Rapporto UNICEF: la violenza di Boko Haram nella regione del lago Ciad lascia i bambini sfollati e intrappolati

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Circa 1 attacco suicida su 4 è stato condotto utilizzando un bambino

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Secondo il nuovo rapporto dell’UNICEF “Bambini in movimento, bambini lasciati indietro”, anni di violenza da parte di Boko Haram nella regione del bacino del lago Ciad in Africa hanno portato ad un peggioramento della crisi umanitaria che ha causato 1,4 milioni di bambini sfollati e ne ha lasciato almeno un milione ancora intrappolati in zone difficili da raggiungere.

Il rapporto rileva che:

  • oltre ai 2,6 milioni di persone attualmente sfollate, si teme siano intrappolati nelle zone sotto il controllo di Boko Haram ulteriori 2,2 milioni di persone – di cui più della metà bambini –che hanno bisogno di assistenza umanitaria.
  • Si stima che finora quest’anno circa 38 bambini siano stati utilizzati per effettuare attacchi suicidi nella regione del bacino del lago Ciad, arrivando così a 86 il numero totale di bambini utilizzati come attentatori suicidi dal 2014. Circa 1 attacco suicida su 4 è stato condotto utilizzando un bambino.
  • Si stima che circa 475.000 bambini in tutto l’area del lago Ciad soffrano di malnutrizione acuta grave quest’anno, rispetto ai 175.000 all’inizio dell’anno.
  • Solo nel nord-est della Nigeria, si stima che 20.000 bambini siano stati separati dalle loro famiglie.

“La crisi (della regione) del lago Ciad è una crisi di bambini che dovrebbe avere una grande importanza nell’agenda globale delle migrazioni”, ha detto Manuel Fontaine, Direttore regionale UNICEF per l’Africa occidentale e centrale. “I bisogni umanitari superano la risposta, soprattutto ora che le nuove aree precedentemente irraggiungibili nel nord-est della Nigeria sono accessibili”. Lanciato in vista del vertice delle Nazioni Unite sui rifugiati e migranti (19 settembre), il rapporto analizza l’impatto della rivolta di Boko Haram sui bambini in Nigeria, Camerun, Ciad e Niger e il devastante tributo subito dai bambini. Il Rapporto rileva inoltre che la maggior parte della popolazione sfollata – più di 8 persone su 10 – vive con famiglie e vicini, aggiungendo un ulteriore aggravio ad alcune delle comunità più povere del mondo. “Le comunità locali stanno condividendo il poco che hanno per aiutare chi ha bisogno in un atto di umanità che viene replicato in migliaia di case in tutto le aree colpite dal conflitto”, ha detto Fontaine. L’UNICEF sta lavorando con i partner per soddisfare i bisogni fondamentali dei bambini e delle loro famiglie nelle zone colpite dal conflitto. Finora questo anno quasi 170.000 bambini hanno ricevuto sostegno psicosociale, quasi 100.000 sono stati curati contro la malnutrizione acuta grave e oltre 100.000 hanno preso parte a programmi per l’apprendimento. L’UNICEF ha ricevuto solo il 13% dei 308 milioni di dollari di cui ha bisogno per fornire assistenza alle famiglie colpite dalle violenze di Boko Haram in Nigeria, Niger, Ciad e Camerun. L’UNICEF lancia un appello alla comunità dei donatori per intensificare il sostegno alle comunità colpite. Risorse aggiuntive aiuteranno l’UNICEF e i suoi partner a far fronte alla risposta umanitaria – in particolare per quanto riguarda l’accesso alle aree precedentemente sotto il controllo di Boko Haram.

Festival Mediterraneo dell’incontro – 3^ ed

L’Africa incontra il Sud Italia – Sabato 30 aprile 2015 ore 21:00

locandina-definitiva-30-aprile-mediterraneo-dell'incontroRoma, 29 Aprile – Con il doppio concerto di “Nando Citarella e i suoi Musici” & “Ruggero Artale Afro Percussion Band” il Festival Mediterraneo dell’incontro, vuole celebrare l’abbraccio tra l’Africa e il sud Italia affidando alla Musica e alla Danza il compito di raccontare e testimoniare un modello di convivenza possibile tra i popoli.  Con l’intervento di Alessandro Pistecchia dell’U.N.A.R. (Ufficio Nazionale Antidiscrimazioni Razziali – Presidenza del Consiglio dei Ministri)

Nando Citarella e i suoi Musici – “Terra Prima” (nessuno è il diverso) ore 21:00  

Tammorre, otri e canne, donne danzatrici, soffi di mantice, musici e teatranti, sospiri e  voci tra corde, pelli e passi. Uno spettacolo che è a’ vita, a’ storia, a’ museca…testimonianze nello spazio e nel tempo della nostra tradizione dove tutti sono nessuno e nessuno è il diverso.

Nando Citarella – cantattore musico

Gabriella Aiello – cantattrice

Paola D’Agnese – poetessa e cantattrice

Pietro Cernuto – musico suonator di otri e canne

Claudio Monteleoni – musico cerusico

Max Ventricini – iatro musico ritmatista

Carlo Cossu – violino

e con Cymbalus Ensemble di tamburi, voci e danze

Ruggero Artale Afro Percussion Band – “African Sun Dance” ore 22:00

Un omaggio alla terra madre del ritmo, una sinfonica pulsazione del suono e del corpo, musica concepita in indissolubile legame con la danza. Lo spettacolo è un invito alla danza e alla gioia di vivere: in Africa le due cose sono strettamente legate. Un pulsare ritmico che impedisce di restare immobili.

Ruggero Artale – voce e percussioni
Patou Djallo – (Senegal) danza
Roberto Genovesi – voce, chitarra
El Hadij M’baye – (Senegal) dun dun
Bryan Musa – (Rep. Dem. del Congo) voce solista
Ismaila M’Baye – (Senegal) djembè
Mama M’Bengue – (Senegal) danza

Auditorium Santa Chiara in via Caterina Troiani 90/91 (Eur Torrino)

Ingresso 10 euro
1 euro di ogni biglietto sarà devoluto all’associazione di volontariato no profit Baobab Experience

info e prenotazioni [email protected]

Inoltre, nel giardino dell’Auditorium:

ore 19:30, storia e cerimonia tipica del caffè secondo la tradizione eritrea a cura di Ribka Sibhatu – ingresso libero

Ore 20:00, assaggi e sapori della cucina tradizionale eritrea a cura di Ribka Sibhatu (offerta di Eu 10 oltre il costo del biglietto) e solo prenotando a: [email protected]

Il Festival proseguirà domenica 22 maggio con il doppio concerto di TASHA RODRIGUES & BAND (the Power of African Women Voices) eARANCE ROSSE (suoni e musiche del sud Italia) con la partecipazione del corpo di ballo Etnochoreia.

