Connettiti con noi

Ambiente & Turismo

Savoca, la città dalle sette facce in superficie, conserva nelle proprie viscere il “passato” intatto

Titty Marzano

Pubblicato

il

Savoca, in provincia di Messina, è un borgo arroccato pieno di bellezza, fascino e mistero, che offre in superficie panorami spettacolari divergenti, e conserva nelle viscere i segreti dell’arte della mummificazione.

Risalendo verso il borgo, arroccato su un particolarissimo colle bivertice che intriga la vista con orizzonti e scenari diversi ovunque si volga lo sguardo, i piedi si posano su pietra lavica. Nato tra il 1070 e il 1090 nel mistero anche il suo nome, poiché se da una parte sembrerebbe provenire dall’arabo Kalat Zabut (Rocca del sambuco), presente anche nello stemma medievale del paese, dall’altra parrebbe derivare dal termine sabak, unire, poiché i saraceni riunirono in un unico mandamento tutti i castelli della zona.

 

Fondata nel 1134 dal re normanno Ruggero II, l’antica Pentefur, fu affidata sempre alla gestione all’Archimandrita del Monastero del Santissimo Salvatore di Messina che ne fu barone. Nel 1558, un noto studioso di storia siciliana, Domenico Fazzello, scrive della cittadella di Savoca “… Dista dal litorale tre miglia ed è stata fondata più o meno cinquecento anni fa da Ruggero, conte di Sicilia, unendo alcuni villaggi saraceni con la rocca di Pentefur e assegnandola al cenobio del S. Salvatore di Messina e al suo archimandrita”. “Pentefur” è, quindi, sia il nome del mitico quartiere temporalmente anteriore a Savoca che quello del Castello Saraceno posto sulla rocca.

Il nome Savoca comparirà per la prima volta in un documento fiscale denominato Collectoria, ritrovato nell’Archivio Vaticano, e risalente al XII secolo in cui si dichiara la disponibilità del villaggio a fornire 20 arcieri nella guerra promossa da Pietro III D’Aragona. In esso, fino al 1492, era presente una fiorente comunità ebraica che ebbe una sinagoga in un vetusto edificio di architettura riconducibile al XIII secolo.

Per la sua particolare configurazione era a tutti gli effetti una città possedendo le necessarie fortificazioni, in parte in muratura ed in parte garantite da roccia a strapiombo. Il sistema difensivo comprendeva anche torri d’avvistamento sulla costa, ancora visibili la Torre Catalmo, la Torre dei Saraceni, la Torre del Baglio, la Torre Avarna, la Torre Varata e il Fortino di Ligoria.
Si accedeva alla città tramite due porte in pietra arenaria, con archi a sesto acuto, ancora visibili, una delle quali restaurata in tempi recenti. La parte “dentro le mura” rappresentava ben piccola cosa in confronto al vastissimo territorio esterno, detto “Terra di Savoca”, che comprendeva quarantotto feudi, di cui ventiquattro rimasero sempre in possesso dell’Archimandrita di Messina.
Ora il territorio comunale conta circa otto chilometri quadrati nei quali la storia si intreccia e si snoda attorno a resti medievali, rinascimentali e barocchi.

Noto ai più come set di numerosi film di successo, tra cui il Padrino di Francis Ford Coppola, il borgo offre la vista di case settecentesche, restaurate con cura anche nei colori, dai tetti ricoperti da coppi siciliani, ai portali e le finestre in pietra locale.
E se case e palazzi ci portano al settecento i maestosi edifici ecclesiastici ci portano molto più indietro nella storia.
Una incredibile scalinata scolpita direttamente nella roccia ci permette di raggiungere il sagrato della chiesa di San Michele. Di epoca anteriore al 1250, era la chiesa del castello di Pentefur e possiede ancora nel prospetto due portali in stile gotico, costruiti in arenaria, a dir poco spettacolari. Dichiarata monumento nazionale nel 2002, dopo essere rimasta chiusa per decenni a causa di inagibilità, il 29 settembre 2020, solennità di San Michele Arcangelo, conclusi i lavori di restauro degli interni, con solenne celebrazione eucaristica la chiesa è stata riaperta al culto. All’interno un imponente ciclo pittorico costituito da preziosi affreschi e due tele del 1701. Tre altari barocchi ed un pregevole pulpito ligneo arricchiscono la navata unica.

La chiesa di San Nicolò, utilizzata come set per Il Padrino, offre uno spettacolo da mozzare il fiato, sembra infatti protesa nel vuoto, costruita com’è su uno spuntone di roccia. Risalente al XIII secolo è riccamente decorata, con affreschi in stile bizantino. Le tre navate, con colonne e capitelli in granito, sono arricchite da altari in pregiato marmo. Una trecentesca tavola, raffigurante San Michele Arcangelo ed una antica tela decorano lo spazio reso preziosissimo dal simulacro in argento raffigurante Santa Lucia.

La Chiesa di Santa Maria in Cielo Assunta, costruita nel 1130, monumento nazionale, presenta sulla facciata un bellissimo portale ed un rosone in pietra lavica. Visibili gli affreschi tardomedievali raffiguranti San Giovanni Crisostomo. Oltre all’altare maggiore, ben altri sei altari. Pregevolissimo il crocefisso ligneo.
Sotto la costruzione accanto, che richiama il tardo medioevo, le catacombe dove venivano, secondo una tradizione tutta siciliana, mummificati i cadaveri.

Il rituale della mummificazione siciliana richiedeva sessanta giorni. La salma, mantenuta per due giorni in diluizione di sale ed aceto, veniva fatta asciugare ed in seguito fatta seccare naturalmente grazie alle correnti d’aria presenti nella cripta.
Il convento dei Cappuccini fu costruito, nell’attuale locazione, su un terreno proveniente da donazione nel 1603. L’edificio è di notevoli dimensioni  possiede un piano terra destinato agli spazi comuni ed un primo piano nel quale si trovano celle. Il grande orto adiacente costituiva mezzo di sostentamento insieme alle elemosine. Gran parte dell’orto, attualmente, è Parco Comunale.
La loro chiesa, dedicata a San Francesco D’Assisi, custodisce tre tele seicentesche e due pregevoli altari. In essa sono sepolture di notabili del luogo e frati.

Abbigliati con abiti del primo ottocento abati, patrizi e notabili del luogo sono visibili nella cripta. Trentasette le mummie un tempo alloggiate nelle cripte che sembravano accogliere e trasportare in un’altra dimensione. Lo scrittore Ercole Patti nel suo racconto “I notabili di Savoca” si sofferma a descrivere l’abbigliamento dei notabili: “un avvocato dei primi dell’Ottocento porta un cappello a cilindro calato sugli occhi vuoti; un altro avvocato dai calzoni neri larghi e lunghi sembra stia svolgendo un’arringa, col capo buttato all’indietro e la bocca aperta, quasi tutti sono con le bocche aperte, taluni spalancate, come per urlare mettendo in mostra ancora qualche dente”.

Oggi, dopo l’atto vandalico del febbraio 1985 nel quale furono imbrattate con vernice ad olio, non sono più “attaccate” alle nicchie. Solo un lungo e complesso lavoro di restauro, diretto dall’etno-antropologo Sergio Todesco (Soprintendenza Beni culturali di Messina), ha permesso che nel 2011 tornassero nella cripta alloggiate in posizione orizzontale dove sono ancora visibili.

Lascia un commento
Print Friendly, PDF & Email

Categorie