In Messico la libertà di stampa è punita con la morte

La petizione di Avaaz sull’ennesimo delitto ai danni del giornalista messicano Ruben Espinosa, freddato alla fine di luglio per aver denunciato la verità

mexico-espinosa-journalist.jpg_1733209419Roma, 24 agosto – “Il corpo torturato e senza vita del mio collega Rubén Espinosa è stato trovato pochi giorni fa assieme a quello dell’attivista per i diritti umani Nadia Vera, e a quelli di altre tre donne”. Comincia così il testo della petizione di Avaaz a firma Lydia Cacho, giornalista messicana ed attivista per i diritti umani, che dal momento del tragico delitto ai danni del fotoreporter Ruben Espinosa, ha dato vita ad una raccolta firme al fine di riaffermare il diritto di libertà di stampa in Messico.  In effetti la classifica mondiale sulla libertà di stampa, colloca il Messico al 148esimo posto su 180, al livello dell’Afghanistan. L’organizzazione per la libertà d’espressione Article 19 calcola che ogni 26 ore un cronista messicano viene aggredito, minacciato, sequestrato o addirittura ucciso e questa violenza estrema colpisce ancor di più chi lavora nei mezzi d’informazione di regioni controllate dai cartelli della droga e dalla polizia corrotta, zone in cui lo stato è poco presente. “Se vuoi raccontare la verità in Messico, una delle prime democrazie dell’America Latina, oggi rischi la vita” – continua Lydia Cacho nella petizione – “ Rubén è già il 14esimo reporter assassinato nello Stato di Veracruz, dove i giornalisti vengono minacciati apertamente dal governatore locale. E quasi nessuno di questi crimini viene risolto.  Ma questo caso ha scatenato una reazione senza precedenti, con migliaia di persone per le strade, e la notizia su tutti i giornali nazionali e internazionali. In pochi giorni, centinaia di artisti, scrittori e giornalisti, tra cui Noam Chomsky, Gael García Bernal e Salman Rushdie, hanno firmato una lettera aperta chiedendo giustizia per tutti i giornalisti messicani, uccisi solo per aver fatto il proprio lavoro. Il governo ora è in difficoltà, e noi possiamo aggiungere un’enorme pressione internazionale con oltre un milione di firme, pubblicando la lettera sulle prime pagine dei quotidiani messicani, e dimostrando che da tutto il mondo siamo pronti a lottare per la libertà d’espressione in Messico. Sottoscrivi subito anche tu l’appello:

https://secure.avaaz.org/it/ruben_global_l/?bcrcoib&v=63664
“Il Messico sarebbe una democrazia ma è anche uno dei posti più letali al mondo per i giornalisti, al pari di Paesi in guerra come Iraq, Afghanistan e Somalia. E da quando c’è il presidente attuale, Peña Nieto, gli attacchi contro i media sono aumentati dell’80 per cento. Negli ultimi dieci anni i Cartelli hanno devastato il Paese con una violenza senza precedenti per controllare il mercato della droga, assassinando una sfilza di giornalisti che investigavano su di loro. Ma la maggior parte è stata uccisa per aver denunciato il coinvolgimento di politici corrotti. Io parlo per esperienza personale. Le minacce di morte hanno accompagnato tutta la mia vita da giornalista in Messico e mi hanno obbligata ad abbandonare più volte il mio Paese. Sono stata anche torturata e sbattuta in carcere da politici corrotti. Rubén lavorava da anni nello Stato di Veracruz, dove da quando è diventato governatore il losco Javier Duarte sono già stati assassinati 13 giornalisti. Duarte minaccia sistematicamente e apertamente i reporter e l’ultima foto scattata da Rubén l’aveva così indispettito che aveva fatto ritirare la rivista che l’aveva pubblicata da tutte le edicole della capitale. A giugno Rubén aveva confidato ad alcuni colleghi di essere seguito da uomini in divisa. Qualcuno dal governo lo aveva minacciato direttamente, dicendogli: “piantala di fare foto, se non vuoi finire come Regina” riferendosi a Regina Martinez, giornalista, assassinata nel 2012. Ma la tragica morte di Rubén può essere decisiva per mettere fine a questa violenza. Migliaia di persone si sono radunate a Città del Messico per chiedere giustizia, e se ci uniamo a loro e pubblichiamo questa lettera sulle prime pagine di tutti i giornali, metteremo un’enorme pressione al governo dimostrandogli che persone da tutto il mondo vogliono giustizia ed azioni concrete contro la violenza. Unisciti all’appello affinché i giornalisti in Messico e in tutto il mondo possano svolgere il proprio lavoro senza rischiare la vita. Ogni volta che la libertà di espressione è stata in pericolo, la comunità di Avaaz è sempre stata presente. Ora possiamo sostenere chi con coraggio difende verità e diritti umani in Messico. Ricordiamogli che non sono soli: questa è vera solidarietà internazionale, che dà a chi è in prima linea il coraggio per cambiare anche la realtà più atroce”.

