Giorgio Arfaras: la Decrescita Economica è un’Utopia Reazionaria

Giorgio Arfaras: “Sono assolutamente a favore della crescita.”

unnamed-(1)Roma, 4 maggio 2016 – Giorgio Arfaras, economista, direttore della Lettera Economica del Centro Einaudi, intervistato dalla piattaforma di dibattito pubblico Pro\Versi (www.proversi.it), ha dato un importante contributo al dibattito sulla Decrescita Felice, evidenziando soprattutto i limiti di tale strategia economica. Alla domanda se sia favorevole o contrario alla tesi che la decrescita sia un’utopia irrealizzabile, Arfaras pone in primo piano il suo sostegno alla crescita: “Sono assolutamente a favore della crescita […] quando uno pensa ‘crescita’ s’immagina un mondo inquinato, tutti i fiumi pieni di sporcizia. Uno può benissimo avere una crescita pulita”. Parallelamente, il dott. Arfaras evidenzia come parlare di Decrescita sia inadeguato anche in relazione all’odierno sviluppo tecnologico: “La decrescita significherebbe avere un’economia elementare. Non riesco a capire come uno possa sostenere […] una popolazione a invecchiamento progressivo, dove c’è bisogno di mantenere i vecchietti, con un’economia quasi da maniero, dove si produce poco e si consuma a chilometro zero”; “[la Decrescita] è un’utopia reazionaria, cioè uno desidera un mondo perfetto, ma è un mondo perfetto […] di ieri, dove si suppone che tutti fossero felici. In realtà si viveva fino a quarant’anni, alla prima poliomielite uno moriva”. Si possono avere progresso e un mondo pulito “semplicemente riformando […] queste cose sono già in corso, ci sono già le auto elettriche, i pannelli […] Basta fare in modo che queste cose proseguano”. Giorgio Arfaras si dissocia dall’opinione secondo la quale l’attuale livello di produzione e consumo sia insostenibile per gli equilibri del pianeta: “questo catastrofismo non lo condivido”, poiché “adesso è compatibile per l’equilibrio, più avanti secondo me sarà compatibile ugualmente a condizione ditrovare le tecnologie giuste”. In riferimento alla de-materializzazione dei processi produttivi, Arfaras sostiene che non si giungerà in alcun modo all’eliminazione dell’uso di risorse naturali: “[de-materializzare l’economia] riduce il consumo di dotazione naturale, ma non è che viene eliminato. Però il fatto che si riduca non è cosa da poco. Pensi ai giornali […] in .pdf, quanta meno carta viene consumata, quanti meno camion che portano i giornali in giro. Quindi, lei legge il giornale ma utilizza molte meno risorse naturali. […] la de-materializzazione riduce ma non elimina”. Rispetto alla tesi secondo la quale il problema non sarebbe quanto si produce, ma come e per chi. Non si tratterebbe di negare la crescita, ma di regolarla secondo i bisogni umani e non del profitto, il dott. Arfaras si dice totalmente contrario, definendola piuttosto uno “slogan”: “questa storia del profitto è ossessiva, il profitto è il frutto della fortuna dell’imprenditore se è riuscito a indovinare i prodotti e i servizi giusti per i consumatori: il profitto non è un fine, è un risultato casuale di un imprenditore che ha fortuna”. “L’economia è volta a produrre quelle cose che la gente vuole… dire che ‘voglio l’umanità al primo posto e il profitto no’, non sta in piedi. […] quale sarebbe il fine dell’umanità diverso dal fine del profitto? Chi lo definisce? Chi lo stabilisce cosa vuole l’umanità?”; “Una volta svuotate di retorica, queste cose, dicono poco”. Per approfondire l’intervista è possibile guardare il video al link www.proversi.it/multimedia/details/22, leggere la Discussione sul sito di Pro\Versi al link www.proversi.it/discussioni/pro-contro/43-strategia-della-decrescita-felice  e visitare i canali social  Facebook www.facebook.com/iproversi e www.twitter.com/iproversi.

