Strage di indigeni dell’Amazzonia in Brasile per far spazio a campi coltivabili

By 28 aprile 2018Diritti umani

Migliaia in corteo nella capitale Brasilia per protestare contro le violenze subite dai latifondisti: « Sparano la notte, colpendo anche donne e bambini”.

 


di Vito Nicola Lacerenza

 


Col viso dipinto e avvolto dalle piume dei loro copricapi, oltre 3000 indigeni dell’Amazzonia hanno sfilato per le strade di Brasilia, la capitale del Brasile, per protestare contro la distruzione della foresta, portata avanti da un “esercito” di taglialegna, minatori, allevatori e coltivatori. Categorie legate alla potentissima lobby dei latifondisti, a cui il presidente brasiliano Michel Temer ha affidato il compito di rilanciare l’economia nazionale, gravata da un lungo periodo di recessione. La “ricetta” dei proprietari terrieri, per uscire dalla crisi, consiste nello sfruttamento delle  risorse naturali presenti sul territorio carioca: miniere di metalli preziosi, pozzi petroliferi  e legname. Ma tra gli enormi alberi tropicali, vivono, da oltre 2000 anni, le popolazioni autoctone dell’Amazonia, i cui villaggi rappresentano un ostacolo per i latifondisti, che radono al suolo ogni cosa per far spazio a coltivazioni di canna da zucchero, soia o eucalipto. Inutili i tentativi degli indigeni di resistere con la forza davanti alle armi dei sicari mandati dai latifondisti per ucciderli. Molti abitanti della foresta preferiscono trasferirsi sui bordi delle autostrade e aspettare, tra il via vai delle auto, che le autorità intervengano per salvarli.

«Siamo minacciati e maltrattati dai latifondisti- ha raccontato un’indigena della tribù dei Guaranì Kaiowà, stanziata nello stato brasiliano di Mato Grossu do Sul- ho ancora in mente i proiettili esplosi dai boscaioli in ogni direzione. Sparano di notte, all’improvviso. A volte prendono un bambino, a volte una donna o chiunque. Noi soffriamo, mentre i latifondisti si divertono con le loro famiglie, organizzando feste o facendo il tiro a segno con noi, quando hanno voglia. Forse lo fanno perché hanno tanti soldi? O perché sono più forti della legge? Non lo so». Le gente della tribù, fuggendo, non lascia semplicemente delle capanne immerse nel verde, ma una cultura millenaria, basata sulla meticolosa conoscenza delle piante e degli animali, sulla lingua e sulla religione tradizionale. Un antichissimo patrimonio di cultura, pian piano dimenticata dagli indigeni che, in preda alla depressione, si abbandonano all’alcol, a comportamenti violenti o a suicidi. È il prezzo pagato per un’ agricoltura florida, che in Brasile cresce di oltre l’8% l’anno. Un dato lodato dal governo Temer come un successo economico, dietro cui, però, si nascondono tragedie di vita quotidiana. Come l’assalto compiuto da duecento milizie armate a 40 indigeni di etnia Guaranì, che si rifiutavano di uscire da una coltivazione, nello Stato di Mato Grossu do Sul. Nell’attacco è rimasto ucciso un bambino di 12 anni, che è stato sepolto. Sulla sua tomba, gli indigeni hanno affisso un’asta sulla quale sventola una bandiera brasiliana macchiata del sangue della giovane vittima.

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