L’Arte di Artemisia a Roma

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A Palazzo Braschi Museo di Roma, sino al giorno 8 maggio 2017, la mostra dal titolo “Artemisia Gentileschi ed il suo tempo”

di Rosalba Falzone

Continua con successo, nel Palazzo Braschi Museo di Roma, sino al giorno 8 maggio 2017, la mostra dal titolo “Artemisia Gentileschi ed il suo tempo”, con il patrocinio del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, promossa e prodotta da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e Arthemisia Group e organizzata con Zètema Progetto Cultura, le opere dell’artista caravaggesca esposte sono circa cento.

In esse traspare il vissuto travagliato e sofferto della pittrice, insieme ai suoi dipinti sono affiancate anche le opere di artisti contemporanei dell’Artista come Guido Cagnacci, Simon Vouet, Giovanni Baglione, un viaggio visivo, da non perdere, nella più raffinata ed elegante produzione pittorica del ‘600. Artemisia Gentileschi (1593-1653), figlia d’arte, suo padre era un pittore affermato nel suo tempo, all’inizio  fece molta fatica ad imporsi come artista, per causa del suo essere di sesso femminile, nonostante il suo talento e la sua preparazione culturale, studiò prima nella bottega del padre ed in seguito riuscì ad essere ammessa alla frequenza del’Accademia delle Arti del disegno di Firenze; l’artista amava anche la musica e sapeva suonare diversi strumenti musicali,come il liuto, la sua produzione pittorica fu intensa e  ritrasse sé stessa spesso sulle sue tele.

Le opere che più la identificano e la avvicinano a Michelangelo Merisi sono, indubbiamente, le due versioni simili dei dipinti dal titolo“Giuditta che decapita Oleoferne”. Soprattutto con questi dipinti supera di gran lunga, con lo stesso tema, il grande Caravaggio, in quanto le composizioni, le posizioni dei personaggi rappresentati, l’espressione dei volti, la violenza espressa con i gesti rendono le opere più“maschili” di quella di Michelangelo Merisi.

Infatti sui dipinti notiamo la forza delle due donne rappresentate, il senso di movimento con una spinta verso il basso, cioè verso Oleoferne, che viene tenuto fermo,come schiacciato e bloccato fortemente sul letto; Giuditta, con espressione schifata e di odio lo acchiappa per i capelli e affonda senza pietà la lama di una spada nel collo del forte e muscoloso re assiro, mentre la sua serva lo tiene fermo evitando ogni sua possibile reazione di difesa, il tutto mentre sgorga copioso il sangue di Oloferne che , con espressione sorpresa e stupita, tenta per i suoi ultimi istanti di vita di divincolarsi, anche se si nota oramai la rassegnazione alla morte, che viene sottolineata dall’atmosfera creata dallo sfondo scuro e dalla luce che arriva dalla sinistra della composizione, evidenziando, in particolare, il biancore del lenzuolo striato dal sangue che gocciola copioso.

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