Il vecchio casolare dove fu ucciso Impastato pronto all’esproprio

In contrada Feudo a Cinisi, il vecchio casolare dove nel 1978 è stato ucciso dalla mafia Peppino Impastato, é  pronto all’esproprio per essere un luogo della memoria. A confermarlo, il decreto del dirigente generale della Regione Siciliana Sergio Alessandro, con il quale si informa l’avvio di esproprio dell’immobile e del territorio circostante.

Uno spiraglio di luce penetra da una piccola finestrella e fende i muri di pietra ingrigiti dalle intemperie, quelle che negli anni si sono abbattute sul vecchio casolare di contrada Feudo a Cinisi, dove nel 1978 la mafia uccise Peppino Impastato, giornalista, militante della Democrazia Proletaria e fondatore di Radio Aut. Un luogo, dentro il quale rimasero imprigionati per sempre il respiro e gli ultimi istanti di Peppino, finalmente è pronto a divenire posto della memoria. Il Dipartimento Regionale dei Beni culturali ha reso pubblico il decreto del dirigente generale della Regione Siciliana Sergio Alessandro, con il quale si informa l’avvio di esproprio del casolare e del territorio circostante da parte della Soprintendenza di Palermo, mentre la Città Metropolitana avrà il compito di attuare il recupero dell’immobile e renderlo fruibile.

Una notizia, che arriva dopo circa un mese dal Protocollo d’intesa firmato a Palazzo d’Orléans tra Regione Siciliana, Città metropolitana di Palermo e Comune di Cinisi per il: “Coordinamento delle iniziative volte all’acquisizione e al restauro del casolare dove è stato ucciso Peppino Impastato”.
Una vicenda che, dopo anni, sembra giungere ad una soluzione. Cominciata nel 2011, quando la Regione Siciliana decide di acquisire il casolare a scopo commemorativo. Un proposito non avviato, poiché il proprietario del fondo rifiuta l’offerta di acquisto da parte della Regione. Da qui, l’impossibilità della riuscita della procedura di esproprio, messa per anni da parte. Il risultato? La conseguente trasformazione del casolare in una discarica. Una situazione inconcepibile e denunciata più volte anche dal fratello di Peppino, Giovanni Impastato.

Adesso, quel luogo potrà essere restituito alle persone che credono e hanno sempre creduto in Peppino, senza accettare mai le menzogne di un suo ipotetico suicidio nel tentativo di preparare un attentato, né ai depistaggi né alle omissioni. Quei muri diventeranno non solo il simbolo degli ultimi istanti dell’attivista, ma emblema di una voce che ancora oggi riecheggia con la stessa forza di quel 1977.

Commemorazione strage di Capaci, ricordo e polemiche

Questa mattina si è svolta nell’Aula Bunker di Palermo la 27° commemorazione della strage di Capaci, in cui persero la vita Giovanni Falcone, la moglie e tre agenti della scorta. Sono giunti con la Nave della Legalità 1500 studenti unitisi a quelli Palermo che oggi sfileranno nei due cortei di #PalermoChiamaItalia.

Era il 23 maggio del 1992, i giornali con i loro titoli annunciano la scomparsa di un uomo che credeva nel bene e che la giustizia potesse sconfiggere il male di una terra. Consapevole dei pericoli non smise mai di credere nella causa. Il giorno arrivò, 1000kg di tritolo, lo schianto contro un muro di cemento e detriti, una voragine in strada, la stessa che si aprì nei cuori di chi credeva in lui. «È morto! Orrore! Ucciso Falcone!» urlarono. Dopo anni dalla tragedia in cui persero la vita il giudice, la moglie e tre agenti della scorta, secondo quanto riportato da La Repubblica, il pentito catanese Maurizio Avola, sicario di Cosa nostra si è autoaccusato di avere avuto un ruolo nella fase preparatoria dell’attentato. Insieme al boss Marcello D’Agata, avrebbe trasportato detonatori e tritolo a Termini Imerese, mettendoli a disposizione di Cosa nostra di Palermo. Ai magistrati della Procura distrettuale di Caltanissetta, guidati dal procuratore Amedeo Bertone, avrebbe in particolare rivelato di un ruolo della mafia americana nell’attentato: agli inizi del 1992 avrebbe conosciuto un artificiere statunitense esperto in esplosivi inviato in Sicilia dal boss John Gotti. Dopo diversi interrogatori, Avola avrebbe prima parlato in maniera non precisa dell’«inviato» Usa, poi lo avrebbe fornito un identikit.

Oggi le commemorazioni per il 27° anniversario nell’Aula Bunker del carcere dell’Ucciardone (luogo simbolo del maxiprocesso), momento solenne alla presenza di 1500 studenti, partiti da Civitavecchia e giunti con la Nave della Legalità a Palermo, salutati dal capo dello Stato Sergio Mattarella, i quali si sono uniti a quelli del capoluogo siciliano. Una giornata, da una vigilia contrassegnata da polemiche. Il presidente della Regione Nello Musumeci, il quale non ha partecipato per la presenza di «veleno e troppo odio» ha dichiarato: «Tutto questo non suona al rispetto della memoria del giudice Falcone e dei poveri agenti della scorta». Assente anche Claudio Fava, presidente della Commissione Antimafia dell’Ars: «…Credo che Salvini debba essere presente, perché gli compete ed è un suo dovere dal punto di vista del decoro istituzionale, ma credo che domani dovrebbe ascoltare. Lui, come gli altri ministri, molti dei quali per la prima volta si affacciano al tema della lotta alla mafia. Più che una lieta passerella in diretta televisiva occorreva l’umiltà dell’ascolto. E invece domani andrà come è stato previsto nelle scalette fatte in via Teulada. Ecco, tutto questo ahimè mi fa pensare al festino di Santa Rosalia e preferisco andare a Capaci».

