Quella Razza Vile – That Vile Race


di emigrazione e di matrimoni

Quella Razza Vile

È facile parlare di quel che gli italiani all’estero hanno fatto, ma pochi in Italia sanno che queste imprese non sono state affatto facili, soprattutto perché per molti altri all’estero, noi italiani siamo sempre stati “la razza vile”.

Di Gianni Pezzano

L’immagine in testa a questo articolo appare regolarmente sulle pagine degli italo-americani sul social media. È l’annuncio per un bando per lavori civili in quel paese e dice esplicitamente che la società vincitrice doveva formalmente firmare un impegno di non impiegare mano d’opera italiana nel corso dei lavori.


Purtroppo non è stato un caso isolato. Peggio ancora, come molti hanno imparato in seguito alle scuse formali della Città di New Orleans per il linciaggio di undici connazionali nel 1891, le discriminazioni che subivamo come nazionalità non si limitavano solo a qualche parola di sdegno da persona ignorante. E non tanto raramente le discriminazioni potevano anche arrivare da persone o istituzioni inaspettate.

Allora cosa vuol dire subire discriminazioni per un emigrato italiano e i suoi figli, anzi per qualsiasi immigrato di qualunque paese?

Facciamo una carrellata di incidenti che testimoniano quel che italiani, adulti e bambini hanno subito all’estero e nemmeno in anni tanto lontani.

Scuola

And you mark that wog bastard even closer, he’s scoring too much” ( “E tu marca più stretto quel bastardo di wog, ha già segnato troppo”).

Quel wog bastard ero io e le parole furono pronunciate a metà tempo, durante una partita di pallacanestro tra la mia scuola e la squadra di coetanei di un prestigioso collegio privato e protestante di Adelaide in Australia negli anni 70. Furono pronunciate dall’allenatore avversario dopo che avevo segnato un bel numero di punti. L’allenatore non era nemmeno un genitore qualsiasi che prestava servizio alla scuola, ma un uomo che all’epoca era anche uno sportivo a livello internazionale, che regolarmente rappresentava l’Australia sui campi di gioco in giro per il mondo.

Sarebbe facile parlare di “ignoranti” isolati. Tristemente per me e molti, troppi altri figli di migranti italiani della generazione nata dopo la seconda guerra mondiale, le battute e i commenti che sentivamo erano incessanti. Sentivamo le battutacce sui soldati italiani, di carri armati italiani con sei marce, la prima e cinque retromarce, sentivamo barzellette dove un italiano era sempre l’antagonista.

Se rispondevamo ai commenti, a volte anche con i pugni, il commento del bulli di turno era spesso “Tornate da dove venite!”. Cosa potevamo dire in risposta essendo anche noi nati in quel paese? Quel commento di tornare “da dove siete venuti” lo vedi a volte ancora oggi sui social media se una persona con un nome italiano scrive qualcosa che altri considerano critico del nostro paese di nascita.

Solo anni dopo abbiamo capito che i ragazzini non potevano sapere niente dei soldati o carri armati italiani, e che le frasi e i commenti erano state pronunciate dei genitori e gli altri adulti in casa. Infatti, in molti casi, i padri avevano proprio combattuto contro soldati italiani in una guerra dove l’Italia aveva dichiarato guerra agli altri e mai viceversa.

Le scuole poi, anche quelle cattoliche per le famiglie che se le potevano permettere, aggiungevano la loro discriminazione, perché giudicavano le capacità degli studenti per la pronuncia sbagliata o non della lingua inglese, e allora gli studenti italiani erano spesso limitati alle materie che gli insegnanti consideravano appropriate per le loro “capacità limitate”. Non tenevano conto che questo era perché parlavamo l’italiano in casa e non indicava minimamente il nostro vero livello d’intelligenza o di capacità.


Nel caso delle studentesse italiane, i pregiudizi si tramutavano in consigli a cercare lavori come commesse e parrucchiere perché i più adatti alle ragazze italiane.

Per fortuna molti figli di migranti italiani hanno dato torto a queste discriminazioni con lauree e altre qualifiche, diventando professionisti in molti campi specializzati.