Arte Africana: Arriva a Viterbo la Nuova Serie di Mostre “Ex Africa semper aliquid novi”

Arriva a Viterbo “Ex Africa semper aliquid novi”, la nuova serie di mostre dedicate agli artisti contemporanei africani in partenza il 22 aprile prossimo 

unnamedViterbo, 11 aprile 2016 – Si chiama “Ex Africa semper aliquid novi” la nuova serie di mostre della Kyo Noir Studio di Viterbo, in partenza il 22 aprile e che ha per titolo la citazione latina di Plinio il Vecchio che significa “Dall’Africa sempre qualcosa di nuovo”. Un evento che è una grande occasione per far approfondire al pubblico l’arte e gli artisti contemporanei africani, già protagonisti negli ultimi anni della scena artistica internazionale. Il primo Focus on sarà su Gonçalo Mabundascultore mozambicano. Fu uno dei protagonisti di Africa Remix ed è tornato al Centre Pompidou di Parigi con la mostra “Une histoire. Art architecture design des anées 1980 à nos jours”, presente all’ultima Biennale di Venezia di Okwui Enwezor è attualmente al CCCB di Barcellona con “Making Africa” ed a Palazzo Reale a Milano con ‘Breve storia del futuro”. Gonçalo Mabunda realizzamaschere, sculture e troni con oggetti inusuali come i Kalashnikov, bombe, pistole e altre armiutilizzate durante la guerra civile del Mozambico (1976-1992), successivamente disattivate da una Ong e dall’artista trasformate in opere d’arte. Mabunda reinventa le tradizionali maschere africane e con un abile assemblaggio, l’arma perde la sua connotazione originale e proiettili bombe e caricatori si trasformano in buffe e stravaganti maschere. Con i troni, Mabunda rappresenta il potere, l’oggetto imponente, autorevole e maestoso domina lo spazio nella sua magnificenza, ma con l’appellativo pace diventa portatore di un significato positivo il “Trono della pace” donato nel 2002 a Papa Giovanni Paolo II, esprime la volontà del Mozambico di dire no alla guerra distruggendo le proprie armi per farne delle opere d’arte. Le armi si trasformano in oggetto, le varie componenti del Kalashnikov diventano schienali o braccioli del trono, le bombe i piedi e i proiettili frange decorative, tutte le connotazioni negative, l’idea di violenza e di morte assumono un nuovo significato, il messaggio di Mabunda sembra essere: non distruggiamo, ma trasformiamo, non cancelliamo, ma ridisegniamo un nuovo mondo di pace con le armi per non dimenticare la brutalità della guerra. La mostra é accompagnata da un video inedito con l’intervista di Antonella Pisilli all’artista realizzata in occasione della sua visita alla Kyo Noir Studio.

DETTAGLI DELLA MOSTRA “EX AFRICA SEMPER ALIQUID NOV”

TITOLO: EX AFRICA SEMPER ALIQUID NOVI

FOCUS ON: GONÇALO MABUNDA

LUOGO:  Kyo Noir Studio – Via Maria SS Liberatrice 14, Viterbo

A CURA DI:Antonella Pisilli

INAUGURAZIONE: 22 aprile 2016 ore 18.00 ORARI:

Aperto per appuntamento  22 aprile –15 giugno 2016

Africa mia Madre. Un aiuto da Cori per i bambini del Continente Nero

Sabato 9 Aprile, il concerto del Coro Polifonico Lumina Vocis nella Chiesa di Sant’Oliva e poi la cena di beneficenza all’Oratorio della Chiesa SS. Pietro e Paolo

 

AFRICA MIA MADRE2Cori, 3 Aprile – Da Cori un aiuto per i bimbi dell’Africa. Sabato 9 Aprile la Pro Loco Cori ha organizzato l’evento «Africa, mia madre», una raccolta fondi per i bambini dell’Africa, patrocinata dal Comune di Cori, col supporto della Parrocchia SS. Pietro e Paolo di Cori, della BCC di Roma – Agenzia di Cori – e di tantissimi volontari locali. L’Africa è la culla dell’umanità. Il colore nero è la somma di tutti i colori, quindi l’Africa rappresenta una sorta di simbolo e di osmosi di tutti i popoli della Terra. Non solo beneficenza. L’iniziativa vuole dare continuità al progetto della compianta prof.ssa Maria De Cave Imperia, fondatrice della Pro Loco Cori, consapevole che non si poteva continuare a guardare con indifferenza questa faccia del mondo. Con il Movimento dei Focolari, si è impegnata a favore dell’alfabetizzazione dei bambini della cittadella keniana di Mariapoli Piero, nei pressi di Nairobi, dedicandosi anche ad attività promozionali con la Pro Loco e all’invio di aiuti umanitari. L’attuale esecutivo della Pro Loco Cori guidato dal Presidente Tommaso Ducci ha deliberato, tra i diversi progetti, quello di continuare ad aiutare i bambini di questo grande continente, confermando tra i suoi obiettivi, oltre alla tutela e alla valorizzazione del territorio e delle sue bellezze, anche la sensibilizzazione della cittadinanza alla solidarietà, al volontariato e all’aggregazione sociale. La manifestazione sarà aperta alle ore 18:00 dal Concerto del Coro Polifonico Lumina Vocis diretto dal M° Giovanni Monti, che si esibirà all’interno della Chiesa di Sant’Oliva. A seguire la cena di beneficenza nell’Oratorio della Chiesa SS. Pietro e Paolo, il cui ricavato e le offerte liberali saranno devoluti al Movimento dei Focolari. Il convivio sarà allietato da un revival degli anni ’60 eseguito dal complesso corese ‘I Pupilli’ (Noemi Paglino, Augusto Tora, Orazio Fanfani, il M° Carlo Vittori, il M° Giovanni Monti, Luca Viani, Emanuele Marafini). Le prenotazioni entro venerdì 8 Aprile presso la tabaccheria Bauco oppure contattando la Pro Loco Cori: tel. 3288037031, 3497805356, 3470547181, 3292962600.