La Commissione europea cerca innovatori in campo sociale

Il tema di quest’anno è ” Nuovi modi per crescere”, obiettivo è offrire un sostegno a quelle idee creative e concrete che possano cambiare il modo in cui le nostre economie e società europee operano ed interagiscono.

 

ueRoma, 19 aprile – Al via il concorso europeo per l’innovazione sociale del 2015. Il tema di quest’anno è ” Nuovi modi per crescere” e mira a incoraggiare proposte capaci di illustrare nuovi modelli di crescita portatori non solo di valore finanziario, ma anche di progresso sociale per i cittadini, le amministrazioni e le imprese in egual misura. L’obiettivo è offrire un sostegno a quelle idee creative e concrete che possano cambiare il modo in cui le nostre economie e società europee operano ed interagiscono.

Di seguito sono descritti alcuni esempi di idee e progetti che la Commissione intende sostenere:

  • Economia collaborativa – idee capaci di mettere in questione i presupposti sui quali si è finora basata la concezione della crescita economica;
  • Approvvigionamento e produzione – idee capaci di mettere in discussione le modalità attuali di approvvigionamento, produzione e consegna o l’uso di prodotti e servizi convenzionali;
  • Nuove tecnologie – idee innovative o proposte di usi più intelligenti delle tecnologie esistenti a vantaggio della società;
  • Soluzioni a sfide future, ad esempio l’invecchiamento, i cambiamenti climatici o la sostenibilità degli alimenti.

Il concorso è aperto a candidati di tutta l’Unione europea e dei paesi partecipanti al programma europeo per la ricerca e l’innovazione nel quadro della strategia Orizzonte 2020. L’innovazione sociale rappresenta una dimensione fondamentale di tale programma. Il concorso contribuirà a trasformare le idee più innovative in progetti concreti e in imprese sostenibili. Le applicazioni più promettenti saranno scelte come semifinaliste e le squadre saranno invitate all’accademia dell’innovazione sociale in settembre a Vienna, con l’obiettivo di sviluppare ulteriormente le loro idee. I tre progetti migliori riceveranno un premio di 50.000 euro ciascuno durante la cerimonia di premiazione che si terrà a Bruxelles nel novembre 2015. Il termine ultimo per partecipare al concorso è venerdì 8 maggio 2015. Per ulteriori informazioni: http://ec.europa.eu/growth/social-innovation-competition.

 

