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Societarismo e social-comunismo: due mondi opposti

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Tempo di lettura: 6 minuti

Il ruolo dei partiti politici in democrazia.

di Sergio Bevilacqua, sociologo e sociatra

“L’errore fondamentale del socialcomunismo è di carattere antropologico. Esso, infatti, considera il singolo uomo come un semplice elemento ed una molecola dell’organismo sociale, di modo che il bene dell’individuo viene del tutto subordinato al funzionamento del meccanismo economico-sociale, mentre ritiene, d’altro canto, che quel medesimo bene possa essere realizzato prescindendo dalla sua autonoma scelta, dalla sua unica ed esclusiva assunzione di responsabilità davanti al bene o al male.

L’uomo così è ridotto ad una serie di relazioni sociali, e scompare il concetto di Persona come soggetto autonomo di decisione morale, il quale costruisce mediante tale decisione l’ordine sociale.

Da questa errata concezione della Persona discendono la distorsione del Diritto che definisce la sfera di esercizio della Libertà, nonché l’opposizione alla Proprietà privata.

L’uomo, infatti, privo di qualsiasi cosa che possa «dir suo», e della possibilità di guadagnarsi da vivere con la sua privata iniziativa, viene a dipendere dalla macchina sociale, e da coloro che la controllano: il che gli rende molto più difficile riconoscere la sua dignità di persona, ed inceppa il cammino per la costituzione di un’autentica comunità umana.”

Centesimus annus, 1991, S. Giovanni Paolo II

Ho molto combattuto da sociologo, clinico e sociatra, con le versioni intellettualistiche e teorico-meccaniciste di una supposta sociologia, che per me non esiste se è solo teorica, esattamente come la psicologia oggi: chi andrebbe da uno psicologo o da uno psichiatra che non ha clinica documentata? Nessuno!

Cosi dovrebbe essere anche per chi si qualifica sociologo: mostri referenze di casi di società umane trattate e solo dopo, parli come “sociologo” appunto. Altrimenti si chiami filosofo, sociofilosofo, opinionista, intelligentone, e allora va bene comunque.

Ma la sociologia è un’altra cosa ed è una cosa seria. Il suo oggetto è il fare società dell’Uomo, cioè di circa otto miliardi di persone e si esprime in decine di miliardi di società umane.

L’importanza dell’aggregazione societaria è massima, e proprio in questa fase storica essa si presenta come imprescindibile rispetto a qualsivoglia versione dell’Umanesimo. Cioè, oggi non si può parlare di Umanesimo se non si include il fondamentale capitolo societario. È sempre stato così? No, è così da 3 o 4 secoli, e l’esigenza di capire, studiare e gestire la natura societaria, del nostro umanesimo attuale, data circa 170 anni, con un grosso contributo alla fine del XIX secolo, inizi del XX, e in particolare poi da tutto il ‘900 e soprattutto dalla sua seconda metà.

Ciò che è sopraggiunto storicamente in questo periodo è la strutturazione e l’ingigantirsi di un importante livello intermedio tra persona e comunità, tra individuale e collettivo, che fino al XVII secolo dalla notte dei tempi era caratterizzato da pochissime forme societarie, per di più con strutture molto semplici di tipo prevalentemente gerarchico: così eserciti, corti, famiglia di rigoroso patriarcato, botteghe. Il fenomeno organizzativo societario di grandi dimensioni induce molti altri criteri, fino a acquisire dimensione soggettuale, cioè di autonoma persistenza al di là “delle persone”, ma non al di là “della Persona”.

Intendo dire che nelle esperienze migliori del fenomeno societario degli ultimi 2/3 secoli collegato alla rivoluzione industriale e all’organizzazione degli Stati su base moderna e ancor di più su base democratica, la Persona è stata vieppiù valorizzata. Oggi infatti sono poche le realtà economiche ove si parli ancora di “forza lavoro” (la forza è sempre più prodotta da energia non umana e il lavoro è sempre più da macchine), mentre è sempre più diffusa la denominazione di “risorsa umana”, denominazione che richiama le caratteristiche più stringentemente umane della possibile prestazione fornita dai dipendenti/collaboratori di organizzazioni private o pubbliche, e non le qualità biecamente antropometriche.

I moderni criteri di gestione societaria sono basati sui principi ormai semisecolari della Qualità Totale, che vede l’Uomo coinvolto non in modo coercitivo, ma con un rapporto costruito sul benessere reciproco con la società: sta bene la persona, sta bene la società. I contributi specifici richiesti sono quelli relativi alla parte non automatizzabile delle prestazioni umane: la cosiddetta “intelligenza di spostamento”, quella a cui sono ascrivibili la gran parte delle capacità creative dell’essere umano, la risoluzione di certe tipologie di varianze, il regime di lavoro di gruppo quando opportuno e necessario per trovare soluzioni a problemi o a produrre innovazione, l’attività di front-line cioè di contatto con interlocutori di monte e di valle per la costruzione di programmi originali comuni o per fidelizzazione o per assistenza.

Tutte le società sono oggi interessate da questa umanizzazione. È vero che il percorso per reintrodurre l’Umano, la Persona nelle società prodotte dalla Rivoluzione industriale e anche nelle Pubbliche Amministrazioni è stato lungo e duro, ma non va dimenticato che queste società umane esistono in quanto la loro operatività è tale per cui nessuna Persona da sola potrebbe fare ciò che esse fanno. E l’intera umanità gode dei loro prodotti, servizi e poi risultati in termini di salario, stipendi e conseguente benessere.