Neri non bianchi

Ma le cose non erano migliori per i nostri genitori. Per via degli stessi pregiudizi verso le loro figlie,   le madri italiani in moltissimi casi potevano solo fare i lavori più umili. Lavoravano come domestiche in ospedali, ecc., lavanderie, magari a cucire per riparare vestiti e così via, smentendo poi i loro detrattori nel dare ai loro figli la forza di finire gli studi per accedere ai lavori non permessi a loro e ai padri.

Nel caso dei padri, le discriminazioni non si limitavano solo ai luoghi di lavoro, ma anche in quei posti dove si recavano dopo lavoro, ai pub per fare una birra rilassante prima di tornare a casa.

Come ha descritto un nostro lettore l’anno scorso, c’erano i pub in Australia che non permettevano agli italiani, anzi i wogs e i dagos, ecc. di bere con “uomini veri”. Come negli Stati Uniti noi non eravamo “bianchi” ai loro occhi e non era raro che l’italiano fosse “invitato” a fare la sua birra all’altro pub dove andavano gli aborigeni, naturalmente questa non era la parola che utilizzavano ma altre molto più offensive non degne d’essere ripetute.

Cinema, televisione e realtà

Poi, in tutti i campi della nostra esistenza la nostra immagine non era aiutata dai programmi televisivi e nei film gialli e polizieschi inevitabilmente l’antagonista era chiaramente italiano. Allora, come succede fin troppo spesso, per molta gente in ogni paese “italiano” era sinonimo di “mafia”.


Purtroppo a peggiorare questo è il fatto che la base di questa opinione non era poi tanto falsa, come abbiamo visto negli Stati Uniti con i gangster italiani. A peggiorare l’immagine degli italiani, in modo particolare nella prima metà del ‘900, era la presenza massiccia di italiani tra gli anarchici che hanno seminato terrore, attentati e assassini in molti paesi.

Tristemente l’Italia ha anche fornito munizioni per i nostri detrattori, perché nei decenni dal 1946 la successione di governi nel Bel Paese ha dato argomenti a chi vuole trovare motivi per discriminare contro di noi. I costanti cambi di governo erano la “prova” che non siamo capaci di fare le cose per bene. Lasciamo stare il fatto che molti emigrati italiani e i loro discendenti hanno trovato successo all’estero.

Peggio ancora, il terrorismo italiano degli Anni di Piombo, i decenni di terrorismo domestico con i suoi attentati, moltissimi morti e i suoi troppi misteri che non sono mai stati svelati, a partire da Piazza Fontana nel 1969, hanno solo confermato certi pregiudizi, senza dimenticare che le attività delle cosche criminali, compresi gli attentati e innumerevoli morti, sono ancora una vergogna per noi italiani onesti che siamo tutti macchiati dai loro delitti.

È facile parlare di quel che gli italiani all’estero hanno fatto, ma pochi in Italia sanno che queste imprese non sono state affatto facili, soprattutto perché per molti altri all’estero noi italiani siamo sempre stati “la razza vile”. Abbiamo dovuto lottare contro pregiudizi e discriminazioni per avere una vita nuova e questo ci da ancora più onore.

Però dobbiamo anche capire che ovunque ci siano immigrati, senza eccezioni, ci sono pregiudizi e discriminazioni contro l’immigrato di turno. Proprio a causa della nostra Storia ed esperienze, dovremmo essere i primi a lottare contro le ingiustizie.

Impariamo dalla nostra Storia e non ripetiamo gli errori altrui.


Come sempre invitiamo i nostri lettori a inviare le proprie storie personali a: [email protected]

 

di emigrazione e di matrimoni

That Vile Race

It is easy talking about what Italians overseas have done but few in Italy know that these deeds were not at all easy, especially because for many overseas we Italians have always been the “vile race”.

By Gianni Pezzano

The image at the head of this article appears regularly on the Italian-American pages of the social media. It is an advertisement for a tender for civil works in that country stating that the winning company must formally commit to not hiring Italian labour for the work.

Unfortunately it was not an isolated case. Worse still, as many learned following the City of New Orleans’s formal apology for the lynching of 11 Italians in 1891, the discrimination we suffered as a nationality was not limited only to words of disdain by ignorant people. And not very rarely the discrimination could even have come from people or institutions that you least expect.


So what does it mean for an Italian migrant and his or her children, or rather any migrant, to suffer discrimination, no matter in which country?

