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Popoli in rivolta contro il regime (parte 2) — Peoples in revolt against the regime (part 2)

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di emigrazione e di matrimoni

Popoli in rivolta contro il regime (parte 2)

di Marco Andreozzi

Ritroviamo alla fine la Cina che oggi sta come grosso modo stava tre anni fa a Wuhan, con di nuovo i cittadini liberi di volare in Italia e nel resto del mondo per provare ad attaccare il virus fuori confine, ad essere ironici, naturalmente. Ad ogni modo, tutti sappiamo del caso dell’aereo giunto a Milano con oltre la metà dei passeggeri positivi. Le modalità in patria sono sempre le stesse, giacché un amico cantonese la settimana scorsa mi faceva notare che quando l’amministrazione della città dichiarava 500 casi, lo stesso giorno solo l’azienda dove lui lavora registra un quarto dei dipendenti a casa con il covid. Da aggiungere il dettaglio: un quarto dei dipendenti di quella società equivale a 500 persone.

La correlazione tra cambiamenti climatici e guerre esiste diffusamente, sempre tenendo conto del legame tra riscaldamento globale e sistema energetico diffuso, vettore fondamentale dello sviluppo dei popoli. Ricordo quando andai in Ciad nei primi anni del nuovo millennio. Un Paese poverissimo (e ricchissimo di spazzatura in plastica) che proprio l’anno dopo (2004) registra il 33% di crescita annua del PIL dovuta alla vendita di petrolio da quel nuovo primo enorme campo che si dispiega con i vari pozzi produttivi in mezzo all’aridità circostante. Crescita troppo rapida (che in due anni tornava a zero) senza beneficio diffuso, salvo per la cerchia del potere (e al Paese europeo che ne gestisce la valuta CFA).

Oggi in Ciad il campo profughi di Dar es Salaam accoglie 12000 persone vicino al confine con Nigeria (dove massivamente i ciadiani sono emigrati), Niger e Camerun. Il nome significa ‘porto di pace’, ma di fatto esiste a causa dei jihadisti di Boko Haram che, dotati di armi automatiche (vendute da chi?) massacrano, incendiano villaggi, decapitano i volontari e schiavizzano le ragazzine tutt’intorno. La causa prima è la povertà, il pretesto la religione, la concausa è il cambiamento climatico, che a sua volta alimenta povertà e corruzione in un ciclo che si rinnova di continuo, replicando come l’energia rinnovabile. Infatti Dar es Salaam negli anni Sessanta sarebbe stato completamente sommerso dal Lago Ciad, allora il sesto più grande al mondo, quando quelle lande fertili davano cibo e commercio ad agricoltori, pastori e pescatori. Oggi la superficie si è dimezzata a circa 12000 km quadrati, la gente compete per l’acqua, i jihadisti rubano i raccolti agricoli, e il sostentamento viene dalla vendita della legna, a sua volta contributo alla desertificazione.

Aaron Wolf dell’Università statale dell’Oregon in USA ha catalogato 2606 situazioni di conflitto e collaborazione causa del problema dell’acqua tra il 1948 e il 2008. Nel 70% dei casi i Paesi cooperano e i maggiori rischi di scontro si hanno tipicamente quando la nazione a monte costruisce una diga senza accordi preliminari con il Paese a valle. I motivi sono la crescente carenza di acqua e la costruzione di centrali idroelettriche considerate alternative all’impiego dei combustibili fossili. Un legame secondario con la questione climatica, quindi, mentre la costante ed affidabile elettricità delle centrali a gas può essere un’importante base perché le società più povere intraprendano il cammino dello sviluppo. Nello stesso tempo, visto che i cambiamenti climatici in atto rendono le regioni aride sempre più aride e quelle umide sempre più umide, è l’adattamento la vera risposta, allocazione più efficiente ed efficace delle risorse pubbliche internazionali (limitate per definizione). L’augurio per il 2023.

di emigrazione e di matrimoni

Peoples in revolt against the regime (part 2)

by Marco Andreozzi

Here we are with China today roughly as it was three years ago in Wuhan, with citizens once again free to fly to Italy and the rest of the world to try and attack the virus outside the border, to be ironic, of course. In any case, we all know of the plane that arrived in Milan with more than half of the passengers positive. The methods at home are always the same, since last week a Cantonese friend pointed out to me that when the city administration declared 500 cases, on the same day only the company where he works registers a quarter of employees at home with covid. To add a detail: a quarter of the employees of that company is equivalent to 500 people.

The correlation between climate change and wars exists widely, always taking into account the link between global warming and the widespread energy system, a fundamental vector for the development of peoples. I remember when I went to Chad in the early years of the new millennium. A very poor country (and very rich in plastic rubbish) that just the following year (2004) recorded 33% annual growth in GDP due to the sale of  from that huge new first field that unfolds with the various productive wells in the midst of the surrounding aridity. Too rapid growth (which returned to zero in two years) without widespread benefit, except for the circle of power (and the European country that manages the CFA currency).

Today in Chad the Dar es Salaam refugee camp welcomes 12,000 people near the border with Nigeria (where Chadians have emigrated massively), Niger and Cameroon. The name means ‘port of peace’, but in fact it exists because of the Boko Haram jihadists who, equipped with automatic weapons (sold by whom?) massacre, torch villages, behead aid-workers and enslave the girls all around. The first cause is poverty, the pretext is religion, the contributing cause is climate change, which in turn fuels poverty and corruption in a cycle that is continually renewed, replicating like renewable energy. In fact, Dar es Salaam in the 1960s would have been completely submerged by Lake Chad, then the sixth largest in the world, when those fertile lands provided food and trade for farmers, herderds and fishermen. Today the area has halved to about 12,000 square km, people compete for water, jihadists steal agricultural crops, and livelihood comes from the sale of wood, which in turn contributes to desertification.

Aaron Wolf of Oregon State University in the USA has cataloged 2606 situations of conflict and collaboration due to the water problem between 1948 and 2008. In 70% of cases, countries cooperate and the greatest risk of conflict typically occurs when the upstream nation builds a dam without preliminary agreements with the country downstream. The reasons are the growing shortage of water and the construction of hydropower plants considered alternatives to the use of fossil fuels. A secondary link with the climate issue, therefore, whilst the constant and reliable electricity from gas-fired plants can be an important basis for the poorest societies to embark on the path of development. At the same time, given that ongoing climate change is making arid regions increasingly arid and wet regions increasingly wetter, adaptation is the real answer, a more efficient and effective allocation of international public resources (limited by definition). It is my wish for 2023.

Marco Andreozzi, è Dottore in Ingegneria Meccanica, Economia/Amministrazione (Politecnico di Torino), tecnologo industriale e specialista del settore energetico, proviene da esperienze professionali in cinque multinazionali in Italia e paesi extra-europei, e come direttore generale; nomade digitale dal 2004, e sinologo, parla correttamente il mandarino.
Marco Andreozzi, is Doctor of mechanical engineering (polytechnic of Turin – Italy), industrial technologist and energy sector specialist, comes from professional experiences in five global corporates in Italy and extra-European countries, and as business leader; digital nomad since 2004, and China-hand, he is fluent in Mandarin.

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