“Santa Carola”, il murales di Tvboy che esalta la Rackete oscurato da un avvocato della Lega

Ha fatto parlare di sé il murales comparso in via dei Crocifisso a Taormina, realizzato dall’artista palermitano Tvboy dal titolo: “Santa Carola, protettrice dei rifugiati” che ha avuto, però, vita breve per mano di un avvocato leghista munito di spray ed un messaggio. Insieme alla Rackete anche due graffiti: del cantante Mahmood e dello scrittore Andrea Camilleri.

Oh Caraola, quoque tu… a finire nel mirino di critiche, questa volta, per essere diventata oggetto della visione artistica di Salvatore Benintende in arte Tvboy. Tutto ha inizio il 6 agosto quando, in via del Crocifisso a Taormina spunta un murales che raffigura lei, la discussa capitana della Sea Watch Carola Rackete, indagata per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e disobbedienza a nave da guerra. A rendere la raffigurazione provocatoria ed oggetto di discussione, la santificazione della ragazza come riportato nel titolo: “Santa Carola, protettrice dei rifugiati”, che si mostra con volto sorridente, un’aureola in testa ed un bimbo africano in un braccio ed un kit di primo soccorso nell’altro. La sua apparizione sembrerebbe ricollegarsi  a ventiquattro ore prima, quando il ministro dell’Interno aveva ringraziato con un post su Twitter la “Beata Vergine Maria” per l’approvazione del decreto sicurezza bis, divenuto legge. Tra consensi e critiche, l’opera dell’artista neo pop ha avuto però breve durata, perché giorno 7 l’esponente della Lega locale, l’avvocato Giuseppe Perdichizzi, munito di una bomboletta spray ha annerito i visi dei soggetti raffigurati, lasciando un messaggio che ha attirato l’attenzione dei social per la presenza di errori grammaticali: «Noi stiamo Col lo Stato italiano e con la guardia di finanza, gli assassini in galera. Prima l’Italia e con chi li difende. Grazie Matteo». Sulla pagina Facebook del legale si legge l’indignazione di fronte a chi «santifica indagati per tentato omicidio strumentalizzando i rifugiati per fini di bassa politica» e la condivisione della notizia del graffito sfregiato dove spiega: «Abbiamo fatto un’azione di legalità e abbiamo affisso, tra l’altro un manifesto e siamo stati per questo aggrediti […]». Sempre ieri si legge in un altro post: «L’atto di indignazione contro il manifesto di Rackete Di Taormina e’ un atto dovuto spontaneo di liberi cittadini che non tollerano sul proprio territorio ipocrisie e atteggiamenti falso umanitari».

A far compagnia al murales di Carola Rackete, anche quello dello scrittore Andrea Camilleri con la citazione: «L’altro non è altro che me stesso allo specchio» e del cantante Mahmood, raffigurato anche lui come Santo, immagini correlate dal tema dell’integrazione ed immigrazione e rimaste intatte. Indubbia è l’esistenza, in materia di imbrattamento,  della legge n.94 comma 3 dell’articolo 3, promulgata nel 2009, dove è prevista la reclusione da tre mesi ad un anno ed un’ammenda fino a 10.000 euro in caso di recidiva, se l’imbrattamento é commesso su cose d’interesse storico. Dunque, due posizioni: quella dell’artista reo di aver commesso un atto perseguibile per legge e del legale leghista che, come atto di protesta, ha fatto giustizia da sé in quanto disturbato dal soggetto raffigurato. Due, quindi, i quesiti da porsi: da un lato, perché non promulgare una legge che tuteli gli artisti di strada e li consideri tali, data l’incontenibile esigenza che ha l’uomo di esprimersi  sin dai tempi del paleolitico? Dall’altro lato, perché ridurre questioni politiche a mere schermaglie di street art che, invece, andrebbero risolte in altra sede?