Let’s take a look at some incidents that testify what Italians, adults and children, suffered overseas and not even so long ago.

School

“And you mark that wog bastard even closer, he’s scoring too much. “

I was that wog bastard and the words were pronounced at half time of a basketball game between my school and a team from a prestigious private, and Protestant, college in Adelaide, Australia in the 1970s. They were spoken by the opposing coach after I had scored a good number of points. The coach was not just any parent helping the school but a man who at the time was an international sportsman who regularly represented Australia on the playing fields around the world.

It would be easy to say that we are talking about isolated “ignorant” people. Sadly for me and many, too many other children of Italian migrants of the generation born after the Second World War the jokes and comments we heard were unceasing. We heard the bad jokes about Italian soldiers, of Italian tanks with six gears, first and five reverse gears and we heard stories in which an Italian was always the antagonist.

If we answered the comments, sometimes with fists, the comment of the bully at that moment was often “Go back to where you come from!” What could we say in reply because we too were born in that country? I still see that comment of “go back to where you come from!” at times in comments on the social media if a person with an Italian name writes something others consider critical of our country of birth.

We only understood years later that the boys at school could know nothing about Italian soldiers or tanks and they had heard the comments at home pronounced by the parents and other adults. In fact, in many cases the father had actually fought against Italian soldiers in a war in which Italy had declared war on the others and not vice versa.

The schools, even the Catholic ones for those families that could afford them, then added their discrimination because they judged students by their right or wrong pronunciation of English and so the Italian students were often limited to the subjects that the teachers considered appropriate for our “limited skills”. They did not take into account that this was because we spoke Italian at home and this did not in the least indicate our true level of intelligence or skill.

On the case of Italian schoolgirls, the prejudice meant they were advised to look for work as shop assistants or hairdressers because they were the most suitable for Italian girls.

Luckily many children of Italian migrants proved these discriminations wrong with degrees and other qualifications and became professionals in many specialized fields.

Black not white

But things were no better for our parents. Due to the same prejudices towards their children Italian mothers in many cases could find only the humblest jobs. They worked as cleaning ladies in hospitals etc, laundry women, maybe seamstresses repairing clothes, etc. and then they belied their detractors by giving their children the strength to access the jobs they and their fathers were not allowed.

In the case of the fathers the discrimination was not limited only to work places but also in those places they frequented after work, in the pubs for a relaxing beer before going back home.

As one of our readers described last year there were pubs in Australia that did not allow Italians, rather wogs and dagoes, to drink with “real men”. As in the United States we were not “white” in their eyes and it was not rare for an Italian to be “invited” to have his beer in another pub where the Aborigines went, naturally this was not the word they used but others what were much more offensive and not worthy of being repeated.

Cinema, television and reality

And then, in all the fields of our existence, our image was not helped by television programmes, and films with crime stories in which the antagonist was inevitably Italian. So, as all too often happens, for many people “Italian” is synonymous with “mafia”,

Unfortunately this was made worse by the fact that the basis for this was not so false, as we saw in the United States with the Italian gangsters. Ruining even more the image of Italians, especially in the first half of the 20th century, was the heavy presence of Italians amongst the anarchists who spread terror with their bombings and assassinations in many countries.

Sadly Italy also supplied ammunition for our detractors because in the decades since 1946 the succession of governments in the country gave arguments for those looking for reasons for discriminating against us. The continual changes of government were the “proof” that we cannot do things well.

Worse still, the Italian terrorism of the so-called Anni di Piombo (Years of Lead), the decades of domestic terrorism with bombings, many, many dead and their many mysteries that have not yet been revealed, starting with the Piazza Fontana bombing in 1969, only confirmed certain prejudices, without forgetting that the activities of the Italian criminal organizations are still a disgrace for we honest Italians who are all stained by their crimes and murders.

It is easy talking about what Italians overseas have done but few in Italy know that these deeds were not at all easy, especially because for many overseas we Italians have always been the “vile race”. We have had to fight the prejudice and discrimination in order to make a new life and this gives us even more honour.

However, we must also understand that wherever there are migrants, without exception, there are prejudice and discrimination against the migrants. Precisely because of our history and experience we should be the first to fight against injustice.

Let us learn from our history and not repeat the mistakes of others.

As always we invite readers to send in their personal stories to: [email protected]

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