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Salute

Sempre più plastica nel corpo umano: la plasticemia

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Le indagini mediche e biologiche lo documentano inequivocabilmente: anche nelle persone si ritrovano le microplastiche.

di Antonio Virgili – Vicepresidente LIDU onlus e Vicepresidente Sezione di Napoli e Provincia di ISDE-Italia, Medici per l’Ambiente

Lo si era detto più volte, tra lo scetticismo di molti, l’ironia di alcuni e l’ignavia di tanti altri, ora le indagini mediche e biologiche lo documentano inequivocabilmente: anche nelle persone si ritrovano le microplastiche. Quelle microplastiche che alcuni, ingenuamente, pensavano interessassero solo i mari e limitate zone del pianeta.  Se ne trovano invece, in micro-frammenti, dentro le persone, nel sangue, nelle urine, nel liquido seminale, nei testicoli, nella placenta, nel fegato, nella milza, nel cuore, nei reni, nel latte umano e nelle ovaie.  Il più recente studio, di un gruppo di ricerca italiano, pubblicato sulla rivista Toxicological Sciences, ha testato 23 testicoli umani e 47 testicoli di cani da compagnia, trovando un’elevata presenza di microplastiche in ogni campione analizzato, presenza che si collegava a una minore quantità di spermatozoi.

Nei testicoli umani è stata trovata una concentrazione di microplastiche quasi tre volte superiore a quella rinvenuta nelle ghiandole sessuali canine: 330 microgrammi per ogni grammo di tessuto, contro i 123 osservati nei cani. Il polietilene (PET), la plastica usata per le bottiglie e i sacchetti della spesa, era il materiale più comune.  Lo stesso gruppo di ricercatori aveva pubblicato sulla rivista Toxics, nel gennaio 2023, un articolo in cui si rilevava la presenza di microplastiche nelle urine in residenti dell’area nord di Napoli e Salerno.  Dallo studio si rileva la presenza di microplastiche anche in 14 su 18 campioni di fluidi follicolari di donne sottoposte a fecondazione assistita, evidenziando una correlazione fra la concentrazione di microplastiche e alcuni parametri collegati alla funzione ovarica.  Le plastiche provengono dal materiale plastico, ma anche da cosmetici, dentifrici, che degradandosi invadono tutta la catena alimentare, in particolare il pesce.  Nello sperma umano sono stati scoperti molti componenti chimici, come polipropilene (Pp), polietilene (Pe), polietilene tereftalato (Pet), polistirene (Ps), polivinilcloruro (Pvc), policarbonato (Pc), poliossimetilene (Pom) e materiale acrilico.

La grandezza delle microplastiche varia dai 2 ai 6 micron: più piccoli di un granello di pulviscolo atmosferico. Le vie di ingresso nell’organismo umano possono perciò avvenire attraverso l’alimentazione (via prevalente), ma anche la respirazione e per via cutanea. Il dottor Montano, uno dei ricercatori italiani specializzati in questo tipo di indagini, usa il termine “plasticemia”, per indicare la situazione patologica nella quale ci troviamo.  Il dott. Montano stesso ha ribadito che per difendersi occorre disintossicarsi agendo su due grandi fattori: la bonifica ambientale, eliminando tutte queste fonti di inquinamento, e quella individuale. La conta spermatica (la concentrazione di spermatozoi nell’eiaculato maschile) è in calo da decenni in tutto il mondo e sotto accusa ci sono varie fonti di inquinamento, come quello da pesticidi, da PFAS e da metalli pesanti. I recenti dati fanno ipotizzare una correlazione anche tra l’inquinamento da microplastiche e il basso numero di spermatozoi.

