Yemen: Iacomini (Portavoce Unicef Italia) “Conflitto peggiora.” Città di Taiz sotto assedio. Si rischia una nuova Siria

Andrea Iacomini: “L’UNICEF fornisce acqua solo nei distretti di Sa-lah, Qahira e Mudhafar per 34 mila persone ogni giorno ed ha vaccinato 90 mila bambini sotto i cinque anni contro la polio ma la situazione è davvero critica.”

unicef3Roma, 4 Gennaio 2015 “Le tensioni di queste ore tra Arabia Saudita ed Iran destano grandi preoccupazioni in particolar modo per le sorti dello Yemen dove si combatte una guerra dimenticata che come sempre colpisce migliaia di vite innocenti” lo dichiara Andrea Iacomini Portavoce dell’UNICEF Italia “Siamo davvero in apprensione per le sorti dei bambini che vivono nella città e nei dintorni di Taiz da giorni sotto assedio, senza acqua, medicinali, in condizioni igieniche difficili aggravate dall’impossibilità di accesso per le organizzazioni umanitarie, si rischia una nuova Yarmouk” prosegue “L’UNICEF fornisce acqua solo nei distretti di Sa-lah, Qahira e Mudhafar per 34 mila persone ogni giorno ed ha vaccinato 90 mila bambini sotto i cinque anni contro la polio ma la situazione è davvero critica. A questo quadro desolante voglio ricordare che da marzo a dicembre 2015 in tutto lo Yemen sono stati rapiti 189 bambini da entrambe le parti in conflitto, che si sono verificati negli ultimi 9 mesi 60 attacchi a scuole e strutture sanitarie” prosegue “Bisogna fermare l’assedio di Taiz e una guerra i cui numeri sono tristemente in crescita come quelli che denunciammo all’inizio del conflitto in Siria” conclude “Nell’ultimo anno infatti il numero dei bambini uccisi o feriti in Yemen si è triplicato rispetto agli ultimi tre anni. Solo nel 2015 sono 747 i bambini morti e oltre 1100 quelli feriti a causa del conflitto. E’ una tragedia che va fermata o sarà ancora una volta troppo tardi”.

Lo shale oil americano mette ko il petrolio saudita. La replica araba è il crollo del prezzo al barile

Per contrastare l’aumento di estrazione in Usa di shale oil si dimezza il prezzo del petrolio che scende da 115 a circa 45 dollari al barile

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Roma, 17 gennaio – Lo shale oil americano è il petrolio che si ricava con nuove tecniche di trivellazione, che frantumano l’argilla e consentono di raccogliere anche il greggio conservato nei pori delle rocce impermeabili. La Iea, l’agenzia per l’energia dell’Ocse, calcola che fra il 2012 e il 2018, lo shale oil estratto nel Midwest degli Stati Uniti, più il petrolio delle sabbie bituminose del Canada, faranno crescere la produzione nordamericana di quasi 4 milioni di barili al giorno, quasi un pareggio con le estrazioni in tutto l’Iran, uno dei grandi produttori mondiali. Nel 2020, gli Stati Uniti potrebbero scavalcare l’Arabia Saudita come maggior produttore di petrolio e, anche se il grosso del greggio estratto continuerà ad essere consumato a livello nazionale, potrebbero anche esportarne un po’. E’ questo il motivo del crollo del prezzo al barile del petrolio estratto dai paesi arabi del Golfo che in poco tempo è passato da 115 dollari a circa 45 dollari al barile.  Il crollo del prezzo del greggio sul mercato internazionale rende l’estrazione di shale oil in Usa non più economicamente sostenibile. Con il barile che scende sotto quota 60 dollari, questo il prezzo ultimo dello shale oil,  i costi di estrazione, richiesti dal petrolio americano, non sono più sostenibili. Di conseguenza molti impianti rischiano la chiusura. Il che implica che gli Stati Uniti dovranno tornare a comprare petrolio dai grandi produttori stranieri, come l’Arabia Saudita e le altre ricche Monarchie del Golfo Persico. Una strategia quella araba sul filo del rasoio in termini di economia mondiale, con ricadute molto negative proprio negli Stati Uniti dove in questi ultimi anni, complici le nuove tecnologie di estrazione di shale oil a basso costo, si era scatenata una vera e propria corsa alla sua estrazione , con l’ingresso di piccole imprese e grandi gruppi imprenditoriali che hanno investito enormi capitali per sostenere la nuova tecnica estrattiva, e che ora rischiano la chiusura ed il fallimento. Il tutto è regolato ovviamente dall’Opec (Organization of the Petroleum Exporting Countries fondata nel 1960) che ha il delicato compito di negoziare con le compagnie petrolifere aspetti relativi alla produzione di petrolio, prezzi e concessioni, e che in questo momento non molla la presa. Bisognerà aspettare e vedere sino a che punto i cartelli dell’Opec continueranno seguendo questa precisa strategia di destabilizzazione dello shale americano fondata sulla scelta del prezzo più basso possibile. Ma gli Stati Uniti non sono l’unico paese al mondo ricco in riserve di shale oil: la Russia e’ il paese al primo posto in risorse ‘shale’, con 75 miliardi di barili, seguono gli Stati Uniti con 58 miliardi e la Cina con 26 miliardi. L’Argentina vanta 27 miliardi di barili e la Libia 22 miliardi. Le riserve di petrolio nelle rocce possono aumentare le risorse petrolifere mondiali dell’11%. Una vera e propria guerra dunque in termini di potere economico legato alla produzione di energia, in un momento di crisi che ha stravolto gli equilibri mondiali . E forse anche un importante tassello che spiega l’apparente cruenta contrapposizione religiosa tra mondo islamico ed occidente che è solo la punta di un iceberg che lascia sommerso il vero motivo del contendere: il possesso del potere economico che è strettamente legato alla produzione di petrolio ed ai costi che si sostengono per la sua estrazione.