50esimo anniversario di indipendenza del Ghana

I giovani Italo-Ghanesi perfettamente integrati in Italia raccontano le loro esperienze in un giorno di festa che celebra l’indipendenza del Ghana, loro paese d’origine
di Francesco Di Bartolomeo
IMG_5366Roma, 23 Marzo, presso la residenza dell’Ambasciatrice del Ghana a Roma Molly Anim Addo, ha avuto luogo un party per commemorare il cinquantanovesimo anniversario della dichiarazione di indipendenza del paese africano. Presenti varie personalità del mondo diplomatico. A ricevere i graditi ospiti, l’Ambasciatrice Molly Anim Addo che  ha celebrato questa importante giornata con un breve ma incisivo discorso. Oltre a ricordare ai presenti, il significato di questa ricorrenza, la rappresentante diplomatica ha parlato dell’attuale situazione di convivenza pacifica nel suo paese (sesto in Africa e cinquantaquattresimo nel mondo per livello di sicurezza), e ha segnalato gli importanti e proficui rapporti con l’Italia gratificati negli ultimi periodi dalla visita del premier Renzi nel paese subshariano e da un recente incontro tra la stessa Ambasciatrice  col Presidente Mattarella, verso il quale, la diplomatica ha rivolto parole di ringraziamento e cordialità. In seguito la comunità dei ragazzi ghanesi ha intonato l’inno del Ghana e quello di Mameli, e ha intrattenuto gli invitati con una sfilata di vestiti tipici africani. Insieme a loro a conclusione dell’incontro, ha cantato un giovane rapper di Brescia esperto di lingua e cultura ghanese. Miracoli del terzo millennio! Durante la festa abbiamo intervistato due giovani membri della comunità ghanese.
IMG_5389La prima, Charlyn,  ha spiegato il significato di questo  giorno celebrativo nella storia del suo paese d’origine, festa dell’indipendenza del Ghana primo paese dell’Africa subshariana  proclamata nel 1957, sottolineando l’importanza per loro ghanesi perfettamente integrati in Italia di ricordare tale avvenimento che restituisce in parte a loro,  un senso di appartenenza con una Patria lontana e spesso poco conosciuta. La Italo- Ghanese Ivana alla domanda ” Cosa ti manca dell’Italia quando sei in Ghana?” ha risposto  candidamente:” La cucina!” Una risposta che la dice lunga su l’ integrazione ormai e piena e consapevole di questi giovani africani!

UNICEF: a causa de El Niño 1 milione di bambini a rischio in Africa orientale e meridionale per malnutrizione

In Etiopia, il numero di persone che hanno bisogno di assistenza alimentare probabilmente aumenterà da oltre 10 a 18 milioni entro la fine del 2016

africa17 febbraio 2016 – Secondo l’UNICEF, circa 1 milione di bambini ha bisogno di cure per malnutrizione acuta grave in Africa Orientale e Meridionale. Due anni di piogge irregolari e siccità si aggiungono agli effetti provocati da El Niño, uno dei più forti eventi metereologici degli ultimi 50 anni, che sta avendo grave impatto sulla vita dei bambini più vulnerabili. Nella regione milioni di bambini sono a rischio per fame, scarsità d’acqua e malattie. La situazione è aggravata dall’aumento del prezzo del cibo, che costringe le famiglie a saltare i pasti e a vendere i propri beni. Lesotho, Zimbawbe e la maggior parte delle provincie del Sudafrica hanno dichiarato lo stato di calamità a causa della sempre più grave mancanza di risorse. In Etiopia, il numero di persone che hanno bisogno di assistenza alimentare probabilmente aumenterà da oltre 10 a 18 milioni entro la fine del 2016. Per quanto concerne l’impatto di El Niño sui bambini nella regione, l’UNICEF sottolinea che:

-In Etiopia, a causa della scarsità delle piogge nelle ultime 2 stagioni, circa 6 milioni di bambini hanno bisogno di assistenza alimentare, con tassi sempre più elevati di abbandono  scolastico perché i bambini sono costretti a percorrere lunghe distanze in cerca di acqua.

-In Somalia, più di due terzi di tutti coloro che hanno urgente bisogno di assistenza sono popolazioni sfollate.

-In Kenia, piogge consistenti e inondazioni causate da El Niño hanno aggravato la situazione nelle aree colpite dal colera;

-In Lesotho, un quarto della popolazione è stata colpita dagli effetti di El Niño, che influiscono sulle già gravi condizioni di un paese in cui il 34% dei bambini sono orfani, il 57% delle persone vivono sotto il livello di povertà e circa un adulto su quatto è affetto da HIV/AIDS.

-In Zimbawbe, circa 2,8 milioni di persone vivono in condizioni di insicurezza alimentare. La siccità ha ridotto la capacità dei pozzi d’acqua aumentando il rischio di malattie legate all’acqua, soprattutto diarrea e colera.

-Il Malawi sta affrontando la peggior crisi alimentare degli ultimi nove anni, con 2,8 milioni di persone (oltre il 15% della popolazione) a rischio di fame; il numero di casi di malnutrizione acuta grave è aumentato del 100% in due soli mesi, da dicembre 2015 a gennaio 2016.

-In Angola, circa 1,4 milioni di persone sono state colpite dalle difficili condizioni metereologiche e 800.000 persone vivono in situazioni di insicurezza alimentare, principalmente nelle provincie semi aride meridionali.