La presenza di microplastiche è stata pure trovata nei fluidi follicolari ovarici di donne che si sottopongono a Procreazione Medicalmente Assistita (PMA).  Tale presenza nel liquido follicolare, che è a diretto contatto con i gameti femminili, rappresenta una minaccia significativa all’integrità del nostro patrimonio genetico trasmesso.  Le microplastiche non solo hanno un effetto diretto di danno sulla funzione ovarica attraverso diversi meccanismi, anzitutto lo stress ossidativo, ma fanno anche da cavallo di troia ad altre sostanze notoriamente tossiche, come metalli pesanti, ftalati, bisfenoli, diossine, policlorobifenili e secondo recenti studi, anche veicolo di virus, batteri e protozoi. Si tratta di sostanze che penetrano in profondità nel nostro organismo e che vengono introdotte nell’organismo con l’acqua che beviamo, il cibo che mangiamo, l’aria che respiriamo e anche attraverso la pelle con i cosmetici.

Le patologie connesse sono diverse, a seconda degli ormoni con i quali le sostanze chimiche interferiscono, perciò le micro- e nano-plastiche (in particolare quelle da 50 μm), sono complessivamente classificate come endocrine-disrupting compounds (ECD), cioè composti che alterano il sistema endocrino.  La definizione di ECD è stata fornita nel 1997 dall’Agenzia per la Protezione dell’Ambiente: “agenti esogeni che modificano la funzione endocrina e causano effetti avversi a livello dell’organismo, della progenie, e/o di sottopopolazioni di organismi”.    Inoltre, alla plastica sono associate migliaia di sostanze chimiche tossiche, che le conferiscono alcune caratteristiche, quali colore, flessibilità, resistenza al fuoco. Essendo tutte sostanze lipofile, cioè con maggiore affinità per il tessuto adiposo, si assorbono e si fissano facilmente nell’organismo umano, dove possono fungere da “cavallo di Troia”, veicolando altri contaminanti.   L’impatto è maggiore nei bambini, anche neonati, nei quali si è dimostrato l’assorbimento di ECD attraverso il latte materno.

L’effetto degli ECD non è solo sugli organismi direttamente esposti, ma anche sulla prole, con alterazioni di natura epigenetica, e sui microrganismi che compongono la flora batterica, determinando modificazioni che inducono stati infiammatori cronici e malattie metaboliche.  La funzione di tiroide, surrene e gonadi può essere influenzata negativamente da sostanze chimiche ambientali, alterando l’espressione dei recettori e il trasporto ormonale, o modulando l’attività e l’espressione degli enzimi che regolano il metabolismo degli steroidi sessuali.

Gli ECD sono dannosi poiché possono limitare o inibire la normale attività ormonale di trasporto verso il recettore, ostacolando la funzione di segnale prevista dalla fisiologia, oppure possono provocare l’attivazione non richiesta del recettore; in ogni caso si realizza un’interferenza con impatto negativo sulla salute, con il funzionamento del sistema endocrino che causa problemi all’apparato riproduttivo (sindrome dell’ovaio policistico -PCOS-, infertilità femminile e maschile), diabete, obesità, del sistema cardio-vascolare, del sistema nervoso.  Il bisfenolo A, ad esempio, insieme agli ftalati, interferisce con la sintesi ormonale nelle ghiandole endocrine, con il trasporto degli ormoni in circolo, e con l’azione degli stessi sugli organi “bersaglio”, alterandone anche metabolismo ed escrezione. La struttura chimica del bisfenolo A e degli ftalati è molto simile a quella del 17β‐estradiolo endogeno e del dietilstilbestrolo sintetico.  L’Agenzia europea per l’Ambiente stima che il bisfenolo A sia presente nel corpo del 92% degli europei. Di questa sostanza, che è un interferente endocrino, si conoscono bene gli effetti sulla salute: come le alterazioni del tratto riproduttivo femminile e maschile e molte altre patologie, anche tumorali.