Insomma, non è realistico criticare il concetto di società: solo dei filosofi fuori dal mondo e pericolosi per l’Umanità possono farlo. Nemmeno gli anarchici arrivano a tale estremizzazione: gli individualisti sono dei romantici sognatori (non sopravviverebbero senza le società umane che aborrono…) e quelli organizzati (in società…) sono destinati a un terrorismo suicida.

Occorre poi destrutturare la semplicistica assimilazione tra società umane e collettivismo ad esempio social-comunista, in particolare nella sua accezione reale (deformata e malata) più che in quella semplicemente filosofica o teorica. Provate a chiedere a un imprenditore, a un dirigente pubblico o privato se l’identità sua o dei suoi collaboratori è annullata o perseguita per un’assimilazione ai criteri della gestione societaria: non dirà mai di sì, ed è vero, perché un conto è fare società per scopi di servizio o manifattura, e un conto è farlo per supposti superiori valori ideologici e di prospettiva, come accadde con il sistema comunista sovietico. Non sono tali nessuna delle società umane private e pubbliche del mondo occidentale e anche del resto del mondo, ove anche la società cinese, tradizionalmente collettivista anche prima del comunismo, ha oggi emendato molti dei principi del collettivismo comunista che consideravano una deviazione pericolosa la manifestazione della individualità personale, ad esempio nell’organizzazione economica e nella formazione individuale.

Siamo oggi in un mondo che richiede quanto mai dei meccanismi societari forti e ben organizzati. Oggi, essi prevedono il massimo contributo e la massima vitalità della dimensione personale di chiunque, e non cervelli all’ammasso, magari in modo obbligato e col ricatto più o meno legittimo di contratti capestro… Rimane fondamentale la divisione del lavoro che vede la composizione di capacità squisitamente personali con altre squisitamente personali, coordinate da altre ancora squisitamente personali, per la realizzazione di risultati squisitamente umani, anche se dovuti alla composizione dei contributi di tutti i partecipanti delle umana società o umano consorzio, dal livello minimo a quello massimo.

Cosi, decontestualizzata, la pagina dell’enciclica papale Centesimus annus del 1991 riportata in epigrafe è obiettivamente perturbante e si presta a diverse letture, anche anticristiane. Per analizzare i suoi contenuti come per ogni filosofo, anche se il Capo della Chiesa Cattolica non ha solo questo profilo, direi di considerare 2 temi che vengono evocati e anche attaccati:

  1. La pura dimensione sociale dell’uomo
  2. Il Social-comunismo e lo scioglimento della Persona umana nell’organismo politico sociale pubblico, come in ogni organismo sociale.

Li ho collocati in successione proprio perché sembra che la critica a 1. faccia discendere necessariamente la critica a 2.

Vediamo il punto 1. Le illusioni ideologiche hanno portato alla costruzione (spericolata, va detto) e disperatamente escatologica di una società umana ove l’equilibrio dei poteri pubblici e i loro interpreti umani avrebbero costituito una nuova Umanità, di uguaglianza e fratellanza. Marx in realtà diceva “Da ciascuno secondo le sue capacità e a ciascuno secondo le sue esigenze”. Filosofia negata dall’uniformazione del mondo del Socialismo Reale. Stante il degrado di quel mondo, ove i gruppi di potere avevano ricostituito graduatorie umane, la critica è appropriata. Ed è una interpretazione riguardo al punto 2.

Il pericolo della frase così decontestualizzata, è che si odano però obiezioni alla socialità tout-court e cioè alla limitazione che la Persona deve darsi nell’adempimento della sua funzione sociale. La tessera societaria è mancante, ma è dovuta alla decontestualizzazione della frase. Nella Centesimus annus, il santo Giovanni Paolo II evoca molto modi di valorizzazione della Persona umana e tra questi c’è quello delle società, libere e costruite con le specialità delle persone e non contro queste specialità. Fare società non è uniformare la Persona, ma un dispositivo antropologico ulteriore, dunque non l’errore antropologico citato dal Santo, ma il contrario, come si legge altrove nel testo: un modo per valorizzare le caratteristiche della Persona e renderle funzionali a produzioni di varietà che altrimenti non potrebbero esistere e che sono fondamentali ricchezze del rapporto dell’Uomo immagine e somiglianza col Mondo.

Infatti, l’organizzazione dell’economia industriale, gli Stati e le Federazioni di Stati, le mille funzioni civili organizzate richiedono contributi umani che, a partire dal parziale della capacità di ciascuno, si allargano, nelle moderne gestioni post total-quality, ad accogliere lo spirito innovativo e la speciale creatività intrinseca alla Persona appunto.

Il Societarismo è cioè molto diverso dal Social-comunismo.

Ed è la Persona, non l’individuo sempre più residuo medievale, che rileva nei necessari funzionamenti delle società umane, poiché è elemento fondante, ma non come unità, bensì con parte della sua propria unità, zerovirgola, che sotto la regia dell’uno societario stabilisce relazioni con rapporto di prestazione o di lavoro.

Così anche nei Partiti Politici, che sommano negli ordinamenti democratici la funzione privata e quella pubblica e sono veri scambiatori e attori del processo di integrazione tra Paese reale (le persone fisiche e giuridiche) e Paese legale: senza quella connessione la democrazia è zoppa e si trasforma facilmente in oligarchia.

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