“Il fenomeno meteorologico El Niño si esaurirà, ma il prezzo più alto lo pagheranno negli anni a venire i bambini – molti dei quali già vivono alla giornata –,” ha dichiarato Leila Gharagozloo – Pakkala, Direttore Regionale dell’UNICEF per l’Africa Orientale e Meridionale. “I Governi stanno rispondendo con le risorse disponibili, ma questa è una situazione senza precedenti. La sopravvivenza dei bambini dipende dalle azioni attuate oggi.” Secondo l’OCHA, se nella seconda metà di quest’anno le condizioni agricole miglioreranno, le comunità colpite impiegheranno circa due anni per riprendersi dalla siccità aggravata dagli effetti di El Niño. Gli appelli umanitari dell’UNICEF per i paesi dell’Africa meridionale colpiti dal El Niño sono stati finanziati per meno del 15%. Le richieste di fondi dell’UNICEF per i paesi colpiti sono così divisi: Angola: 26 milioni di dollari; Etiopia: 87 milioni di dollari; Lesotho: 3 milioni di dollari; Malawi: 11 milioni di dollari; Somalia: 15 milioni di dollari; Swaziland: 1 milione di dollari e Zimbawbe: 12 milioni di dollari

 

Sostieni la campagna UNICEF “AIUTA I BAMBINI IN PERICOLO” con donazioni su www.unicef.it/bambininpericolo
E’ possibile donare anche tramite:

– bollettino di c/c postale numero 745.000, intestato a UNICEF Italia,

– telefonando al Numero Verde UNICEF 800 745 000

–  bonifico bancario sul conto corrente intestato a UNICEF Italia su Banca Popolare Etica: IBAN IT51 R050 1803 2000 0000 0510 051.

Discorso di Papa Francesco alla sede delle Nazioni Unite in Africa

E’ necessario mettere l’economia e la politica al servizio dei popoli dove «l’essere umano, in armonia con la natura, struttura l’intero sistema di produzione e distribuzione affinché le capacità e le esigenze di ciascuno trovino espressione adeguata nella dimensione sociale»

 