Dubbi e perplessità fanno da sfondo ad un’atmosfera, satura di critiche e polemiche, in attesa dell’arrivo del ministro Salvini domenica mattina a Taormina, che nel frattempo ha postato sul suo account Instagram la foto di un murales che, questa volta, lo raffigura come diavolo con corna e rosario in mano, sotto cui commenta: «Ma perché  questi “artisti” non dipingono sui muri di casa loro in ve che sui muri pubblici? P.s io come il diavolo, addirittura, mi pare un tantino esagerato» con tanto di emoticon con occhiolino. 

“Caravaggio experience”, dialogo tra Caravaggio e Minniti e realtà virtuale a Siracusa

Inaugurata ieri la mostra “Caravaggio. Per una crocifissione di Sant’Andrea” fino al 10 gennaio 2020 nel Palazzo della Soprintendenza di Siracusa. A dialogare con la Crocifissione di Sant’Andrea della collezione privata Spier di Londra, gemella a quella di Cleveland, due opere di Mario Minniti, amico e allievo durante il soggiorno siracusano. A maggio un percorso virtuale dell’esperienza creativa del Merisi nell’ipogeo della città.

Il taglio di un nastro che cela dietro di sé una stanza buia, contenente la Crocifissione di Sant’Andrea, con un gioco sapiente delle luci per rievocare la cifra stilistica di uno dei più importanti artisti di fine ‘500 e primi anni del ‘600, che ha contribuito a creare una vera e propria maniera, Michelangelo Merisi da Caravaggio. Ieri a Siracusa, alla presenza del sindaco Francesco Italia, il presidente della Regione Nello Musumeci e la soprintendente Irene Donatella Aprile, l’inaugurazione della mostra “Caravaggio. Per una crocifissione di Sant’Andrea” aperta al pubblico fino al 10 gennaio 2020 nel Palazzo della Soprintendenza. Curata dagli storici dell’arte Pierluigi Carofano e Nicola Barbatelli e organizzata da Sicilia Musei con il patrocino della Regione Siciliana, Assessorato regionale dei Beni Culturali, soprintendenza dei Beni Culturali e Ambientali della provincia di Siracusa e la città aretusea.

Un primo step della “Caravaggio experience” che, oltre alla tela del Merisi 198×148,5 della collezione privata Spier di Londra, vedrà in esposizione anche due tele dell’amico e allievo Mario Minniti provenienti dal Polo Museale di Messina: Miracolo della vedova di Naim e Maddalena ai piedi della croce; insieme ad un dialogo con l’altra opera del maestro della luce nella Chiesa di Santa Lucia alla Badia, Il seppellimento di Santa Lucia. Il secondo step è previsto il 15 maggio dove, nell’ipogeo della città, a due passi dalla mostra, con proiezioni, realtà virtuale e suggestioni sonore, il visitatore sarà accompagnato in un percorso che ripropone l’esperienza creativa del pittore. Due le tematiche prevalenti: il soggiorno siciliano dell’artista ed il tormento degli ultimi anni di vita. La città aretusea è la prima in Italia che vede il ritorno dell’opera gemella di quella conservata nel museo di Cleveland, dove è stata esposta anche essa nel 2017 per sostituire l’originale durante un restauro. Benché identiche, le due tele presentano delle differenze, quella della collezione Spier raffigura gli ultimi istanti di vita del martire precedenti alla crocifissione, che in quella di Cleveland è già compiuta. Non era inusuale per il maestro della luce dipingere versioni gemelle delle sue stesse opere, sia per una questione economica sia per il fatto di non essere mai soddisfatto, tra i casi più noti: Il Fanciullo morso dal Ramarro, il Suonatore di liuto, San Francesco in meditazione, la Medusa.