Nel 2015 cresce il consumo italiano di vini bio

+5,2% rispetto al 2014, è quanto emerge dall’analisi Wine Monitor – Nomisma

image002Bologna, 23 marzo  – +235% Europa, +273% mondo: sono questi i dati relativi allo sviluppo – nel periodo 2002/2013- registrato dalla viticoltura biologica. E’ quanto emerge dall’analisi Wine Monitor – Nomisma su dati FIBL – predisposta in occasione di Vinitaly 2015. La viticoltura biologica dell’Unione Europea rappresenta il 78% della superficie bio (per l’Europa non sono disponibili i dati per Estonia, Finlandia e Regno Unito). Nel mondo il 4,6% della superficie vitata è bio; nella Ue l’incidenza sale al 7,6%. La graduatoria per Paese rileva al primo posto il Messico (con uno share del 15,9%), seguito dall’Austria (10,1%). L’Italia è al terzo posto (con il 9,8%) precedendo Spagna (8,9%), Francia (8,5%), Nuova Zelanda (7,2%), Germania (7,1%), Repubblica Ceca (6,4%), Bulgaria (5,0%) e Grecia (4,8%). Nel 2009 l’Italia ha perso il primato delle superfici vitate bio (oggi sono poco meno di 68 mila gli ettari); guida la Spagna (poco meno di 84 mila ettari nel 2013). Considerando l’orizzonte temporale 2003-2013 il Paese iberico presenta una crescita del +410% mentre l’Italia del +114% e la Francia del +297%. Spostando l’obiettivo sulla superficie a vite biologica per regione, in Italia guida la Sicilia (25 mila ettari nel 2013; +61,5% rispetto al 2011; 37% delle superfici bio in Italia), seguono la Puglia (10.604 ettari, +32,5%) e la Toscana (8.748 ettari, +73,7%). La Survey 2015 Wine Trend Italia di Wine Monitor– Nomisma fa il tracking dell’interesse del consumatore italiano nei confronti del vino a marchio bio. La presenza di un marchio bio è il primo criterio che guida le scelte di un vino per il 4% dei consumatori italiani, dato che identifica in modo chiaro l’esistenza di un segmento di consumatori con forte interesse per il bio, di dimensioni ancora piccole ma in grande aumento (solo nel 2014 tale gruppo non superava l’1%). Ma l’interesse per il bio non si ferma solo a chi cerca esclusivamente vini certificati …. È davvero molto più ampio! Il vino infatti è sperimentazione di vitigni, territori, sapori e i criteri con cui si sceglie un vino sono molteplici. Nel 2015, infatti, il tasso di penetrazione del vino bio è in netta crescita: il 16,8% degli italiani (18-65 anni) ha consumato, in almeno una occasione, in casa o away from home, un vino a marchio bio. Balzo importante se si pensa che nel 2013 il consumo di vino bio coinvolgeva il 2% della popolazione e nel 2014 11,6%.  Il successo e l’interesse nei confronti del vino bio sono legati all’ottimo posizionamento in termini di qualità, percepita superiore rispetto ai vini convenzionali dal 49% dei consumatori (un ulteriore 45% giudica la qualità dei 2 prodotti identica). Tale valutazione diventa ancor più forte tra chi consuma vino bio: il 68% degli user considera superiore la qualità dei vini a marchio bio. Per Wine Monitor-Nomisma occorre aumentare la consapevolezza nel consumatore rispetto all’esistenza di di vini a marchio bio nel portfolio di molti dei grandi brand italiani reperibili già oggi sugli scaffali di GDO ed enoteche, oltre che nelle wine list di molti ristoranti italiani. L’indagine Wine Trend Italia 2015 di Wine Monitor indica che il 38% dei consumatori di vino dichiara di ”non aver mai fatto caso” all’esistenza di proposte di vini bio in negozi/ristoranti e, addirittura, un 14% non hai mai notato in assortimento/carte vini tali prodotti ma sarebbe interessato. Tale quota indica in modo chiaro che il potenziale di sviluppo del vino bio in Italia è molto alto e potrebbe essere raddoppiato il numero degli user con un adeguamento delle proposte di negozi/ristoranti, oltre che con una più incisiva comunicazione al consumatore e un labelling più incisivo. Ulteriori opportunità di espansione arrivano anche dal target degli attuali non consumatori: chi non ha bevuto vino bio negli ultimi 12 mesi non lo ha fatto soprattutto perché tali vini non sono presenti nei negozi/ristoranti in cui si reca abitualmente (il 27% di chi non ha consumato vino biologico nell’ultimo anno). “La “nuova” certificazione del vino bio ha sicuramente conferito maggiore appeal e chiarezza comunicativa” dichiara Silvia Zucconi Survey Coordinator di Wine Monitor- Nomisma “Parte del potenziale di mercato è stato già conquistato, ma molto può ancora essere fatto. 3 sono le leve di sviluppo: inserimento di vini bio in wine list e negli assortimenti di enoteche/Gdo; attrazione degli attuali non user attraverso comunicazione e labelling efficaci, oltre a sperimentazioni del prodotto tramite degustazioni; inserimento in portfolio di referenze bio per i grandi brand … Il 90% dei consumatori si dichiara interessato ad acquistare il brand del vino preferito se questo inserisse una linea a marchio biologico”. E’ sempre più prioritario saper comunicare le virtù del vino bio in modo semplice e favorire una maggior presenza del prodotto in Gdo, enoteche e punti vendita specializzati, wine list di ristoranti così da favorire il primo acquisto e superare le barriere d’accesso, favorendo così l’ulteriore superamento dei possibili preconcetti del consumatore sul posizionamento della qualità del vino bio in chi oggi acquista. “Ma soprattutto è necessario un maggior presidio dei mercati esteri dove il vino italiano e il vino bio hanno un’ottima reputazione” rimarca Zucconi – Wine Monitor Nomisma “Non è un caso infatti come il vino biologico di importazione abbia ampi riconoscimenti rispetto ai vini convenzionali: negli Usa il prezzo medio all’import dei vini bio è superiore del 14% rispetto a quelli convenzionali”