ONU_bigRoma, 27 novembre – Desidero ringraziare per il gentile invito e le parole di benvenuto la Signora Sahle-Work Zewde, Direttore Generale dell’Ufficio delle Nazioni Unite a Nairobi, come pure il Signor Achim Steiner, Direttore Esecutivo del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente, e il Signor Joan Clos, Direttore Esecutivo di ONU-Habitat. Colgo l’occasione per salutare tutto il personale e tutti coloro che collaborano con le istituzioni qui presenti. Mentre raggiungevo questa sala, sono stato invitato a piantare un albero nel parco del Centro delle Nazioni Unite. Ho voluto accettare questa gesto simbolico e semplice, pieno di significato in molte culture. Piantare un albero è, in primo luogo, un invito a continuare a lottare contro fenomeni come la deforestazione e la desertificazione. Ci ricorda l’importanza di tutelare e gestire in modo responsabile quei «polmoni del pianeta colmi di biodiversità [come possiamo ben apprezzare in questo continente con] il bacino fluviale del Congo», luoghi essenziali «per l’insieme del pianeta e per il futuro dell’umanità». Per questo, è sempre apprezzato e incoraggiato «l’impegno di organismi internazionali e di organizzazioni della società civile che sensibilizzano le popolazioni e cooperano in modo critico, anche utilizzando legittimi meccanismi di pressione, affinché ogni governo adempia il proprio e non delegabile dovere di preservare l’ambiente e le risorse naturali del proprio Paese, senza vendersi a ambigui interessi locali o internazionali» (Enc. Laudato si’, 38). A sua volta, piantare un albero ci provoca a continuare ad avere fiducia, a sperare e soprattutto a impegnarci concretamente per trasformare tutte le situazioni di ingiustizia e di degrado che oggi soffriamo. Fra pochi giorni inizierà a Parigi una riunione importante sul cambiamento climatico, in cui la comunità internazionale in quanto tale affronterà nuovamente questa problematica. Sarebbe triste e, oserei dire, perfino catastrofico che gli interessi privati ​​prevalessero sul bene comune e arrivassero a manipolare le informazioni per proteggere i loro progetti. In questo contesto internazionale, nei quale si pone l’alternativa che non possiamo ignorare, se cioè migliorare o distruggere l’ambiente, ogni iniziativa intrapresa in tal senso, piccola o grande, individuale o collettiva, per prendersi cura del creato, indica la strada sicura per una «creatività generosa e dignitosa, che mostra il meglio dell’essere umano» (ibid., 211). «Il clima è un bene comune, di tutti e per tutti; […] i cambiamenti climatici sono un problema globale con gravi implicazioni ambientali, sociali, economiche, distributive e politiche, e costituiscono una delle principali sfide attuali per l’umanità» (ibid., 23-25) la cui risposta «deve integrare una prospettiva sociale che tenga conto dei diritti fondamentali dei più svantaggiati» (ibid., 93). Dal momento che «l’abuso e la distruzione dell’ambiente, allo stesso tempo, sono associati ad un inarrestabile processo di esclusione» (Discorso all’ONU, 25 settembre 2015). La COP21 è un passo importante nel processo di sviluppo di un nuovo sistema energetico che dipenda al minimo da combustibili fossili, punti all’efficienza energetica e si basi sull’uso di energia a basso o nullo contenuto di carbonio. Ci troviamo di fronte al grande impegno politico ed economico di reimpostare e correggere le disfunzioni e le distorsioni del modello di sviluppo attuale. L’accordo di Parigi può dare un segnale chiaro in questa direzione, a condizione che, come ho avuto occasione di dire davanti all’Assemblea Generale dell’ONU, evitiamo «qualsiasi tentazione di cadere in un nominalismo declamatorio con effetto tranquillizzante sulle coscienze. Dobbiamo aver cura che le nostre istituzioni siano realmente efficaci» (ibid.). Per questo spero che la COP21 porti a concludere un accordo globale e “trasformatore”, basato sui principi di solidarietà, giustizia, equità e partecipazione, e orienti al raggiungimento di tre obiettivi, complessi e al tempo stesso interdipendenti: la riduzione dell’impatto dei cambiamenti climatici, la lotta contro la povertà e il rispetto della dignità umana. Nonostante molte difficoltà, si sta affermando «la tendenza a concepire il pianeta come patria e l’umanità come popolo che abita una casa comune» (Enc. Laudato si’, 164). Nessun paese «può agire al di fuori di una responsabilità comune. Se vogliamo davvero un cambiamento positivo, dobbiamo accettare umilmente la nostra interdipendenza, cioè la nostra sana interdipendenza» (Discorso ai movimenti popolari, 9 luglio 2015). Il problema sorge quando crediamo che l’interdipendenza sia sinonimo di imposizione o sottomissione di alcuni in funzione degli interessi degli altri. Del più debole in funzione del più forte. È necessario un dialogo sincero e aperto, con la collaborazione responsabile di tutti: autorità politiche, comunità scientifica, imprese e società civile. Non mancano esempi positivi che ci mostrano come una vera collaborazione tra la politica, la scienza e l’economia è in grado di ottenere risultati importanti. Siamo consapevoli, tuttavia, che «gli esseri umani, capaci di degradarsi fino all’estremo, possono anche superarsi, ritornare a scegliere il bene e rigenerarsi» (Enc. Laudato si’, 205). Questa presa di coscienza profonda ci porta a sperare che, se l’umanità del periodo post-industriale potrebbe essere ricordata come una delle più irresponsabili nella storia, «l’umanità degli inizi del XXI secolo possa essere ricordata per aver assunto con generosità le proprie gravi responsabilità» (ibid., 165). A tale scopo è necessario mettere l’economia e la politica al servizio dei popoli dove «l’essere umano, in armonia con la natura, struttura l’intero sistema di produzione e distribuzione affinché le capacità e le esigenze di ciascuno trovino espressione adeguata nella dimensione sociale» (Discorso ai movimenti popolari, 9 luglio 2015). Non è un’utopia o una fantasia, al contrario è una prospettiva realistica che pone la persona e la sua dignità come punto di partenza e verso cui tutto deve tendere. Il cambio di rotta di cui abbiamo bisogno non è possibile realizzarlo senza un impegno sostanziale nell’istruzione e nella formazione. Nulla sarà possibile se le soluzioni politiche e tecniche non vengono accompagnate da un processo educativo che promuova nuovi stili di vita. Un nuovo stile culturale. Ciò richiede una formazione destinata a far crescere nei bambini e nelle bambine, nelle donne e negli uomini, nei giovani e negli adulti, l’assunzione di una cultura della cura: cura di sé, cura degli altri, cura dell’ambiente, al posto della cultura del degrado e dello scarto: scarto di sé, dell’altro, dell’ambiente. La promozione della «coscienza di un’origine comune, di una mutua appartenenza e di un futuro condiviso da tutti. Questa consapevolezza di base permetterebbe lo sviluppo di nuove convinzioni, nuovi atteggiamenti e stili di vita. Emerge così una grande sfida culturale, spirituale e educativa che implicherà lunghi processi di rigenerazione» (Enc. Laudato si’, 202) che abbiamo il tempo di portare avanti. Sono molti i volti, le storie, le conseguenze evidenti in migliaia di persone che la cultura del degrado e dello scarto ha portato a sacrificare agli idoli del profitto e del consumo. Dobbiamo stare attenti a un triste segno della «globalizzazione dell’indifferenza, che ci fa lentamente “abituare” alla sofferenza dell’altro, quasi fosse normale» (Messaggio per la Giornata Mondiale dell’Alimentazione 2013, 16 ottobre 2013, 2), o peggio ancora, a rassegnarci alle forme estreme e scandalose di “scarto” e di esclusione sociale, come sono le nuove forme di schiavitù, il traffico delle persone, il lavoro forzato, la prostituzione, il traffico di organi. «E’ tragico l’aumento dei migranti che fuggono la miseria aggravata dal degrado ambientale, i quali non sono riconosciuti come rifugiati nelle convenzioni internazionali e portano il peso della propria vita abbandonata senza alcuna tutela normativa» (Enc. Laudato si’, 25). Sono molte vite, molte storie, molti sogni che naufragano nel nostro presente. Non possiamo rimanere indifferenti davanti a questo. Non ne abbiamo il diritto. Parallelamente al degrado dell’ambiente, da tempo siamo testimoni di un rapido processo di urbanizzazione, che purtroppo porta spesso a una «smisurata e disordinata crescita di molte città che sono diventate invivibili [e …] inefficienti» (ibid., 44). E sono anche luoghi dove si diffondono preoccupanti sintomi di una tragica rottura dei legami di integrazione e di comunione sociale, che porta all’«aumento della violenza e il sorgere di nuove forme di aggressività sociale, il narcotraffico e il consumo crescente di droghe fra i più giovani, la perdita di identità» (ibid., 46), lo sradicamento e l’anonimato sociale (cfr ibid., 149). Voglio esprimere il mio incoraggiamento a quanti, a livello locale e internazionale, lavorano per assicurare che il processo di urbanizzazione si converta in uno strumento efficace per lo sviluppo e l’integrazione, al fine di assicurare a tutti, specialmente a coloro che vivono in quartieri marginali, condizioni di vita dignitose, garantendo i diritti fondamentali alla terra, alla casa e al lavoro. E’ necessario promuovere iniziative di pianificazione urbana e cura degli spazi pubblici che vadano in questa direzione e prevedano la partecipazione della gente del luogo, cercando di contrastare le numerose disuguaglianze e le sacche di povertà urbana, non solo economiche, ma anche e soprattutto sociali e ambientali. La prossima Conferenza Habitat-III, in programma a Quito nel mese di ottobre 2016, potrebbe essere un momento importante per individuare modi di affrontare queste problematiche. Fra pochi giorni, questa città di Nairobi ospiterà la 10ª Conferenza Ministeriale dell’Organizzazione Mondiale del Commercio. Nel 1967, di fronte ad un mondo sempre più interdipendente, e anticipando di anni la realtà attuale della globalizzazione, il mio predecessore Paolo VI rifletteva su come le relazioni commerciali tra gli Stati potrebbero essere un elemento fondamentale per lo sviluppo dei popoli o, al contrario, causa di miseria e di esclusione (cfr Enc. Populorum progressio, 56-62). Pur riconoscendo il molto lavoro fatto in questo settore, sembra che non si sia ancora raggiunto un sistema commerciale internazionale equo e completamente al servizio della lotta contro la povertà e l’esclusione. Le relazioni commerciali tra gli Stati, parte essenziale delle relazioni tra i popoli, possono servire sia a danneggiare l’ambiente sia a recuperarlo e assicurarlo alle generazioni future. Esprimo il mio auspicio che le decisioni della prossima Conferenza di Nairobi non siano un mero equilibrio di interessi contrapposti, ma un vero servizio alla cura della casa comune e allo sviluppo integrale delle persone, soprattutto dei più abbandonati. In particolare, voglio unirmi alle preoccupazioni di molte realtà impegnate nella cooperazione allo sviluppo e nell’assistenza sanitaria – tra cui le congregazioni religiose che assistono i più poveri e gli esclusi -, circa gli accordi sulla proprietà intellettuale e l’accesso ai farmaci e all’assistenza sanitaria di base. I Trattati regionali di libero scambio in materia di protezione della proprietà intellettuale, in particolare nel settore farmaceutico e delle biotecnologie, non solo non devono limitare i poteri già conferiti agli Stati da accordi multilaterali, ma, al contrario, dovrebbero essere uno strumento per garantire un minimo di cura e di accesso alle cure essenziali per tutti. Le discussioni multilaterali, a loro volta, devono dare ai Paesi più poveri il tempo, l’elasticità e le eccezioni necessarie ad un adeguamento ordinato e non traumatico alle regole commerciali. L’interdipendenza e l’integrazione delle economie non devono comportare il minimo danno ai sistemi sanitari e di protezione sociale esistenti; al contrario, devono favorire la loro creazione e il funzionamento. Alcuni temi sanitari, come l’eliminazione della malaria e della tubercolosi, la cura delle cosiddette malattie “orfane” e i settori trascurati della medicina tropicale, richiedono un’attenzione politica prioritaria, al di sopra di qualsiasi altro interesse commerciale o politico. L’Africa offre al mondo una bellezza e una ricchezza naturale che ci porta a lodare il Creatore. Questo patrimonio africano e di tutta l’umanità subisce un costante rischio di distruzione causato da egoismi umani di ogni tipo e dall’abuso di situazioni di povertà e di esclusione. Nel contesto delle relazioni economiche tra gli Stati e i popoli non si può omettere di parlare dei traffici illeciti che crescono in un contesto di povertà e che, a loro volta, alimentano la povertà e l’esclusione. Il commercio illegale di diamanti e pietre preziose, di metalli rari o di alto valore strategico, di legname e materiale biologico, e di prodotti di origine animale, come il caso del traffico di avorio e il conseguente sterminio di elefanti, alimenta l’instabilità politica, la criminalità organizzata e il terrorismo. Anche questa situazione è un grido degli uomini e della terra che dev’essere ascoltato da parte della comunità internazionale. Nella mia recente visita alla sede dell’ONU a New York, ho potuto esprimere l’auspicio e la speranza che l’opera delle Nazioni Unite e di tutti i processi multilaterali possa essere «pegno di un futuro sicuro e felice per le generazioni future. Lo sarà se i rappresentanti degli Stati sapranno mettere da parte interessi settoriali e ideologie e cercare sinceramente il servizio del bene comune» (Discorso all’ONU, 25 settembre 2015). Rinnovo ancora una volta l’impegno della Comunità Cattolica e il mio di continuare a pregare e collaborare perché i frutti della cooperazione regionale che si esprimono oggi in seno all’Unione Africana e nei molti accordi africani di commercio, di cooperazione e di sviluppo, siano vissuti con vigore e tenendo sempre conto del bene comune dei figli di questa terra. La benedizione dell’Altissimo sia su tutti e ciascuno di voi e sui vostri popoli. Grazie.

