Finaz: paese che vai, musica che trovi

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In attesa di vederlo sul palco a Borgo Miriam, per la prima edizione del BAF, abbiamo scambiato due chiacchiere con Finaz parlando di musica, viaggi e molto altro

di Luca Cameli

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Musicista eclettico e talentuoso, Alessandro Finazzo, in arte Finaz, nasce a Volterra il 10 agosto del 1969. E’ famoso per il suo ruolo all’interno della Bandabardò, ma studiando la sua carriera si scopre che è un artista a tutto tondo. Inizia giovanissimo la sua carriera, e nel 2010 viene eletto miglior chitarrista acustico d’Italia. Nel 2012 pubblica il primo album solista “Guitar Solo” a cui fa seguito nel 2015 “GuitaRevolution”

Durante la tua carriera hai collaborato con artisti apparentemente lontanissimi dal tuo mondo musica, da Goran Bregovic a Paola Turci; c’è stata una collaborazione che ti ha stupito, che ti ha arricchito in aniera particolare?

Quando ho deciso di fare il musicista professionista, avevo circa 20 anni, era molto in voga la figura del tournista, venivi ingaggiato per suonare una parte. A me questa cosa non è mai piaciuta tanto, perché non mi permetteva di esprimere la mia creatività, per questo ho sempre militato in band, io ho sempre preferito fare musica mia. Le collaborazioni che ho avuto, sono sempre impostate come si lavora all’estero: nel mercato statunitense per esempio, a differenza di quello che succede in Italia, vieni chiamato non per suonare una parte, ma perché hai un suono ed un modo di interpretare la musica ben preciso, così il tuo contributo arricchisce il prodotto finale, grazie alla tua creatività e al tuo approccio. Per questo ogni artista con cui ho collaborato, mi ha arricchito; per esempio con Max (Gazzè ndr) ho approfondito l’utilizzo degli effetti. Prima al massimo usavo un po’ di distorsione, grazie al lavoro con lui ho affinato la ricerca e la cura del suono, creando una vera e propria cifra stilistica. Un’ altra collaborazione molto bella è stata quella con Dolcenera, con cui è nata una bellissima amicizia, anzi posso dirti che è la mia migliore amica. Lavorando con lei, ho conosciuto una musicista preparatissima e molto meticolosa: una volta per un’evento di beneficenza, dovevamo suonare cinque pezzi e abbiamo provato per ben dieci giorni.

Un altro incontro molto bello è stato quello con Carmen Consoli, anche lei è una professionista incredibile, oltre che essere una grande musicista, sul lavoro è davvero una stacanovista.

Bandabardò

Oltre alle esibizioni con la Bandabardò e quelle da solista, fai anche seminari per studenti che vogliono confrontarsi con un musicista del tuo livello; che differenza c’è fra un pubblico pagante ad un concerto, e quello di una clinic?

Guarda, in realtà non c’è differenza. Io penso che l’artista sia un lavoro serio e vada fatto in una certa maniera. Che sia la platea di un concerto, o quella di un corso bisogna comunque dare il massimo ed essere professionali, anche perché io do molta importanza allo studio, bisogna sempre aggiornarsi, c’è sempre qualcosa di nuovo da imparare ; io ancora oggi studio molto, e cerco di apprendere da qualsiasi persona, da qualsiasi situazione nuove tecniche o nuovi suoni, che poi cerco di far confluire nella mia musica. Quindi qualsiasi sia il tipo di pubblico che ho davanti, io cerco sempre di dare il massimo; è una forma di rispetto per chi ti viene a sentire, ma anche per il proprio lavoro. L’unica vera differenza che c’è è che quando faccio un seminario, cerco di far passare il discorso che lo studio è importante, ma affiancato al ragionamento su quello che vuoi fare in questo mondo: suonare e basta non è sufficiente per fare questo lavoro, come non basta solamente lo studio.

A proposito del tuo lavoro: quanto è difficile fare l’artista in Italia?