Alle FAM di Agrigento “Andrea Di Marco | Endemico”

La Sicilia celebra, a due anni dalla prematura scomparsa, Andrea Di Marco. In mostra trenta opere di uno tra i protagonisti della Scuola di Palermo

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news_43882_andrea_di_marcoRoma, 30 gennaio – Il ricordo di uno tra i più interessanti artisti italiani della sua generazione. Per la prima grande esposizione a lui dedicata dopo la prematura scomparsadal 28 marzo al 14 giugno 2015, le Fabbriche Chiaramontane (FAM) di Agrigento accolgono Endemico, mostra che omaggia il talento di Andrea Di Marco (Palermo, 1970-2012), animatore insieme a Fulvio Di Piazza, Alessandro Bazan e Francesco De Grandi della cosiddetta Scuola di Palermo, uno degli episodi più recenti e fortunati legati alla pittura figurativa italiana. Inaugurazione sabato 28 marzo, ore 18.30. Trenta le opere scelte da Alessandro Pinto e Alberto Zanchetta, curatori della mostra organizzata dall’associazione Amici della Pittura Siciliana dell’Ottocento (che dal 2001 gestisce ad Agrigento gli spazi delle FAM) e dall’Archivio Andrea Di Marco per raccontare la parabola artistica di Di Marco. Con particolare riferimento alla sua produzione più recente, partendo dal fondamentale Big Boy dipinto nel 2008 per la XV Quadriennale di Roma e arrivando alle ultime tele, diverse delle quali in prestito da collezioni private estere e per la prima volta esposte in Italia. “Scuola” di nome ma non di fatto quella palermitana, etichetta critica a tratti anche sofferta dai suoi protagonisti: forti di spiccate individualità, orgogliosi di una pluralità di voci capace però di esprimersi in modo corale; uniti da un solido rapporto umano, da un’amicizia che andava oltre il semplice confronto e scambio tra artisti. Lo dimostrò, nel 2001, la fondamentale mostra Palermo Blues, collettiva che segnò ai Cantieri della Zisa un momento di straordinaria vivacità per la scena artistica del capoluogo. E non solo. Per questo la mostra di Agrigento appare come l’abbraccio, da parte della sua terra, ad un artista che ha saputo tratteggiarne gli aspetti più intimi e delicati. Nelle tele di Andrea Di Marco non c’è la Sicilia delle antiche tradizioni popolari, delle ritualità, della vibrante e contagiosa socialità che si respira nei vicoli delle sue nobili e affascinanti città. Eppure ogni inquadratura, ogni scorcio, è inequivocabilmente e magnificamente siciliano: lo sono   i frammenti urbani di struggente malinconia, gli anonimi brandelli di periferie, spesso sospesi nella caligine di interminabili estati mediterranee. Stazioni di servizio, parcheggi e cortili elevati ad aree di scavo da cui emergono lacerti di commosse archeologie contemporanee. L’Uomo non compare mai nelle opere di Di Marco. Ma la sua è un’assenza simulata, fittizia, perché si manifesta nel pietoso imbarazzo di oggetti spogliati della propria funzione: esauste pompe di benzina e scheletrici banchetti di ambulanti, sedie e poltrone abbandonate sul marciapiede in attesa della discarica, ombrelloni ripiegati, saracinesche abbassate, roulotte e Ape Car posteggiati sul ciglio di strade deserte. Alla mostra, che ha il patrocinio del Comune di Agrigento, è dedicato un ampio catalogo (Silvana Editoriale) con i saggi critici dei curatori, Alessandro Pinto e Alberto Zanchetta.

 

Milano, alle Officine Saffi personale di Arcangelo dal 19 febbraio al 28 marzo

27712-unnamedLa mostra presenta dodici opere in ceramica inedite dell’artista campano, appositamente create da Officine Saffi Lab, in una stimolante convergenza tra lo spazio creativo e quello espositivo.

