Reddito di Cittadinanza, Si o No?

Il Dibattito Diventa Infuocato tra Ichino e Fumagalli

ImageProxyRoma, 12 aprile 2016 – Sono il prof. Andrea Fumagalli economista, docente di Economia Politica presso l’Università degli Studi di Pavia, e l’on. Pietro Ichino, giurista, giornalista e senatore di Scelta Civica, i protagonisti del dibattito della settimana su Pro\Versi (www.proversi.it), la piattaforma di discussione online su cui si  confrontano sul tema del reddito di cittadinanza in caso di mancanza di altra fonte di sostentamento per il cittadino. Già a partire dalla varietà dei termini utilizzati, reddito di cittadinanza, d’inserimento, di base ecc. si comprende la complessità dell’argomento e la distanza tra le posizioni: se per il prof. Fumagalli “il reddito di base è complementare alla forma salario, in quanto remunera quel tempo di vita che attualmente non è considerato tempo di vita effettivamente produttivo anche se in realtà lo è: vivendo stiamo già lavorando”, l’on. Ichino invita a riflettere sulla figura di Andy Capp, personaggio dei fumetti degli anni Sessanta, “che rappresentava in modo caricaturale […] l’immagine del disoccupato che si è seduto sul trattamento di disoccupazione e ne ha fatto lo strumento di sopravvivenza permanente”, facendo presente che questo è un rischio che non va sottovalutato. Riguardo alla definizione da utilizzare, il prof. Fumagalli preferisce “reddito di base”, “perché è quello più inclusivo più in generale”. “L’accesso al reddito”, sostiene l’economista, è “un diritto inalienabile di ogni essere umano. Dovrebbe rientrare […] nella carta dei diritti degli uomini, promulgata dall’ONU nel Quarantotto”, evidenziando, così, la necessità che tale provvidenza non sia condizionata ad altri fattori. L’on. Ichino mostra subito la sua diversa posizione, optando per la definizione “reddito minimo d’inserimento” – definendolo l’unico possibile nel nostro paese – una “forma di assistenza che scatta laddove sia venuta meno l’assicurazione contro la disoccupazione che ha terminato il suo corso e a quel punto chi, nonostante tutte le misure di politica attiva, non è riuscito a trovare il lavoro, viene sostenuto a condizione che cooperi al reinserimento, di qui il diverso nome di questa forma di assistenza”. Posizione senz’altro minoritaria, quella del prof. Fumagalli, quando sostiene che il reddito non deve essere legato al lavoro: “nel contesto attuale di valorizzazione e di produzione […] i meccanismi di accumulazione fanno riferimento a una serie di nuovi fattori produttivi”. “Ci sono […] altre attività di vita che sono attività di riproduzione, attività di formazione e apprendimento, attività di consumo, anche l’attività di svago […] che oggi sono inserite nel meccanismo produttivo. Tutte queste attività […] tutto questo tempo di vita […] in realtà è del tempo di vita produttivo. Quindi, la mia opinione è che il reddito di base è complementare alla forma salario, in quanto remunera quel tempo di vita che attualmente non è considerato tempo di vita effettivamente produttivo anche se in realtà lo è: vivendo stiamo già lavorando”. Il reddito d’inserimento deve, invece, necessariamente essere vincolato al lavoro per l’on. Ichino, il quale afferma: “questa misura è tanto più efficace e tanto più sostenibile dal punto di vista generale, non solo finanziario […] quanto più è reale la condizione per cui non si può beneficiare di questo trattamento se non c’è la disponibilità a partecipare a quanto è necessario per ritrovare una nuova occupazione”. La garanzia di una forma di sostegno finanziario aumenta il potere contrattuale dei lavori, in quanto, sostiene il prof. Fumagalli, “potrebbe consentire a lavoratori e lavoratrici di poter rifiutare delle offerte di lavoro particolarmente […] disagevoli o sottopagate”, “Poter scegliere è un elemento di libertà e di democrazia e poter scegliere significa anche poter rifiutare e questo […] aumenta la capacità contrattuale dei lavoratori precari, all’interno di forme di contrattazione sempre più individualizzate”. Concorda in parte l’on. Ichino: “Qualunque misura di sostegno del reddito ha un effetto di rafforzamento della posizione contrattuale di chi lo percepisce”, ma “la valutazione che si può dare di questa provvidenza dipende […] dall’entità della provvidenza stessa e dalla effettività […] del nesso stretto inscindibile tra percezione dell’assegno, del sostegno del reddito, e partecipazione a misure volte alla riqualificazione e reinserimento nel tessuto produttivo”. Per quanto riguarda la sostenibilità economica di una garanzia di reddito, il prof. Fumagalli sostiene che “la cifra netta da sborsare in più” per lo Stato, “per garantire un unico ammortizzatore sociale, quindi un reddito minimo di base” “è una cifra che si aggira sui 13/14 miliardi di euro. È una cifra, quindi, del tutto sostenibile […] Il problema, quindi, non è economico, il problema è ovviamente di carattere politico e culturale”. Per l’on. Ichino, la sostenibilità economica di un reddito d’inserimento dipende dall’effettiva partecipazione da parte di chi lo percepisce “a misure volte alla riqualificazione e reinserimento nel tessuto produttivo”. “Può persino accadere che questa misura si paghi da sé, perché se essa produce effettivamente il reinserimento di una persona nel tessuto produttivo questo comporta un reddito nuovo che genera un gettito fiscale, genera contribuzione previdenziale […] se la misura funziona, gli effetti positivi, anche dal punto di vista puramente finanziario, superano il costo dell’erogazione”.

È possibile trovare il video del dibattito su www.proversi.it/multimedia/details/19 e leggere la discussione www.proversi.it/discussioni/pro-contro/65-reddito-di-cittadinanza.

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