 

 

Reggio Calabria, in crescita attività imprenditoriali

Il numero di imprese reggine cresce più della media nazionale. Importante anche il contributo offerto da donne, giovani e stranieri  

cciaa rcReggio Calabria, 19 marzo – Positivo il trend della demografia imprenditoriale reggina nel quarto trimestre del 2014: il saldo tra iscrizioni e cessazioni, pari a 352 imprese è maggiore rispetto al trimestre precedente nonché all’ultimo trimestre 2013. Risultato ascrivibile ad una discreta vivacità in entrata, ma soprattutto ad una decisa frenata delle cessazioni: le iscrizioni, pari a 728 unità, superano di oltre il 10% il dato dello stesso trimestre dell’anno precedente (617), mentre il numero di cessazioni è praticamente dimezzato rispetto quello registrato nello stesso trimestre del 2013 (376 contro 509). Anche il consuntivo 2014 si caratterizza per un risultato positivo, con un saldo tra le 3.025 iscrizioni e le 2.247 cancellazioni pari a 778 imprese, da cui scaturisce un tasso di crescita pari all’1,56%, il migliore dal 2010. Peraltro, all’espansione rilevata in provincia si accostano saldi negativi  a livello di ripartizione e nazionale, con tassi di crescita rispettivamente pari al -0,16% e al -0,19%. «Il sistema delle imprese reggine sembra aver ritrovato il passo della crescita: particolarmente incoraggiante, più che il dato sulle aperture, è lo stop nell’emorragia di imprese. Il dato segnala una probabile inversione di tendenza nelle attese degli imprenditori oggi attivi, che intravvedono la possibilità di un effettivo rilancio delle attività nel corso del 2015, aspettativa che va cavalcata per assicurare il ritorno a tassi di crescita positivi». È quanto affermato dal Dr. Lucio Dattola, Presidente della Camera di Commercio di Reggio Calabria, all’uscita dei dati Movimprese sulla demografia imprenditoriale. Il saldo positivo riguarda tutte le forme giuridiche, anche se a spiccare sono le società di capitali, che, grazie all’ormai prolungato percorso di strutturazione del sistema imprenditoriale locale, crescono a un ritmo annuo del +5,78% (+1,32% nel solo quarto trimestre del 2014). Molto più moderata è la dinamica annuale delle ditte individuali (+0,89%) e soprattutto quella delle società di persone (+0,40%). L’analisi settoriale mostra che, dei tre comparti principali dell’economia reggina, il settore agricolo e quello del commercio risultano in espansione (rispettivamente, +0,88% e +0,37%), mentre l’edilizia sperimenta una nuova, evidente, riduzione (-1,16%). Perdura, intanto, il processo di desertificazione manifatturiera, con un numero di imprese registrate ridottosi di 80 unità durante il 2014. Anche il terziario mostra tassi di crescita annuali in larga parte negativi (fanno eccezione soltanto le attività finanziarie ed assicurative (+0,36%) e la sanità ed assistenza sociale (+1,64%). Reggio Calabria si conferma terreno fertile per le iniziative delle nuove leve dell’imprenditoria: l’incidenza di donne, giovani e stranieri nel tessuto produttivo, sebbene in contrazione rispetto all’anno precedente, mostra una dinamica annuale migliore rispetto a quella rilevata in Calabria e nella media italiana. Le imprese femminili, infatti, diminuiscono del 6,2%, attestandosi a quota 12.290, ma rappresentano il 24,2% del totale economia. La quota è superiore a quella mediamente osservata in Calabria (23,3%), nel Mezzogiorno (23,5%) e in Italia (21,6%), dove peraltro la contrazione annuale risulta più accentuata rispetto al dato reggino. Anche per le imprese giovanili si riscontra un vantaggio specifico rispetto alle altre ripartizioni territoriali, grazie alla presenza di 8.138 imprese, pari al 16,1% del totale economia; anche in questo caso, la dinamica annuale è negativa, con 68 imprese in meno del 2013 (-0,8%). Ancora una volta, però, il trend reggino è migliore di quello rilevato in Calabria (-1,5%) e in Italia (-2,0%). Per le imprese straniere, invece, nonostante un’incidenza inferiore a quella media nazionale (7,7% contro 8,7%), permane comunque un vantaggio rispetto alla Calabria (7,2%) e l’intera area meridionale (5,9%) e nel 2014 si rileva un’espansione notevole (+10,1%), più accentuata di quella regionale (+6,7%) e nazionale (+5,6%).