Assenza delle associazioni: Anpi, Arci, Libera, Addiopizzo, centro Impastato, Fondazione La Torre il sindaco di Palermo. Anche Leoluca Orlando ha deciso di disertare la cerimonia, nonostante avesse garantito la sua presenza nei giorni scorsi augurandosi che nessuno venisse a fare comizi elettorali. Lo ha annunciato questa mattina, dopo aver accolto all’ingresso dell’Aula Bunker il presidente della Camera dei deputati, Roberto Fico e il presidente del Consiglio Giuseppe Conte giunto nel luogo della strage di Capaci dove ha deposto una corona d’alloro sotto la stele dedicata a Falcone e gli agenti della scorta.

Non si è fatta attendere la replica del ministro Matteo Salvini a Claudio Fava ed alle polemiche: «Chi si divide sulla lotta alla mafia sbaglia, chi usa una giornata di memoria e di futuro per fare la sua piccola battaglia politica sbaglia e fa un torto a Falcone”. Io faccio il ministro dell’Interno – ha aggiunto – e con tutto il rispetto per il signor Fava, noi la mafia la combattiamo assumendo poliziotti, confiscando beni e riconsegnandoli ai cittadini».

Questa mattina alle 8.35 Maria Falcone, ha aperto la giornata del ricordo e ha voluto porre fine alle affermazioni fatte in questi giorni «Le polemiche oggi sono inutili, proprio in quest’aula che rappresenta la prima vittoria dello Stato». Mentre il ministro dell’interno ha ribadito i dati relativi ai beni sottratti alla mafia «Sono più di 15.000 gli immobili sequestrati alle mafie e restituiti a cittadini, più di 3.000 le aziende confiscate, ripulite ed in gestione pubblica, migliaia le nuove telecamere accese in tutta Italia, quasi 3.000 le donne e uomini della Polizia assunti negli ultimi mesi» e sulla strage di Capaci ha dichiarato «Dopo quella bomba nulla è stato come prima, quel sacrificio è valso al risveglio del popolo…Quella bomba ha portato dolore, ma ha portato speranza. Grazie a chi si è sacrificato in quegli anni».

Presenti anche: il ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca Marco Bussetti; il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede; il procuratore Nazionale Antimafia Federico Cafiero De Raho; il presidente dell’associazione nazionale magistrati Pasquale Grasso e il presidente della commissione Antimafia Nicola Morra; in collegamento da Vienna il segretario dell’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine, Yuri Fedotov.

Polemiche a parte, oggi si celebra il ricordo di un uomo simbolo della lotta alla mafia. Il suo corpo, il suo spirito combattivo non esisteranno più, ma di una cosa possiamo essere certi, il suo lavoro ed il suo ricordo vivranno in eterno e saranno da esempio per le giovani generazioni che nel pomeriggio sfileranno nelle strade del capoluogo in due tradizionali cortei di #PalermoChiamaItalia, manifestazione promossa dal 2002 dal Miur e dalla fondazione Falcone, per incoraggiare nelle scuole attività didattiche mirate alla cultura del rispetto e della legalità e per una cittadinanza attiva e responsabile.

Palermo, si è spenta Augusta Schiera impegnata per la verità sulla morte del figlio Agostino

Il sindaco di Palermo Leoluca Orlando: «Augusta Schiera ha rappresentato la fermezza e il coraggio dell’impegno civile per la verità e la giustizia, la dolorosa ma incessante battaglia per fare luce su eventi tragici della nostra città e del nostro paese. Palermo ha perso il suo sorriso triste ma proseguiremo con Vincenzo il suo impegno, per dare finalmente giustizia ad Agostino, Ida e tutte le vittime della mafia».

Il coraggio di andare avanti, di chiedere giustizia con fermezza, quando il bene più prezioso ti viene strappato via, un figlio. Lottare fino all’ultimo respiro, così ha fatto Augusta Schiera, simbolo dell’antimafia, spirata il 28 febbraio ad ottanta anni, nel suo letto con al fianco il marito Vincenzo ed in mano una foto del figlio Antonino Agostino, poliziotto e agente segreto italiano e della moglie Ida Castelluccio con in grembo il nipotino, uccisi davanti ai loro occhi. La lunga malattia non le ha impedito di continuare a girare l’Italia, parlare agli studenti e sfilare in corteo per una a verità che diceva essere “dentro lo Stato”.

Tante le domande poste: «Dove sono finiti gli appunti di mio figlio, trafugati la notte del delitto? Chi, all’interno delle istituzioni, ha tenuto lontana per così tanto tempo la verità? Chi conosce la verità?». Mai nessuna risposta. Era il l 5 agosto 1989 un giorno di festa per la famiglia Agostino, il compleanno di una delle figlie, finito in tragedia. Fino ad ora restano ignoti i mandanti e gli esecutori, che a bordo di una motocicletta spararono a Nino Agostino ed alla moglie incinta. La squadra mobile di Palermo seguì per mesi un’improbabile pista “passionale”. La notte dell’omicidio, alcuni ignoti entrarono nell’abitazione dei coniugi defunti e fecero sparire degli appunti, che riguardavano delle importanti indagini sul fallito attentato sulla spiaggia dell’Addaura, dove si trovava la villa di Giovanni Falcone. Tanti i misteri ed i depistaggi di una vicenda che aspetta ancora di essere risolta. Ora, a portare avanti la battaglia di una vita, il marito di Augusta, che ha promesso di non tagliarsi la barba fino al giorno in cui conoscerà la verità.

Scrivi alla Redazione

Siamo felici di valutare ogni tua segnalazione e pubblicare articoli che pensi possano essere di interesse pubblico

Per qualsiasi segnalazione scrivi a
[email protected]