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Arte & Cultura

Roma, la tutela dei Beni Culturali tra pubblico e privato

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Tempo di lettura: 3 minuti

6 senso art galleryIntervento di Barbara Tamburro, titolare della ‘6 Senso Art Gallery’ e studiosa di storia dell’arte: ‘i soggetti privati possono rilanciare un intero progetto culturale’

 Di Barbara Tamburro

Roma, 1 giugno – Lo scorso ottobre sono andata ad un convegno il cui tema era quello dell’intervento dei privati nella cultura e dei suoi profili economici, fiscali ed amministrativi. Mi incuriosiva molto e mi sembrava quanto più calzante, pensando alle proposte di legge sulla privatizzazione dei beni artistici dell’allora governo e ministro per la cultura Massimo Bray. In quella sede non mi stupiva che i vari esponenti politici e i presidenti di alcune fondazioni culturali ribadissero l’importanza della sinergia tra realtà pubblica e realtà privata, in un ottica di scambi di idee e di compartecipazione a progetti culturali. Oggettivamente ritengo che in primis debba essere lo Stato a preservare e tutelare i beni culturali, in quanto sono parte integrante del nostro territorio e se gestiti da adeguate politiche di valorizzazione e tutela, allora non servirebbe l’intervento dei privati. Sono favorevole alla privatizzazione solo in casi estremi, ossia quando l’intervento del privato è necessario per recuperare e restaurare quello che altrimenti rischierebbe di essere abbandonato per incuria e cattiva gestione. Nei paesi anglosassoni e in particolare modo negli Stati Uniti, in tempi di crisi come questa si inventano nuovi modi per raccogliere denaro pubblico, per esempio attraverso il fundraising: la raccolta fondi che consente al privato cittadino di reperire risorse economiche, relazionali e umane per cause sociali. E’ uno strumento in grado di costruire relazioni durature nel tempo. Il potenziale donatore non è solo un finanziatore ma è colui con il quale si instaura un rapporto, uno scambio di idee e obiettivi. In Italia se ne parla solo da poco tempo e  la sua attuazione sembra avere scarsi risultati. Solo alcuni musei come quello del Novecento a Milano hanno arricchito le loro collezioni, proposto mostre e lavorato   alla riduzione dei costi e al fundraising. Un altro modo efficace per il coinvolgimento dei privati cittadini nel sostegno delle arti e della cultura è quello del crowdfunding, letteralmente finanziamento da parte della folla.barbara Il crowdfunding si denota per il suo processo collaborativo in cui un insieme di persone supportano individui e organizzazioni nella realizzazione di buone cause e progetti culturali attraverso donazioni individuali. Una delle sue caratteristiche è che i donatori e sostenitori  possono accedere e a volte perfino partecipare al processo creativo, entrando in una relazione privilegiata con i beneficiari della donazione. Altri vantaggi del crowdfunding sono la visibilità e la diffusione via web grazie agli strumenti di condivisione delle sue campagne. In Francia, Germania e Inghilterra gli investimenti pubblici nei musei sono da venti a cinquanta  volte maggiori dell’Italia. Qui purtroppo manca l’idea dell’economicità dell’ impresa  culturale, che non vuol dire affidare interamente ai privati la gestione degli spazi pubblici, ma trovare risorse private per rilanciare un prodotto culturale.  Lavorando privatamente nel settore artistico mi trovo a dover constatare come la realtà culturale italiana abbia un potenziale enorme ma che non lo sappia sfruttare al meglio, iniziando proprio dal ruolo dei privati nella cultura. Per far si che i privati possano partecipare attivamente al rilancio culturale del nostro paese, occorre innanzitutto che lo Stato sia meno severo e avvii una politica diversa, incominciando dalle tasse e dalla defiscalizzazione, specie in tempi di crisi economica come questa, in cui molte piccole e medie imprese culturali sono costrette a chiudere. L’imposta sull’ IVA in Italia è una delle più alte d’Europa,  in Germania è solo dell’ 7 % . Anche le leggi in materia di fisco e tutela degli artisti, come il Droit de Suite: diritto sulle successive vendite spettante all’artista e ai suoi eredi per 70 anni dalla scomparsa, in Italia esiste ma viene applicato con leggerezza. Tralasciando gli aspetti legislativi della politica culturale è importante evidenziare anche quelli sociali che servono per creare reti di networking e di contatti tra realtà private e quelle pubbliche.  Si dovrebbe iniziare da una maggiore meritocrazia, da bandi e concorsi non truccati per i giovani che vogliono lavorare in questo settore; bisognerebbe dare maggiore peso alle proposte e alle iniziative dei privati che hanno capacità, competenza e riconoscimento anche fuori dall’Italia. Bisognerebbe valorizzare la creatività e le risorse del made in Italy principalmente in Italia e poi anche all’estero e non viceversa. Purtroppo si assiste quasi sempre ad una politica culturale di facciata che guarda più all’evento fine a se stesso, con scarso risultato nel corso del tempo, piuttosto che ad una politica culturale che proceda con interventi strutturali e concreti.

 

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