 

 

Divina ( Lega Nord) : parola di Edward Luttwak, “Per salvarsi l’Italia deve uscire dall’Euro”

Secondo il politologo Edward Luttwak “Se l’Italia non esce dall’euro, crescerà la sofferenza sociale e la situazione si farà estrema. Anzi mi meraviglio che il collasso politico non sia già avvenuto”

LuttwakRoma, 19 dicembre – “Se lo diciamo noi della Lega  le critiche si sprecano”, così Sergio Divina vicecapo gruppo al Senato della Lega Nord “ma se parla di euro un politologo esperto quale Luttwak le cose si fanno serie”.
“Se l’Italia vuole una speranza per il futuro, deve uscire dall’Euro”. Edward Luttwak, politologo ed esperto di scienze strategiche, non usa mezzi termini per indicare quale possa essere la via di salvezza per l’Italia stretta nella morsa della crisi del debito pubblico. “Se l’Italia non lo farà, crescerà la sofferenza sociale e la situazione si farà estrema. Anzi mi meraviglio che il collasso politico non sia già avvenuto”, afferma Luttwak. Poi aggiunge: “È stato un errore enorme per l’Italia”.
E punta il dito contro chi ci ha portato a tutti costi sul carrozzone dell’Euro:
“Uno degli uomini che disse di sì all’euro, Romano Prodi, torna in questi giorni come possibile candidato al Colle. Prodi dovrebbe dire: «Sono onesto e competente ma ho fatto un grave errore: l’euro”.
Secondo Luttwak l’errore dell’euro ha radici lontane, poi afferma: “Con l’euro non c’è e non ci sarà crescita. E ci sarà maggiore disoccupazione. È una questione aritmetica. Il debito italiano è oltre 2mila miliardi ma l’Italia ha dovuto aderire al fiscal compact per cui, ogni anno, deve ridurlo di 100 milardi circa. Significa che, oltre a non fare deficit, ogni anno si debbono trovare risorse pari a 20 Imu. Ora, chi voglia rimanere seriamente nell’eurozona, ragiona di patrimoniale”. A quanto pare secondo il politologo il destino dell’Italia è segnato.
A meno che non si esca rapidamente dall’euro.

Rapporto su imprenditoria 2014 evidenzia positività del lavoro straniero

Il Centro Studi e Ricerche IDOS in collaborazione con Unioncamere, Cna , Cciaa di Roma, MoneyGram e con il supporto dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, pubblica il rapporto annuale Immigrazione e Imprenditoria