Recentemente è stato associato anche ad una maggiore prevalenza di malattie cardiovascolari.  L’esposizione agli ECD ha effetti tossici che si possono valutare pure a lungo termine, con proprietà carcinogenetiche se ci si espone a queste sostanze per periodi prolungati. L’uomo e l’ambiente si trovano ora ad affrontare una crisi latente legata al bioaccumulo di diversi ECD: anche se le dosi di ciascuno, preso singolarmente, potrebbero sembrare non significative, l’azione contemporanea ha un effetto sommatorio sugli organismi viventi.  Ad esempio, obesità addominale, iperinsulinemia, infiammazione cronica e stress ossidativo sono coinvolti nello sviluppo della PCOS: l’iperinsulinemia persistente causa insulino-resistenza, che stimola le cellule della teca ovarica a produrre androgeni, portando a iperandrogenismo e scarsa qualità degli ovociti. Le citochine coinvolte nella PCOS generano una cascata infiammatoria all’interno delle cellule della granulosa ovarica, arrestandone la crescita. L’obesità e la sindrome metabolica stesse sono legate a modificazioni epigenetiche trans-generazionali, legate all’esposizione della madre in gravidanza a ECD, che vanno a influire addirittura sui centri regolatori della fame/sazietà e della regolazione (setpoint) metabolica del nascituro.

Nella classificazione degli ECD ci sono sia molecole chimiche naturali che sintetiche, come pesticidi, metalli pesanti, detergenti, plastiche, sostanze chimiche industriali e prodotti farmaceutici, che si ritrovano a diverse concentrazioni nelle acque, sia superficiali che profonde, acque potabili e reflue, e nei sedimenti.  Gli additivi sono migliaia: 2400 di queste sostanze sono state già individuate come preoccupanti: perché sono persistenti, si bioaccumulano e sono tossiche.  Secondo uno studio condotto negli USA e pubblicato sul giornale della Società statunitense di Endocrinologia la ampia maggioranza degli interferenti endocrini che la popolazione assorbe derivano dalla plastica.  E si stima in 250 miliardi di dollari, solo nel 2018, il costo delle malattie dovute alla plastica che percorrono l’intero corso della vita, dalla nascita pretermine, all’obesità, alle malattie cardiache, al cancro.

Tra gli additivi più presenti gli ftalati, definite “sostanze chimiche ovunque” per la loro ubiquitarietà, responsabili di parto prematuro, abortività precoce, riduzione della qualità dello sperma. E i PFAS, definiti “sostanze chimiche per sempre” grazie alla loro capacità di persistere nell’ambiente, tossici per il fegato, la tiroide, aumentano i livelli di colesterolo e alcuni di essi possono provocare il cancro. Per la disintossicazione personale si può cominciare dallo stile di vita, utilizzando sempre meno elementi in plastica o che la possano contenere e orientandosi verso un’alimentazione che contrasti, per quanto possibile, l’azione pro-ossidante dei contaminanti in generale e quindi anche delle microplastiche. In generale, questo è quanto si suggerisce:

  1. eliminare il più possibile, nel fare la spesa, gli alimenti con imballaggi di plastica;
  2. privilegiare alimenti da agricoltura biologica;
  3. utilizzare per l’acqua biberon e bottiglie di vetro;
  4. anche nello svezzamento evitare stoviglie e posate di plastica;
  5. utilizzare biancheria e indumenti in fibre naturali;
  6. per i bambini privilegiare giocattoli in legno, evitando la plastica, a partire dagli asili nido e dagli ambulatori dei pediatri;
  7. evitare l’acqua in bottiglia e preferire quella del rubinetto;
  8. ridurre l’utilizzo di prodotti chimici per la pulizia degli ambienti, come pure di profumi e candele profumate;
  9. fare attenzione alle etichette dei cosmetici, privilegiando quelli a base di prodotti naturali, privi di parabeni e particelle plastiche;
  10. ridurre l’utilizzo dell’auto negli spostamenti, poiché l’usura degli pneumatici è una delle fonti principali di inquinamento da plastiche.
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