UNICEF: dal 2000 triplicato il numero delle morti a causa dell’AIDS tra gli adolescenti

L’AIDS è la causa numero uno delle morti tra gli adolescenti in Africa e la seconda causa di morte tra gli adolescenti a livello globale

articoloRoma, 27 novembre – il numero di morti tra gli adolescenti a causa dell’AIDS è triplicato nel corso degli ultimi 15 anni, secondo i nuovi dati lanciati oggi dall’UNICEF. L’AIDS è la causa numero uno delle morti tra gli adolescenti in Africa e la seconda causa di morte tra gli adolescenti a livello globale. Tra la popolazione affetta da HIV, gli adolescenti sono l’unico gruppo per i quali i dati sulla mortalità non stanno diminuendo. Nell’Africa subsahariana, la regione con la più alta incidenza, le ragazze sono maggiormente affette dall’HIV, rappresentando 7 contagi su 10 nel gruppo di età 15-19 anni. Inoltre, tra gli adolescenti di età compresa tra i 15 e i 19 anni, solo 1 su 10 ha effettuato il test per l’HIV.

I dati rivelano che attualmente tra gli adolescenti (15-19 anni):
– ogni ora si verificano 26 nuove contagi;
– circa la metà di coloro che vivono con l’HIV sono concentrati in soli sei paesi: Sud Africa, Nigeria, Kenya, India, Mozambico e Tanzania.

E’ fondamentale che i giovani affetti da HIV abbiano accesso ai farmaci, alle cure e al sostegno” ha dichiarato Craig McClure, responsabile UNICEF del programma globale sull’HIV/AIDS, durante il Critical Thinking Forum che si tiene oggi a Johannesburg. “Allo stesso tempo, le persone non affette da HIV devono avere accesso alle conoscenze e agli strumenti per preservare il proprio stato di salute”. Secondo i dati contenuti nell’Aggiornamento statistico sui bambini, gli adolescenti e l’AIDS dell’UNICEF, meno della metà dei bambini al di sotto dei due mesi di vita hanno effettuato il test per l’HIV. Solo 1 su 3 dei 2,6 milioni di bambini sotto i 15 anni che hanno contratto l’HIV ha accesso ai farmaci. I nuovi dati dimostrano che la maggior parte degli adolescenti morti per cause legate all’AIDS avevano contratto l’HIV da bambini, 10 o 15 anni fa, quando solo poche donne incinta e madri affette da HIV ricevevano i farmaci antiretrovirali per prevenire la trasmissione dell’HIV da madre a figlio. Questi bambini sono sopravvissuti fino all’adolescenza, in alcuni casi senza essere a conoscenza di aver contratto l’HIV. Tuttavia, dal 2000, circa 1,3 milioni di nuovi contagi tra i bambini sono state scongiurate, in gran parte grazie ai progressi nella prevenzione della trasmissione dell’HIV da madre a figlio. Al 2014, 3 donne in gravidanza su 5 affette da HIV hanno ricevuto il trattamento antiretrovirale per prevenire la trasmissione del virus ai loro bambini. Questo si è tradotto in una riduzione del 60% dei decessi collegati all’AIDS tra i bambini sotto i 4 anni a partire dal 2000. Questi interventi per eliminare la trasmissione da madre a figlio contribuiranno a cambiare il corso dell’epidemia per la prossima generazione di adolescenti. “I risultati conseguiti nella prevenzione della trasmissione materno-infantile sono lodevoli, e da celebrare”, ha aggiunto McClure, “ma sono necessari investimenti immediati per dare un trattamento salva-vita ai bambini e agli adolescenti che sono stati contagiati”.