 migranti1Roma, 14 luglio – A realizzarlo è stato il Centro Studi e Ricerche IDOS in collaborazione con Unioncamere, Confederazione Nazionale dell’Artigianato e della Piccola e Media Impresa, Camera di Commercio Industria e Artigianato di Roma, MoneyGram e con il supporto dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni e di esperti di altre strutture. Si tratta del volume sull’imprenditorialità immigrata presentata a tre diversi livelli (europeo, nazionale e regionale), a partire da dati statistici aggiornati alla fine del 2013. Secondo i dati più aggiornati della LabourForce Surveydi Eurostat, nel 2013 il lavoro autonomo-imprenditoriale, che nel 70% dei casi riguarda lavoratori maschi, incide per circa un settimo sull’occupazione complessiva nell’Ue a 28, in uno scenario nel quale l’Italia si evidenzia per essere il Paese con la maggiore presenza di imprenditori (quasi un sesto dei 30,5 milioni attestati dall’indagine campionaria di Eurostat). Seguono la Germania e il Regno Unito, entrambi con una quota di circa un ottavo, e, quindi, la Spagna. Gli imprenditori di origine immigrata, che, sempre secondo la rilevazione di Eurostat, incidono per circa un quindicesimo sull’insieme e in quasi la metà dei casi sono originari di un Paese non comunitario, si concentrano invece soprattutto in Germania (nella misura di quasi un quarto del totale), seguita dal Regno Unito, la Spagna e, quindi, dall’Italia, con una quota di circa un settimo. I principali settori di attività, secondo dati Ocse, in Europa sono innanzitutto l’edilizia (18%), le attività professionali, scientifiche e tecniche (8%) e la manifattura (6%). La stessa Commissione Europea, nel Piano d’Azione Imprenditorialità2020, ha attribuito agli imprenditori migranti un ruolo importante per il rilancio dell’Unione e del suo sistema economico-produttivo, riconoscendo e sottolineando, per la prima volta, l’importanza del loro contributo all’imprenditorialità. Secondo i dati di Unioncamere, al 31 dicembre 2013, sono complessivamente 6.061.960le impresein Italia (incluse anche quelle promosse da immigrati), ma a differenza degli autoctoni, gli imprenditori immigrati hanno raggiunto esiti positivi in termini di bilancio tra imprese avviate e imprese la cui attività, invece, è cessata anche nel corso degli ultimi anni, così pesantemente segnati dalla crisi economica, nonostante le maggiori difficoltà che devono affrontare sul piano burocratico, di accesso al credito e di inserimento nel mercato interno. Tra la fine del 2011 e la fine del 2013, le imprese aguida immigrataregistrate negli elenchi camerali sono aumentate del +9,5%(e del 4,1% nell’ultimo anno), a fronte di una lieve diminuzione di quelle facenti capo ai nati in Italia (-1,6%).Alla fine del 2013 sono 497.080le imprese condotte da cittadini immigrati, con un’incidenzadell’8,2% sul totale. Si tratta in larga maggioranza di imprese individuali(400.583, l’80,6% del totale) e, anche in conseguenza di ciò, di attività a esclusiva conduzione immigrata (94,0%). Circa un ottavo delle ditte individuali registrate alla fine del 2013 è intestata a un lavoratore di origine straniera (12,2%). La prevalente dimensione familiare di queste realtà imprenditoriali è di sostegno al momento della creazione e del primo avvio dell’impresa, ma può funzionare da freno per la sua espansione. Da ostacolo all’ampliamento delle dimensioni aziendali fungono anche le maggiori difficoltà di accesso al credito bancario che gli imprenditori immigrati devono affrontare, cui si tende a rispondere soprattutto tramite l’autofinanziamento e il sostegno delle reti parentali e comunitarie, che si accentua nel caso di certe collettività, come quella cinese. Nell’ultimo anno le imprese condotte da donne di origine straniera (117.703) sono aumentate del 5,4% e, alla fine del 2013, incidono per quasi un quarto sul totale di quelle a guida immigrata (23,7%). A Roma e Milano, le due principali aree provinciali per numero di imprese immigrate, quelle condotte da donne incidono per il 22% e tra tutte le imprenditrici quasi 1 ogni 10 è nata all’estero. Più nel dettaglio, il Nord raccoglie poco più della metà delle imprese immigrate (30,4% nel Nord Ovest e 21,3% nel Nord Est), il Centro oltre un quarto (26,3%) e il Meridione oltre un quinto (22,0%).Prima regione per numero di imprese immigrate è la Lombardia (oltre 94mila, il 19,0% del totale), che si distingue anche per essere l’unica regione del Nord Ovest con un saldo positivo tra imprese (immigrate e non) iscritte e cancellate nel corso del 2013 (al netto delle cancellazioni d’ufficio). Seguono il Lazio, con oltre 60mila (12,2%), la Toscana (48mila, 9,7%) e, quindi, due regioni del Nord Est, Emilia Romagna (46mila, 9,2%) e Veneto (circa 42.500, 8,6%).  Le provincepredilette dall’imprenditoria immigrata sono quelle di Roma (51mila, 10,3%) e Milano (42mila, 8,4%). Gli imprenditori di origine straniera seguono per lo più logiche di ricambio degli imprenditori autoctoni in settorifacilmente accessibili, che non richiedono grandi investimenti iniziali e con margini di crescita e di profitto ridotti, segnatamente nel commercio e nell’edilizia, due settori che raccolgono oltre 6 imprese ogni 10. Prevale il commercio (oltre 175mila imprese, 35,2% sul totale), seguito dalle costruzioni (126mila, 25,4%). Seguono, a distanza, le attività manifatturiere (41mila, 8,3%), le attività di alloggio e ristorazione (36mila, 7,2%) e i servizi di noleggio, agenzie di viaggio e altri servizi alle imprese (4,7%). Il primo settore di attività è l’edilizia in molte regioni del Centro e del Nord, mentre il commercio prevale nella Provincia Autonoma di Bolzano, nelle Marche, nel Lazio e in tutte le regioni meridionali. Numerosi sono i casi di piccole realtà editoriali-giornalistiche (i cosiddetti giornali “etnici”), di servizi di assistenza legale e burocratica (disbrigo pratiche), di carattere sociale (come gli asili nido) o altro (agenzie viaggio, call center). Rilevante anche il contributo al settore artigiano, in cui molti mestieri, prima praticati diffusamente dagli italiani, vengono “salvaguardati” per il fatto che sono gli immigrati a farsene carico. I Paesi di origine che si segnalano per un maggior numero di titolari di ditte individuali sono Marocco (61.177, 15,3%), Romania (46.029, 11,5%), Cina (45.043, 11,2%), Albania (30.376, 7,6%), Bangladesh (20.705, 5,2%) e Senegal (16.894, 4,2%). Secondo il rapporto oltre a dedicare maggiore attenzione agli imprenditori che vengono dall’estero e agli investimenti diretti esteri, va sostenuta la diffusa rete dei lavoratori di origine immigrata che continuano a passare dal lavoro dipendente a quello autonomo imprenditoriale e che già assicurano un non trascurabile fattore di sostegno alla nostra economia, producendo il 6,1%del valore aggiunto. Non va sottovalutato, inoltre, il ruolo degli immigrati imprenditori come fattore di internazionalizzazione del sistema imprenditoriale italiano. Secondo una recente indagine del Cnel, il 16% delle imprese immigrate intrattiene contatti con i Paesi di origine degli imprenditori coinvolti e queste potenzialità andrebbero meglio sfruttate anche per unire più saldamente immigrazione e co-sviluppo. Incrementarne il numero e l’impegno è un bisogno e un’opportunità del sistema Paese.