 

 

L’appello di Ensaf Haidar su Avaaz

La moglie del blogger Raif Badawi chiede aiuto su Avaaz.org, movimento con oltre 41 milioni di membri, per salvare la vita del marito condannato per aver offeso l’Islam

 

ob_a25d74_appello-di-ensafRoma, 7 marzo – Care e cari membri di Avaaz,
Mi chiamo Ensaf Haidar. L’anno scorso l’Arabia Saudita ha condannato mio marito Raif a 10 anni di prigione e 1000 frustate per aver “insultato l’Islam”. Quello che ha fatto è stato semplicemente aver espresso le sue idee sul suo blog. Raif è un uomo buono, un padre affettuoso. Hanno frustato mio marito pubblicamente, mani e piedi legati, il volto contorto dal dolore. Il solo ricordo è insopportabile. E non gli è bastato, ora pare che lo vogliano addirittura uccidere. Ma potete aiutarmi a salvarlo. Ci manca, e ora io e le nostre tre bambine temiamo per la sua vita. Ora la Germania potrebbe aiutarci a liberarlo: tra 48 ore il Ministro dell’Economia sarà in Arabia: se userà la sua influenza per difendere i diritti di Raif, può convincere i leader sauditi a ripensare la pena. Ho chiesto di persona al Ministro di aiutarci. Ma la mia voce da sola non basta. Per questo vi chiedo di aiutarmi a farlo diventare un appello mondiale per la liberazione di Raif. Unitevi a me e condividete questo appello con tutti: https://secure.avaaz.org/it/free_raif_badawi_loc/?bfkKbdb&v=54817

Pochi anni fa Raif ha creato il blog “Liberali dell’Arabia Saudita”. Voleva scrivere di politica e religione, affrontare i problemi della società e della politica. Ma secondo il sistema giuridico saudita ha offeso l’Islam, un’accusa che prevede pene durissime. La condanna di Raif non ha colpito solo lui: la sua flagellazione pubblica è un avvertimento molto chiaro a chiunque vuole esprimere le proprie idee. Io e Raif ci siamo conosciuti 15 anni fa. Due anni dopo ci siamo sposati, poco dopo abbiamo avuto la nostra prima bambina. Quando sono iniziati i problemi con la giustizia nel 2008, ci ha chiesto di lasciare il Paese: siamo andate in Egitto, poi in Libano e ora siamo in Canada, dove ci è stato dato asilo politico. Ma ora non sopportiamo più di essere lontane senza poter fare niente, vogliamo che Raif torni da noi! Tante persone nel nostro Paese chiedono oggi delle riforme, e l’attenzione internazionale per l’appello per Raif sta crescendo. Il Ministro tedesco, Sigmar Gabriel, ha detto che parlerà anche di diritti umani durante la sua visita. Vi chiedo di unirvi al mio appello: abbiamo una possibilità di liberare mio marito.

Vi ringrazio infinitamente,

Ensaf, insieme a tutto il team di Avaaz

 

Le metropoli mondiali in marcia contro la minaccia del cambiamento climatico

Grande mobilitazione del social Avaaz a New York, così come a Londra, Berlino, Bogotà, Parigi, Delhi, e Melbourne per scongiurare il cambiamento del clima

collage_2Roma, 24 settembre – “Oltre 675.000 di noi hanno marciato in tutto il mondo. E ‘stata una bella espressione del nostro amore per tutto ciò che il cambiamento climatico minaccia, e la dimostrazione tangibile della nostra speranza che possiamo salvare questo mondo e costruire una società alimentata da energia pulita” questo il commento del team di Avaaz dopo il successo della più grande mobilitazione sui cambiamenti climatici della storia, che ha visto  due giorni fa migliaia di persone prendere parte alla marcia per la salvezza del clima a New York, così come a Londra, Berlino, Bogotà, Parigi, Delhi, e Melbourne. “Abbiamo lavorato con migliaia di organizzazioni per rendere possibile questa giornata e la nostra comunità merita di festeggiare la scelta fatta ed il successo ottenuto,” raccontano gli Avaazers soddisfatti del risultato “ Il team di Avaaz e la comunità hanno avuto un ruolo centrale in quasi tutti i cortei e manifestazioni che si sono svolti. ‘The Guardian’ lo ha definito “un trionfo organizzativo” per Avaaz e la BBC ha detto che “le marce hanno portato più persone in piazza che mai, grazie alla potenza organizzativa del sito di social media Avaaz.” Abbiamo messo in campo centinaia di organizzatori e migliaia di volontari, e le donazioni dei viaggiatori hanno fornito milioni di finanziamenti per lo sforzo messo in atto.”  NYC-PCMAl grido unanime di “Perderemo il nostro pianeta entro la prossima generazione se le cose continueranno così”, nella manifestazione di New York sono stati oltre 100mila i partecipanti, fra cui volti noti come gli attori Mark Ruffalo ed Evangeline Lily. Durante la marcia nei pressi dell’Empire State Building, si sono uniti anche il segretario generale delle Nazioni unite Ban Ki-moon, l’ex vice presidente Usa Al Gore e il sindaco di New York Bill de Blasio. A Londra almeno 40mila persone hanno aderito alla marcia e al Cairo i dimostranti hanno sfilato esponendo un’enorme opera d’arte rappresentante l’energia solare ed eolica; a Rio de Janeiro i manifestanti hanno sfilato sulla spiaggia di Ipanema con dei cuori verdi disegnati sul volto ed in Australia la manifestazione più grande si è tenuta a Melbourne, con 10mila persone che hanno chiesto al loro governo di fare di più per combattere il riscaldamento globale.

 

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