Milano, 20 gennaio – Dal 19 febbraio al 28 marzo 2015, le Officine Saffi di Milano (via Aurelio Saffi 7) ospitano la personale di Arcangelo (Avellino, 1956), uno dei più accreditati autori italiani contemporanei. Curata da Laura Borghi, la mostra presenta dodici opere in ceramica inedite dell’artista campano, appositamente create da Officine Saffi Lab, in una stimolante convergenza tra lo spazio creativo e quello espositivo. Titola Le Case degli Irpini la serie di nuovi lavori prodotti da Arcangelo nella factory milanese, naturale evoluzione di un processo di riflessione sulla materia e sul concetto di tradizione che l’artista persegue fin dagli Anni Ottanta. Arcangelo fa proprie culture vicine e lontane, appropriandosi dell’immaginario della casa come feticcio, scrigno simbolico dove si raccolgono affetti e intimità. I referenti di questi lavori sono le arcaiche culture dell’Italia preromana, così come era stato per la serie dei Sanniti; ma anche le più antiche e misteriose popolazioni dell’Africa, come accaduto per il progetto sui Dogon. È così allora che Le Case degli Irpini diventano case ideali e comuni, fuori dal tempo e dallo spazio, nel riferimento ad una terra che è al tempo stesso materia da plasmare e immagine materna, quasi uterina. Autore che spazia indifferentemente dall’arte pittorica a quella plastica, Arcangelo incontra la scultura negli anni Ottanta, frequentando i corsi di Ernesto Rossetti all’Accademia di Belle Arti di Roma e diplomandosi con Emilio Greco. Nella capitale frequenta l’ambiente accademico e i maestri della scultura italiana, sente vicine a sé figure come lo scultore napoletano Augusto Perez e contemporaneamente le correnti delle nuove generazioni in pittura. Proprio in quegli anni nascono opere come Coltivazione di granturco o gli Altari che dimostrano la sua inclinazione a concepire l’identità specifica del luogo e l’aura sacrale delle forme appena manipolate. La stessa aura sacrale che si leggeva anche negli anni novanta nelle Montagne sante e nei Miracoli, in un percorso che si è esteso fino agli inizi del XXI secolo con le Anfore e gli Orti. In questo suo itinerario, non vanno dimenticati gli allestimenti di mostre come Sarcofago, anfore, tappeti persiani alla Galleria Lorenzelli nel 2000, e Da terra mia da Marcorossi Artecontemporanea nel 2013, per il rapporto tra forme plastiche e superfici pittoriche. “Nella serie di pezzi recenti – scrive Flaminio Gualdoni – è davvero un fare corpo, quello di Arcangelo, e insieme un fare luogo. È materia colore, aspra e fisicamente assertiva, che s’impregna e s’incrosta di sovrapposizioni di colore portato, come per amplificazione sensibile e sottile contraddizione. Trent’anni fa i suoi lavori s’intitolavano ‘Terra mia’. Ora, quell’idea antropologica e biografica di terra è tutta implicata in questa materia, e nel senso potente che emana dai corpi che ne scaturiscono”.