Italiani: portafoglio stabile, corpo sano, ma morale ko

Peggiorato l’indice di stato psicologico. Da Formisano, il formatore che ha creato la Crescita Personale Semplificata, 7 consigli per riacquistare il benessere mentale



bes-2014-benessere-equo-sostenibile-in-italiaRoma, 13 luglio – Italiani, un popolo con il portafoglio stabile, seppur non pieno, il corpo sano, ma decisamente giù di morale. A denunciarlo è l’Istat nel suo ultimo Rapporto del Benessere Equo e Sostenibile realizzato in collaborazione con il CNEL. Nonostante gli intervistati percepiscano una generale stabilità dal punto di vista economico e un complessivo senso di benessere fisico, non può dirsi altrettanto dell’indice di stato psicologico.
Il clima di incertezza è percepito in misura maggiore dai giovani, tra i quali l’indice cala di 4,5 punti, 3,5 tra i laureati. Le donne si confermano meno soddisfatte della propria vita rispetto agli uomini, (61,2% contro il 65%), e la forbice tende ad allargarsi a partire dai 45 anni in poi.
“Il benessere mentale, così come quello fisico, è il risultato di una serie di abitudini consolidate. – Ha commentato Max Formisano, formatore professionista fondatore della “Max Formisano Training – formazione per public speaker e trainer eccellenti” (www.maxformisano.it) e creatore della tecnica della Crescita Personale Semplificata®. – E’ noto a tutti che per avere una buona forma fisica sono necessari un’alimentazione corretta e un allenamento costante. Allo stesso modo, per ottenere e
mantenere un buon livello di benessere mentale, o ripristinarlo, è necessario dedicarsi del tempo e impegnarsi quotidianamente per acquisire un nuovo stile di pensiero.”
“Il benessere psicologico passa, innanzitutto, attraverso una maggiore consapevolezza di sé e delle proprie capacità. E’ importante, inoltre, cercare di influenzare e modificare il contesto esterno in un modo a noi più favorevole. Raggiungere questi obiettivi è più facile di quanto non si pensi, basta un po’ di volontà e determinazione e seguire alcuni semplici consigli:

1.Scegli le informazioni di cui ti nutri. Siamo costantemente bombardati da input che ci arrivano da internet, giornali, radio, tv, amici e conoscenti; ma tutte queste informazioni, sono di valore e arricchiscono la nostra anima? Ciò che immetti nella tua testa produrrà delle reazioni congruenti, e i pensieri influenzano i nostri comportamenti e i nostri risultati. Esercita la tua libertà e scegli di sognare, dubitare, valutare, agire, tenere lontano lo stress ascoltando quel che “accade nel
mondo”.

2.Sii consapevole di chi sei. E’ attraverso la profonda conoscenza dei tuoi talenti, passioni, hobby, valori, convinzioni, obiettivi che puoi aspirare ad una piena realizzazione. Quanto più sappiamo chi siamo, tanto più ci sentiamo sicuri e troviamo il coraggio di rimanere noi stessi indipendentemente dalle pressioni che l’ambiente esercita su di noi.

3.Indipendentemente dall’età anagrafica, mettiti in gioco, continua a porti nuove sfide, cresci e lavora su te stesso, senza prenderti troppo sul serio.

4.Dedica del tempo a te stesso, a ciò che ti piace fare e ti fa sentire vivo.

5.Recupera il contatto con le persone, esci dai social media e incontra le persone che ti fanno sentire bene o cerca occasioni per incontrarne di nuove.

6.Identifica l’essenziale delle tue attività quotidiane ed invalida o delega il resto. Solo eliminando il superfluo avrai più tempo da dedicare a te stesso, alle persone che ami e alle tue passioni.

7.Crea delle routine da ripetere ogni giorno, degli schemi di attività da svolgere fino a che non saranno automatici e “normali”, per te.

In questo modo riuscirai a riappropriarti della tua vita, determinarne la qualità e godere del benessere mentale che ne deriverà.”

Reggio Calabria, moderata crescita delle imprese su territorio provinciale

cciaa rcStato e dinamiche dell’economia reggina nel 3° trimestre 2013 ed evoluzione del sistema imprenditoriale

Roma, 20 novembre – La dinamica delle imprese della provincia di Reggio Calabria nel terzo trimestre 2013 mostra, in termini tendenziali, un calo sia delle iscrizioni (460, a fronte delle 666 del terzo trimestre 2012), sia delle cancellazioni non d’ufficio (309, contro le 493 del terzo trimestre 2012). Nel complesso, le iscrizioni superano di quasi il 50% le cancellazioni, generando un saldo attivo di 151 unità. Il tasso di crescita dello stock (0,3%) conferma una dinamica moderatamente positiva, non molto distante da quella registrata nel terzo trimestre del 2012 (0,35%) o del 2011 (0,32%). Una crescita che, tuttavia, non risulta sufficiente ad assorbire i saldi negativi registrati dall’inizio dell’anno in corso, generando così una lieve contrazione annuale del numero di imprese registrate, ora sceso al di sotto delle cinquantamila unità (49.836, quasi un punto percentuale in meno rispetto alle 50.303 di settembre 2012).  Continue Reading

Scrivi alla Redazione

Siamo felici di valutare ogni tua segnalazione e pubblicare articoli che pensi possano essere di interesse pubblico

Per qualsiasi segnalazione scrivi a
redazione@thedailycases.com