Tavola Rotonda “La schiavitù in Mauritania e le nuove forme di sfruttamento a danno degli immigrati in Italia: Lotte pacifiche comuni per la tolleranza e le libertà”.

Alla L.I.D.U. Onlus, Lega Italiana dei Diritti Umani, impegnata ai sensi del proprio Statuto nella tutela della dignità umana di ogni individuo, Lehbouss ha chiesto di intervenire presso il Governo mauritano affinché la salute del detenuto venga sempre e comunque salvaguardata, informando gli interessati di qualsiasi evoluzione della stessa.

A cura di Ilaria Nespoli

Logo_LiduRoma, 27 novembre – “E’ con piacere che ospito Ira Mauritania (acronimo di Initiative for the Resurgence of the Abolitionist Movement, Iniziativa per la rinascita del movimento abolizionista) che mira a difendere valori, quali la libertà e la dignità di ogni essere umano, cui la L.I.D.U. Onlus, Lega Italiana dei Diritti Umani, si impegna da sempre a promuovere e a difendere”. Così il Presidente della L.I.D.U. Onlus ha inaugurato la tavola rotonda dal titolo La schiavitù in Mauritania e le nuove forme di sfruttamento a danno degli immigrati in Italia: Lotte pacifiche comuni per la tolleranza e le libertà”. Come sottolineato da George Ebai, Responsabile Diritti Umani per il Movimento degli Africani di Roma, il divieto di attuare forme di schiavitù, oltre ad essere un principio ormai appartenente al diritto internazionale consuetudinario, è sancito dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo del 1948 i cui articoli 3 e 4 affermano, rispettivamente, il diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona e il divieto di schiavitù e della tratta degli schiavi. Nonostante la Mauritania abbia aderito a tale Convenzione e al sistema delle Nazioni Unite da oltre cinquant’anni, l’associazione antischiavista denuncia come il Paese sia al primo posto fra gli Stati che praticano la schiavitù. Infatti, se da un lato, grazie anche alla campagna di sensibilizzazione ed informazione attuata da Ira Mauritania, nel 2007 è stata introdotta per la prima volta nella storia della Mauritania una legge che criminalizza la schiavitù; ad oggi tale normativa non viene di fatto attuata, come denunciato dalla stessa Organizzazione. Il quadro della situazione del Paese è stato descritto da Hamady Lehbouss, il quale è impegnato in un tour europeo di denuncia volto a portare la voce di Biram dah Abeid, fondatore di IRA Mauritania e detenuto in carcere nonostante le precarie condizioni di salute. Dopo aver presentato la Mauritania come un paese dell’Africa subsahriana in cui vige una Repubblica di tipo islamico, Lehbouss ha descritto la composizione etnica del Paese, evidenziando come la maggioranza della popolazione sia composta da i cosiddetti “schiavi affrancati”, gli haratin, i quali si trovano spesso a vivere in condizioni di schiavitù e sfruttamento rispetto al gruppo dirigenziale rappresentato dagli arabo-berberi. In seguito all‘abolizione formale della schiavitù avvenuta nel 1981, alle trasformazioni sociali e ad una serie di rivendicazioni politiche condotte nel contempo da membri dell’avanguardia haratine (attraverso movimenti, prima, e partiti, poi), il termine “haratin” indica oramai un gruppo che, almeno a livello urbano, ha in larga parte acquisito la consapevolezza di costituire una comunità con un’identità propria. Nonostante questa prese di coscienza da parte dell’etnia haratine e l’esistenza di una normativa che condanni la schiavitù, essa continua ad essere vittima di emarginazione sociale e politica: “le autorità mauritane fanno di tutto per insabbiare le prove e lasciare impuniti i colpevoli di quello che rappresenta un sistema ormai consolidato, in cui per una donna o un uomo barbero sarebbe impensabile rinunciare ai propri schiavi”. Questa la denuncia di Hamady Lehbouss, il quale evidenzia l’importanza di continuare a combattere pacificamente ma in maniera decisa al fine di modificare realmente questo status quo: infatti gli schiavi, soprattutto donne musulmane, rappresentano uno status symbol per i loro padroni, che inoltre possono vantare un aiuto domestico e familiare gratuito”. Questo stato di asservimento si eredita, a detta dei rappresentanti di IRA, secondo una logica di mater linearità, ossia da madre in figlio. L’azione di Ira Mauritania, iniziata nel 2008, è comunque cresciuta molto tanto da divenire oggetto di azioni di contrasto da parte delle autorità mauritane, che continuano a considerare “fuori legge” l’Organizzazione. Tali azioni vengono attuate in primo luogo mediante arresto degli attivisti. A tal proposito, Hamady Lehbouss ricorda la figura di Biram Dah Abeid, arrestato l’11 novembre 2014  dalla polizia governativa insieme ad altri attivisti del gruppo, senza un’accusa specifica, nonostante abbia ricevuto nel Premio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite. Lehbouss ha raccontato come nel corso della prigionia il Presidente di Ira Mauritania si sia trovato in cattive condizioni di salute e che nessuno al momento sappia con precisione la malattia che lo affligge, non essendo stato stilato dai medici un referto preciso. Alla L.I.D.U. Onlus, Lega Italiana dei Diritti Umani, impegnata ai sensi del proprio Statuto nella tutela della dignità umana di ogni individuo, Lehbouss ha chiesto di intervenire presso il Governo mauritano affinché la salute del detenuto venga sempre e comunque salvaguardata, informando gli interessati di qualsiasi evoluzione della stessa. Il titolo della conferenza è estremamente significativo poiché il problema della schiavitù non è limitato alla sola Mauritania ma si configura come una vera e propria questione internazionale. Infatti, come sottolineato da Aboubacar Soumahoro, Portavoce Coalizione Internazionale Sans-Papiers, Migranti, Rifugiati e Richiedenti Asilo (CISMP), continuano a persistere situazioni in tutto il mondo – anche in quello che si definisce “democratico”- che incarnano la schiavitù dei nostri giorni, in cui l’essere umano è costretto ad una condizione lavorativa che altro non si può definire che sfruttamento, come ribadito anche da  Yacoub Diarra, Presidente della sezione italiana dell’IRA. Il riferimento è, soprattutto, al gap esistente fra i dati del Fondo Monetario Internazionale secondo cui l’Africa sub-sahriana viaggia ad un tasso di crescita del 4% e le cifre della Banca mondiale che evidenziano la presenza di oltre 702 milioni di poveri nel mondo, metà dei quali concentrati proprio in quell’area del continente africano. Alla luce di una simile disparità emerge spontanea la questione della concentrazione delle ricchezze che evidentemente sono nella mani di “pochi”. In ciò è implicita la denuncia rivolta alla classe dirigente africana che evidentemente ha una responsabilità pesante nella fuga dei propri cittadini dall’inferno dei propri paesi e nell’incapacità di garantire un equa distribuzione della ricchezza. Ci auguriamo che Ira Mauritania riesca a realizzare l’obiettivo per il quale si batte da anni, ovvero la fine di quella cultura della sopraffazione che in Mauritania si è perpetrata per troppo tempo e come tale non è meno presente in altre parti del mondo. Ovviamente siamo aperti a qualsiasi replica o chiarimento da parte dei rappresentanti della Mauritania nel nostro paese.

