Retromarcia di Grillo sulla campagna contro i vaccini. Imbarazzo di Di Maio

By 11 Gennaio 2019Politica

Fino a ieri, l’ex comico e il capo politico dei 5Stelle hanno condotto una campagna contro le vaccinazioni obbligatorie. Ora entrambi sono favorevoli.

di Vito Nicola Lacerenza

Il capo politico dei 5Stelle Luigi Di Maio, insieme al fondatore del Movimento, si è sempre detto contro l’obbligatorietà dei vaccini, una “corrente di pensiero” contraria alla somministrazione dei vaccini.  Ieri, però, Di Maio ha dovuto assistere alla retromarcia di Grillo, il quale si è detto favorevole alla campagna pro-vaccini promossa dall’immunologo Guido Silvestri e dal virologo Roberto Buroni. Quest’ultimo è molto vicino a l’ex leader del PD Matteo Renzi, il che ha fatto apparire la decisione del fondatore dei Cinquestelle come una “capitolazione politica”. In realtà, quanto accaduto è semplicemente il risultato di un errore di calcolo fatto dal Movimento in campagna elettorale. Tentare di negare l’assoluta utilità dei vaccini per sollevare un dibattito politico sulla legge Lorenzin, che prevede le vaccinazioni obbligatorie, ha significato arroccarsi su una posizione indifendibile. A dirlo è stato, insieme alla comunità scientifica, il giornalista Piero Angela. «Si è discusso molto di vaccini negli ultimi tempi- ha spiegato Piero Angela- ma probabilmente non è ben chiaro cosa ha voluto dire uscire da un mondo in cui non c’erano. Certe malattie si diffondevano rapidamente e facevano vere e proprie stragi. Ogni tanto è bene vedere dietro per capire a cosa siamo scampati».


Dopo che anche Beppe Grillo si è mostrato della stessa opinione, Di Maio, colto di sorpresa insieme all’opinione pubblica, ha provato a tirarsi fuori dall’imbarazzo dichiarando di “non essere mai stato contro i vaccini, ma contro Roberto Buironi”.  La questione pro-vax pesa sul vicepremier pentastellato il quale, da quando è al governo, ha dovuto rinunciare a importanti promesse elettorali che avevano trainato la sua campagna elettorale. Prima tra tutte, l’inizio di una stagione di crescita sostenibile inaugurata dalla chiusura dell’Ilva di Taranto; poi, il blocco dei lavori di costruzione della linea ad alta velocità Torino-Lione (Tav) e della Tap, il gasdotto che dovrebbe collegare l’Italia ai giacimenti di gas dell’Azerbaijan. La sospensione delle due opere, accompagnate dalla chiusura dell’acciaieria, avrebbe causato all’Italia danni incalcolabili. Non solo in termini economici, ma anche di credibilità. Stracciare all’improvviso progetti di miliardi di euro, già approvati in Europa, avrebbe fatto apparire l’Italia come un Paese “inaffidabile”, dove un cambio di governo può invalidare accordi presi in precedenza.

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