lavorativa e sociale. Apprezzamento verso le proposte volte a realizzare un’immigrazione di tipo legale è giunto da Gianni Pittella, il quale ha fermamente sottolineato come il suo gruppo si opporrà fermamente  a qualsiasi proposta di mettere in discussione il Trattato di Schengen, il cui unico risultato sarebbe quello di eliminare una conquista su cui si basa l’idea stessa di Europa, ovvero la libera circolazione delle persone. Da parte sua, Franco Frattini ha espresso pessimismo su quanto l’Unione Europea sta facendo finora per affrontare la questione migratoria  anche se comunque ci sono le prospettive per una revisione della politica europea in materia di visti rilasciati per motivi umanitari proposta dalla stessa Commissione Junker. Inoltre, Frattini ha espresso forti perplessità sulla proposta della Turchia di schierare la NATO ai propri confini a controllo dei flussi migratori, perché un simile schieramento secondo l’ex Ministro degli Esteri non solo sottintende un legame fra terrorismo e i flussi migratori ma equivarrebbe ad una dichiarazione di fallimento della stessa Europa nella gestione di problemi umanitari nel suo territorio. E’ evidente quindi come la necessità di ripensare il sistema attuale non possa e non debba passare dalla chiusura delle frontiere interne, ma richieda un’apertura mentale collettiva e un’assunzione di responsabilità da parte di tutti i Paesi membri che permetta di superare la sindrome dell’”invasione” per giungere ad una riforma delle politiche e delle strategie in materia di immigrazione basata, innanzitutto, sulla creazione di un sistema comune europeo di asilo che sia governabile, pienamente conforme ai valori fondamentali dell’Europa, e che abbia come principale obiettivo quello di ridurre drasticamente la perdita di vite umane.

Lidu onlus : presentazione del libro “Storia della Lega italiana per il Divorzio” di Domenico Letizia

Si tratta di un’interessante ricostruzione storica del divorzio che, muovendo dall’uso dell’istituto nell’antichità presso i greci e romani giunge fino al 12 maggio 1974, giorno in cui si tenne il referendum per l’abolizione della legge Fortuna sul divorzio