Note biografiche
Arcangelo nasce ad Avellino nel 1956. Nel 1976 s’iscrive all’Accademia di Belle Arti di Roma dove si diploma nel 1980. Nel 1981 si trasferisce a Milano. Nei primi anni Ottanta nasce il ciclo “Terra mia”. 
Nel 1984 partecipa alla collettiva “Perspective”, in occasione di Art Basel, Basilea. Seguono le personali alla Galleria Tanit di Monaco e alla Galleria Buchmann di Basilea. Nel 1985 inizia le sculture intitolate “Montagne Sante”. Nel 1986 prende parte alla “XI Quadriennale di Roma”. Verso la fine degli anni Ottanta nascono gli “Altari” e tra 1989 e 1990, il ciclo dei “Pianeti”. Nel 1990, dopo un viaggio in Africa, crea le opere del ciclo “Dogon” esposte al Kunstverein di Bonn nel 1991. Nel 1996, alla Galleria Di Meo di Parigi, presenta “Le Navi”, sculture in cera e, nell’estate, la serie dei “Misteri”. Lo stesso anno Arcangelo inizia il piccolo ciclo di opere “Verso Oriente” e successivamente, al Caffè Florian di Venezia, espone le sue “Anfore” di terracotta. Nel 1999 riceve il primo Premio Suzzara di pittura. Nell’estate del 2001 prendono forma i lavori “Feticci” e “Sanniti”, realizza gli “Orti” in ceramica, espone le opere “Trofei di caccia” presso la Galleria Tanit di Monaco. Nel 2003 viene pubblicata la monografia “Arcangelo”. Progetta un ciclo di “Monotipi”, esposti in Italia e in Germania. Nel 2005 dà alle stampe un prezioso volume di incisioni corredato da 14 poesie di Alda Merini. Nel 2005 nascono le opere “Le mie case” e nel 2006 il ciclo “I Vedenti”; successivamente pubblica il secondo volume della “Arcangelo-Monografia – opere dal 1983/2007”. Nell’estate del 2007 realizza il ciclo “Kenia-Masai” e nell’ ottobre del 2009, le carte e le opere su tela dedicate ai “Segou”.

OS Project, Milano
OS Project comprende la Galleria di Arte Ceramica, Officine Saffi, che si propone di promuovere la ceramica nella sua forma più evoluta e raffinata, l’opera d’arte, sia di artisti emergenti che di affermati artisti italiani e stranieri. Il laboratorio, OS Lab, completo di forni, torni e tutta l’attrezzatura necessaria per la ceramica, che viene utilizzato per workshop e seminari tenuti da importanti artisti, e La Ceramica in Italia e nel Mondo, una rivista cosmopolita con uno sguardo sia alla ceramica tradizionale che contemporanea e all’arte in generale in tutte le sue forme ed espressioni.

 

Cultura, il mondo di Roberta Rotondi

Intervista all’autrice di ‘Leggenda di un Pirata’, ‘Star’ e ‘Allegra: l’amore è una cosa semplice’

Di Francesca Rossetti

MichaelRoma, 26 settembre – Roberta Rotondi è una giovane autrice di romanzi con la passione della danza che cattura il lettore fra le pagine dei suoi bellissimi libri. L’ho incontrata per conoscere più da vicino il suo mondo ed i suoi interessi.

Chi è Roberta Rotondi e come nasce la tua passione per la scrittura?

Mi piace definirmi una ballerina. Ho sempre vissuto per la danza e quando qualcuno che non mi conosce mi domanda che lavoro faccio, rispondo sempre: la ballerina. Anche se sono una semplice insegnante di danza. Ho inseguito questo sogno fin da bambina, l’ho coltivato e conservato, senza mai abbandonarlo. E oggi sono felice di poter dire di averlo realizzato quasi completamente. Ma la passione per la danza è arrivata col tempo e con la dedizione. La passione per la scrittura, invece, è innata. Non so spiegarmi da cosa abbia origine, l’ho sempre avuta dentro di me. La mia maestra delle elementari mi prendeva spesso d’esempio di fronte alla classe per come sviluppavo i temi. Scrivo da sempre, da quando ho ricordi e sono tutti piacevoli. Tenevo un diario dove quasi ogni giorno scrivevo un tema dedicato a qualcosa in particolare che mi accadeva. È un’abitudine che ho conservato in età adulta, anche se con meno regolarità. Ed è stato proprio uno dei miei diari il punto di partenza.

Di che cosa parlano i tuoi romanzi? Sono racconti autobiografici o ispirati a fatti realmente accaduti ad altre persone?