UNICEF: Il numero delle spose bambine in Africa potrebbe più che raddoppiare entro il 2050 e raggiungere i 310 milioni

Entro il 2050 il continente africano sorpasserà l’Asia meridionale come regione con il più alto numero di donne di età compresa tra i 20 e i 24 anni che si sono sposate da bambine.

UNI20245926 novembre 2015 – Secondo un rapporto dell’UNICEF lanciato oggi a Lusaka (Zambia) in occasione del Summit dell’Unione Africana sulle bambine, se gli attuali livelli rimarranno stabili il numero totale delle spose bambine in Africa aumenterà dai 125 milioni ai 310 milioni entro il 2050. Il rapporto statistico dell’UNICEF, Un’analisi del matrimonio infantile in Africa, individua nei lenti tassi di riduzione del fenomeno combinati con il rapido aumento della popolazione, le maggiori cause di questo previsto aumento. In tutte le altre regioni del mondo, gli attuali tassi di riduzione e i trend demografici indicano che ci sarà una progressiva diminuzione del numero di spose bambine ogni anno. Entro il 2050 il continente africano sorpasserà l’Asia meridionale come regione con il più alto numero di donne di età compresa tra i 20 e i 24 anni che si sono sposate da bambine. In tutta l’Africa, la percentuale di giovani donne che si sono sposate da bambine è diminuita dal 44% del 1990 al 34% di oggi.  E’ previsto che il totale della popolazione femminile africana aumenti dagli attuali 275 milioni ai 465 milioni del 2050, sono quindi necessari interventi molto più ambiziosi, poiché persino raddoppiare l’attuale tasso di riduzione del matrimonio infantile significherebbe avere ancora un aumento del numero delle spose bambine. Inoltre i progressi sono stati fortemente iniqui: la probabilità che una ragazza del quintile più povero della popolazione si sposi da bambina è alta come lo era 25 anni fa. “Il grande numero delle bambine coinvolte – e ciò che questo rappresenta in termini di infanzie perdute e futuri distrutti – sottolinea l’urgenza di mettere al bando la pratica del matrimonio infantile una volta per tutte”, ha dichiarato il Direttore generale dell’UNICEF Anthony Lake. “I dati sono chiari nel mostrare che per porre fine al matrimonio infantile è necessario interventi maggiormente indirizzati a raggiungere le bambine più povere e marginalizzate, quelle che ne hanno maggiore bisogno e quelle maggiormente a rischio, con un’istruzione di qualità e l’offerta di altri servizi di protezione.  Sono in gioco le loro vite e il futuro delle loto comunità. Ogni sposa bambina rappresenta una tragedia individuale. Un aumento del loro numero è intollerabile”. “Il matrimonio infantile genera norme sociali che sono diventate sempre più difficili da eliminare – norme che minano il valore delle nostre donne – ha dichiarato la Presidente della Commissione dell’Unione Africana Nkosozana Dlamini Zuma. “Attraverso una maggiore sensibilizzazione, combinata ad un approccio collaborativo, i disastrosi effetti del matrimonio infantile possono essere eliminati”. Quando i bambini si sposano, la loro prospettiva di una vita in salute e prosperosa diminuisce drasticamente e spesso stabilisce un ciclo di povertà intergenerazionale. Le spose bambine hanno meno probabilità di terminare gli studi, sono più a rischio di essere vittime di violenze e di contrarre il virus dell’HIV. I bambini nati da madri adolescenti corrono un rischio maggiore di morire alla nascita o subito dopo il parto a di avere un basso peso alla nascita. Le spose bambine spesso non hanno le competenze necessarie per trovare lavoro. L’Unione Africana, lo scorso maggio, ha lanciato in tutto il continente una campagna per porre fine al matrimonio infantile. A questo ha fatto seguito un piano di azione per i governi per ridurre il tasso di matrimonio infantile aumentando l’accesso delle bambine alla registrazione alla nascita, ad un’istruzione di qualità e a servizi di salute riproduttiva; così come il rafforzamento e la messa in pratica di leggi e politiche che proteggano i diritti delle bambine e delle adolescenti e proibiscano il matrimonio prima dei 18 anni.

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