A cura di Ilaria Nespoli

Storia_Lega_Italiana_per_il_Divorzio_-_copertinaRoma, 27 novembre – Il giorno 19 novembre, la L.I.D.U. Onlus, Lega Italiana dei Diritti dell’Uomo ha ospitato la presentazione del libro Storia della Lega italiana per il Divorzio” di Domenico Letizia. Si tratta di un’interessante ricostruzione storica del divorzio che, muovendo dall’uso dell’istituto nell’antichità presso i greci e romani giunge fino al 12 maggio 1974, giorno in cui si tenne il referendum per l’abolizione della legge Fortuna sul divorzio, passando per le prime iniziative dei movimenti laici italiani del “Movimento pro Divorzio”, a cavallo degli anni Cinquanta e Sessanta, volte a denunciare la realtà legislativa italiana contraria a quello che è ed era invece un diritto che si pone in stretto collegamento con il principio della libertà di coscienza. Come evidenziato dal Presidente della L.I.D.U., Alfredo Arpaia, “il matrimonio è una libera scelta volontaria che va confermata ogni giorno attraverso la stima e la fiducia reciproca fra i coniugi”. Arpaia fu testimone diretto tanto della battaglia fra l’area laica e la componente cattolica del Paese, contraria a qualsiasi cosa mettesse in discussione il principio della sacralità del matrimonio, quanto dei dibattiti e delle conferenze convocati dal Movimento, nel napoletano in primis, per denunciare la realtà legislativa italiana che prima della Legge Fortuna del 1969 vietava il divorzio. Il richiamo allo stretto legame fra divorzio e libertà individuale è anche al centro dell’intervento del Tesoriere nazionale della L.I.D.U, Vincenzo Farina, secondo cui il libro di Letizia sorprende soprattutto per la fluidità del linguaggio nel ricostruire la storia del nostro Paese relativa all’introduzione del divorzio, quando finalmente ciascuno ha preso possesso della libertà di pensiero individuale, senza essere più rinchiusi nella prigione dell’ipocrisia. Inoltre, come evidenziato da Domenico Alessandro De Rossi, Presidente della Commissione “Diritti delle Persone private della libertà personale”, l’approvazione della Legge Fortuna- Baslini, fortemente laica e liberista, deve molto all’humus politico creato dal movimento del Sessantotto 1968 che un profondo cambiamento nel vissuto sociale. Tuttavia, conoscere le battaglia per l’introduzione del divorzio è importante non solo a fini della mera ricostruzione storica ma anche per comprendere le attuali lotte per i diritti civili, dal divorzio breve fino ai matrimoni fra persone dello stesso sesso e al riconoscimento delle coppie di fatto. Infatti, ci sono delle analogie con quanto avvenuto allora in Italia specie per quanto riguarda coloro che tendono ad osteggiare tali battaglie: come sottolineato da Alessandro Gerardi, Tesoriere della Lega Italiana per il divorzio breve, parliamo di un fronte eterogeneo che, oggi come allora, tende a celarsi dietro l’alibi dei tempi non ancora pienamente maturi nel nostro Paese per poter realizzare tali cambiamenti. Le analogie non si fermano qui, come evidenziato dall’intervento di Diego Sabatinelli, Segretario della Lega Italiana per il Divorzio Breve. Infatti, con il Sessantotto si è affermato un nuovo modo di fare politica, il movimentarismo il quale ha introdotto nuovi strumenti di azione (azioni di non violenza, scioperi della fame, banchetti di piazza), in una “creatività politica” attraverso cui ottenere l’attenzione da parte dei mass media per raggiungere i propri scopi.  E’ in questo contesto che si inserisce la LID, la Lega Italiana per l’istituzione del divorzio, al centro dell’analisi dell’opera di Letizia. Come evidenziato dallo stesso autore, la LID fu istituita nel 1966 per iniziativa della sezione romana del Partito radicale, già mobilitatosi per sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema del divorzio, al fine di coordinare i movimenti d’opinione favorevoli al medesimo istituto. Parafrasando le parole di Letizia, “la Lid fu un esempio molto interessante di associazione politica nata per conseguire un obiettivo specifico e limitato, aperta a tutti coloro che fossero interessati alla sua specifica battaglia, indipendentemente dall’appartenenza politica”. Per raggiungere i propri obiettivi la LID ha operato in una duplice direzione: una volta a far conoscere i termini della questione all’opinione pubblica, l’altra volta a sollecitare le forze politiche mediante dibattiti convegni e manifestazioni pubbliche. E’ grazie a questa azione trasversale che si è giunti alla vittoria del “NO” al referendum per l’abolizione della Legge Fortuna Baslini del 1969. Un altro elemento di novità evidenziato da Letizia nel corso della presentazione del proprio libro consiste nell’utilizzo nei suoi comunicati stampa di espressioni che rimandavano al linguaggio caro ai partiti di ispirazione marxista, al fine di sensibilizzare su tematiche legate ai diritti civili e non ad aspetti economici. L’uso di tali espressioni sorprende ancor di più se si tiene conto che il fronte anti-divorzista contava fra le sue fila parte della classe dirigente del partito comunista che vedeva nell’istituto un fenomeno borghese che richiamava alla mente gli Stati Uniti e le loro ampie libertà ed andava ad intaccare la famiglia proletaria, la cui unità era fondamentale per far fronte alla classe dominante. Tornando alla lotta sul fronte dei diritti civili, essa prosegue in un cammino pieno di difficoltà e battute d’arresto, anche se non mancano importanti successi. Pensiamo alla battaglia condotta da quella che possiamo considerare l’erede ideale della LID, ovvero la Lega Italiana per il Divorzio Breve istituita nel 2007. Essa, muovendo da dati incontrovertibili relativi all’incremento delle separazioni del 101% in soli dieci anni, aveva come obiettivo l’abolizione del termine triennale che doveva intercorrere fra la separazione legale dei coniugi ed il divorzio, al fine di snellire il passaggio giudiziario per giungere alla cessazione degli effetti civili del matrimonio. La battaglia condotta dalla Lega per il Divorzio Breve, condotta avvalendosi sia della consuete azioni della nonviolenza sia dei nuovi strumenti della piazza virtuale di Internet, si è conclusa con un fondamentale successo: la Legge 11/05/2015 n°55. Essa va a modificare proprio quegli articoli del Codice civile relativi ai tempi necessari per chiudere le pratiche del divorzio, riducendo i tempi a sei mesi in caso di separazione consensuale o al massimo un anno se si decide di ricorrere al giudiceTuttavia, come Lega Italiana dei Diritti dell’Uomo riteniamo che tale legge non possa e non debba essere considerata un punto di arrivo nel contesto delle modifiche legislative ancora necessarie affinché l’Italia cessi di essere fanalino di coda nella tutela dei diritti civili, il cui riconoscimento è fondamentale per l’affermazione di una società che sia compiutamente democratica ed aperta alle istanze dei singoli.

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