Scrivo per raccontare intensi scorci di vita vissuta. Storie a sfondo romantico ma mai banali, cariche di sentimenti ed emozioni. Attorno ai miei personaggi ruotano situazioni drammatiche, forti, dolorose, ma solo per portare insegnamenti importanti. In ogni mio libro ho ricercato una trama da comprendere e un finale che lasciasse riflettere il lettore. L’ispirazione che mi spinge ad iniziare a scrivere  arriva quasi sempre da uno stralcio autobiografico. Un fatto che in un modo o nell’altro ha attraversato la mia vita, magari anche solo sfiorandola, lasciando qualcosa di particolare di cui parlare. Ma è solo la rampa di lancio sulla quale si costruisce poi tutto il resto dell’opera. Non posso definirli autobiografici, perché non contengono nulla della mia vita reale. Ma in essi descrivo ambientazioni a me conosciute e familiari. Luoghi in cui sono stata fisicamente e nei quali ho vissuto. Anche i personaggi svolgono mansioni a me congeniali e che io stessa ho praticato. Nulla, infatti, che non sia stato realmente vissuto da un autore, difficilmente sarà credibile e realistico per chi leggerà. Non a caso, due dei miei libri, descrivono il mondo dello spettacolo visto sotto diversi aspetti e punti di vista, perché è l’ambiente che frequento da quando ero ragazzina e di fatto, quello che conosco meglio in assoluto, nel bene e nel male.

Oltre alla scrittura ti occupi anche di spettacolo: ce ne puoi parlare?

 Vi parlerò ancora della danza, non per essere ripetitiva ma, dopotutto, è il mio lavoro e il mio impegno più grande. Dalla base dell’insegnamento ho costruito con le mie sole forze, una scuola con allievi semi-professionisti, molti dei quali oggi svolgono a loro volta il mio stesso lavoro in maniera autonoma. Grazie a loro, i nostri musical (basati su danza, canto e recitazione) sono cresciuti con noi e negli anni siamo riusciti a presentare spettacoli che richiamassero un gran numero di spettatori. Questa posso definirla la mia soddisfazione più grande e vorrei cogliere l’occasione per ringraziare tutti i miei allievi, vecchi e nuovi, quelli che mi seguono da anni e quelli che hanno sempre creduto in me. A fianco di quest’esperienza ho studiato canto e recitazione, grazie ai quali sono riuscita a prendere parte a spettacoli teatrali e a girare alcuni film con produzioni indipendenti, uno dei quali con il ruolo di protagonista. Non ho mai smesso di imparare e mai mi fermerò. Ho intenzione di continuare a sviluppare le mie competenze in campo artistico per poi applicarle nella scrittura, negli show e nella formazione di nuovi ballerini.

Cosa cerchi di comunicare con le tue opere e spettacoli e quali sono i target preferenziali del tuo pubblico?

Mi rivolgo ad un pubblico molto vasto senza escludere nessuno. Ragazzi, bambini, nonni, mamme, papà, single.  Ma soprattutto mi rivolgo a chi ha una famiglia, a chi vorrebbe averne una, a coloro che l’hanno perduta. Agli amici persi e ritrovati, alle passioni vere, all’amore rappresentato in ogni sua forma. Vorrei che il lettore trovasse un po’ di se stesso in ogni mia opera, che si riconoscesse in alcune situazioni, nei gesti, nelle circostanze e nelle parole usate. La famiglia è il fulcro di ogni mia storia, la calamita che veicola tutti i personaggi portandoli in un’unica direzione, il segno concreto che vorrei fosse compreso.

A quali grandi Maestri ti rifai?