(Ride…ndr) E’ difficile perché c’è un gap culturale con gran parte del resto del mondo. Qui da noi se non sei un Ramazzotti o un Vasco Rossi, se magari non hai una visibilità televisiva o radiofonica importante, sembra che tu non esista, e la cosa che mi fa arrabbiare è che tradotto in soldoni, che tu sia un artista grande o piccolo, dietro la realizzazione di un disco o di un concerto, gira tanta gente, serve un tour manager, un fonico, un addetto stampa, che devono vivere del proprio lavoro, come tutti gli altri lavoratori.Poi ti ripeto, secondo me quello dell’artista è un lavoro serio; noi non siamo altro che l’evoluzione di quelli che una volta erano chiamati giullari, che avevano il compito di allietare la vita delle persone, ed oggi è lo stesso, c’è il medico che cura il corpo, mentre noi curiamo l’anima della gente. A volte dopo i concerti la gente si complimenta poi ti domanda se riesci a sbarcare il lunario; oramai non rispondo neanche più, mi faccio una risata, perché in realtà io faccio questo da tutta la vita, sono sempre in tour, ho una famiglia e non mi sembra di passarmela così male!!! Ma ti ripeto è una credenza molto italiana; per farti capire, sono stato in tour in nord america, e lì non avevo il mio pubblico ero un perfetto sconosciuto per la maggior parte della gente, eppure ogni sera famiglie intere, dal nipotino al nonno, vanno nei locali per ascoltare musica. Questo atteggiamento fa si che chi suona si trova davanti un pubblico molto preparato, e la cosa per te che ti esibisci è stimolante perché il consenso te lo devi conquistare; quando c’è un concerto mio o della Banda, sono tutto sommato tranquillo perché so che la gente è venuta lì per noi, ma in situazioni come quella che ti raccontavo hai una tensione del tutto particolare.

Oggi in molti si mettono in mostra grazie alla rete, internet è una grande vetrina, ti permette di arrivare ovunque. Ma non pensi sia il caso di fare un po’ meno video, e più serate?

Internet è qualcosa di grandioso per certi versi, permette ad un ragazzo di Borgo Miriam di farsi conoscere a Tokyo, è un mezzo importantissimo. Il problema è proprio questo, troppo spesso viene stravolto il suo ruolo; oggi per troppi ragazzi quello che doveva essere il mezzo per farsi conoscere, è diventato il fine. Si rincorrono le visualizzazioni, i “like”, che non servono a niente. Internet non è il problema, ma è l’uso che se ne fà che spesso è sbagliato, e in troppi non comprendono che certe esperienze sono di fondamentale importanza per la crescita di chi vuole fare questo lavoro: andare ai concerti, parlare con i professionisti, fare serate ovunque capiti, anche se la paga a volte non basta neanche per la benzina per tornare a casa, sono cose che non si imparano se non le vivi sulla tua pelle, e sono importantissime per saper poi gestire le varie situazioni. Prendi i partecipanti a tutti questi talent che ci sono adesso, passano da riprendersi con una webcam, ad un palasport pieno magari. Ti assicuro che non è facile gestire certe situazioni, e soprattutto non è semplice gestirsi in certe situazioni, perché poi quando sali di livello cadere fa male, e per quanto ti possano preparare alla fine la gente si accorge che dietro certi personaggi non c’è l’artista, non si passa dalla cameretta ad una platea di 10000 persone

Va bene internet, va bene tutto, ma suonate, ovunque ne abbiate la possibilità, esibitevi ogni volta che potete.

Quali sono state le tue influenze ad inizio carriera, e quali sono quelle odierne?

I Beatles sono stati la scintilla: quando ho sentito “Back in the USSR” ho capito che avrei fatto il musicista, poi sono arrivati Hendrix, gli Stones, i grandi del jazz non solo chitarristi, ma anche i pianisti come McCoy Tyner che studio tutt’ora sulla chitarra. Poi grazie al mio lavoro viaggio molto, ed ogni luogo che visito diventa un’esperienza musicale. Sono stato a Cuba per 4 concerti, poi sono rimasto lì per una breve vacanza ed è finita che sono andato in tour con un gruppo cubano ed ho imparato tantissime cose. Lo stesso è successo in Messico e a Capo Verde. Ogni volta che viaggio compro strumenti tradizionali, e cerco di documentarmi sulla musica del luogo, per riportarla poi dentro i miei lavori, così oggi le mie influenze vanno dal flamenco al blues, dalla musica etnica al jazz.

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