Arabia Saudita,la famiglia reale progetta una barriera di 900 km per bloccare l’Isis

Re Abdullah ha inaugurato la prima fase del progetto già lo scorso settembre. La “muraglia”, che si estenderà dalla Giordania al Kuwait, includerà 78 torri, 8 centri di comando, 10 veicoli di sorveglianza e tre squadre di intervento rapido.

 

Barriera-isis-famiglia-reale-sauditaRoma, 17 gennaio – Una barriera lunga oltre 900 km che si estenderà dalla Giordania al Kuwait per bloccare il passaggio dell’Isis. E’ questo il progetto della famiglia reale dell’Arabia Saudita per la difesa dei suoi territori da Iraq e Kuwait, le zone in cui l’avanzata delle milizie dell’esercito Isis è stata più forte. Secondo quanto riportato dal Daily Mail il muro verrà affiancato da un canale e intervallato da torri radar di sorveglianza, da centri di comando e posti di guardia: il fine principale è quello di difendere il territorio saudita, che ospita le Moschee sacre, la Mecca e, ovviamente, il petrolio. In questo territorio proprio la settimana scorsa un attacco suicida ha ucciso tre guardie. Anche se l’assalto non è stato rivendicato da nessuno,  è stato etichettato come il primo attentato dello Stato islamico perché avvenuto vicino alla provincia di Anbar, dove militanti dell’Isis si stanno scontrando con le forze irachene. Ecco il motivo della decisione di Re Abdullah che ha inaugurato la prima fase del progetto già lo scorso settembre: in totale, la “muraglia”, che si estenderà dalla Giordania al Kuwait, includerà 78 torri, 8 centri di comando, 10 veicoli di sorveglianza e tre squadre di intervento rapido.

 

Arabia Saudita, la violenza domestica ora è reato

Arabia SauditaVarato una legge a tutela di donne e bambini che fino ad ora non potevano difendersi da eventuali abusi considerati una questione privata.

Roma, 1 settembre – La violenza domestica in Arabia Saudita  ora è reato. Finalmente il governo ha varato una legge a tutela di donne e bambini che fino ad ora non potevano difendersi da eventuali abusi considerati una questione privata. I casi di violenza, infatti, sono sempre stati giudicati in base alle regole della sharia (legge coranica), che prevedeva un tutore per le donne che approvasse la denuncia della violenza. Ora le regole sono cambiate. La legge concede anche l’anonimato per chi denuncia e le pene previste per il colpevole vanno da un minimo di un mese a un massimo di un anno di carcere. Previste anche pene pecuniarie fino all’equivalente di 13.300 dollari.

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