Scrissi il mio primo vero romanzo nel 2006. Fu il film sui pirati dei Caraibi ad ispirare la mia storia. Da qui è nato: <Leggenda di un Pirata> andato poi in ristampa nel 2013. L’affascinante e misterioso mondo che suscita in me un grande interesse. Nella stesura dell’opera ho effettuato moltissime ricerche storiche (il libro è ambientato nel 1700)  per renderlo il più veritiero possibile. Sono perfino stata su un veliero di quei tempi, per immedesimarmi nel tipo di vita che si svolgeva su una nave come quella. Scrivere un romanzo storico è stato molto impegnativo ma anche molto gratificante. Lascerò a voi la curiosità di scoprire la mia musa ispiratrice a cui è dedicato. Nel 2011 un sogno ha catturò la mia attenzione. La mattina seguente scrissi la traccia di quello che poi diventò <Allegra: l’amore è una cosa semplice>. Lo definisco un romanzo in musica, perché al suo interno quasi ogni capitolo è accompagnato dalla canzone di un grande artista, ne trovate circa una ventina, tutti rigorosamente italiani. Così come l’attore italiano a cui è dedicata l’opera. Ma nel 2009 è accaduto qualcosa che il mondo non ha potuto proprio ignorare. Ognuno di noi, e questo è insindacabile, è stato colpito da un’onda d’urto così forte e talmente violenta da poter affermare che la vita di molti, dopo quel giorno, non sia stata più la stessa. Sto parlando del 25 giugno, giorno in cui il mondo ha perso Michael Jackson. Ricordo ancora dove mi trovavo quando appresi la notizia: stavo spegnendo il fornello della cucina per scolare la pasta. Credo che molti di coloro che stanno leggendo ora le mie parole, possano affermare di ricordarsi quel momento. Da qui ha preso forma <STAR>. Come già accennato, ogni mio libro si rifà ad un personaggio pubblico di grande spessore al quale ho dedicato l’intero romanzo. La dedica è visibile nella prima pagina. Questo perché è proprio l’intensità del personaggio a cui faccio riferimento a dare vita alla storia che racconto ed a coinvolgermi ancor più in ciò che sto scrivendo. Per Star, il personaggio in questione è proprio lui: Michael Jackson. Ho scelto di parlare di lui, osservandolo da vicino, ricercando i suoi pensieri e stati d’animo, avvicinandomi all’uomo che realmente è stato. Ho cercato il più possibile, attraverso gli intrecci delle vicende, di trasmettere i suoi insegnamenti, le sue straordinarie doti di cantante e di ballerino, la sua profonda umanità, generosità e gentilezza che aveva verso tutti, senza riserve. Tutto questo passa attraverso gli occhi di una giovane ragazza che giunge in America per realizzare un sogno. Una ragazza che potrebbe essere ognuna di noi. Un sogno come tanti, ma che attraverso le esperienze da lei vissute, diventerà unico e assolutamente magico.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Sono una persona che vive il presente. Difficile per me fermarmi a riflettere sul futuro, in quanto sono aperta a nuove esperienze, non escludo mai nulla, valuto ogni possibilità e probabilità. Con questi presupposti ho imparato che nella vita tutto può accadere. Sicuramente continuerò a dedicarmi al mondo della danza e in particolare, sarò insegnante e coreografa di giovani talenti che vorranno avvicinarsi a questo mondo straordinario. Ma soprattutto desidero continuare a scrivere seriamente, pubblicando altri libri e cercando di farmi conoscere e apprezzare come scrittrice. Sto già abbozzando storie, soggetti e ambientazioni che sicuramente diventeranno nuovi libri. Inoltre collaboro con un gruppo di scrittori in progetti di scrittura creativa che mi stanno aiutando molto a crescere ed a migliorarmi. L’esperienza della scrittura collettiva è molto positiva per me ed importante. L’unica certezza che vedo nel futuro è proprio questo: scrivere. Non potrei farne a meno, così come non si potrebbe rinunciare a mangiare. So che potrà sembrare bizzarro, ma devo assecondare i personaggi che bussano alla mia porta con nuove vicende da portare alla luce. C’è una frase nella quale mi identifico molto e che vorrei condividere:’non ho la pretesa di creare o inventare nulla di nuovo. Tutto è già stato creato e inventato. Più semplicemente sono le storie che vengono da me, chiedendo di essere raccontate’

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