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Arte & Cultura

Pittura e fotografia: congiunzioni e disgiunzioni

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Il caso della mostra degli artisti reggiani Bonacini – Arduca a Viareggio, guidati dalla ligure Doriana Della Volta, curatrice

Di Sergio Bevilacqua

A Viareggio dal 3 al 7 agosto, presso la Piccola Galleria Engel, Piazza Campioni 1, in fondo a una delle passeggiate a mare più belle d’Italia, prosegue il confronto storico interno alle Arti Visive tra Pittura e Fotografia, sviluppatosi nella seconda metà del XIX secolo, e forse il più importante e il primo della storia, con la mostra di Paola Bonacini, soprattutto pittrice, e Giuseppe Arduca, fotografo. Su questo tema, il 5 agosto alle 18, stesso luogo, una mia conferenza.

Accanto a questo confronto storico pittura/fotografia, per segnalare come l’era tecnologica e industriale, avviata dalla rivoluzione scientifica, sia stata (e sia ancora) rivoluzionaria per l’Arte, ricordiamo altri tre fenomeni di primaria importanza:

  1. quello tra nuove cave (i rifiuti umani, i resti delle produzioni manifatturiere industriali, i beni industriali, di largo consumo e altri, ad esempio) e vecchie cave (marmo, bronzo, legno, ceramica, ecc.) per la scultura soprattutto;
  2. quello sull’avvento del Digitale (i programmi informatici derivati dalle primitive esperienze di programmi grafici, CAD fino ai moderni sotfware tridimensionali e multisensoriali, ecc.);
  3. l’enorme sviluppo di un’infosfera prevalentemente audiovisiva dovuto alla fusione tra il web e la telefonia cellulare, che ingigantisce l’effetto stigmatizzato da Benjamin nel suo breve ma pregnante saggio intitolato “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica” (1935).

Il fatto tecnologico dell’invenzione dell’ottica fotografica ha cambiato l’estetica, cioè i criteri per la definizione del “bello” nelle arti visive. Infatti, prima della fotografia, queste ultime avevano avuto soprattutto il compito di documentare con massima precisione la memoria, sotto forma di elementi della nostra esperienza percettiva (principalmente ritratto, paesaggio e natura morta e varie commistioni), per dare loro una persistenza maggiore alla vita umana, attraverso l’evocazione propria di vari materiali, tele, disegni e sculture, in altro tempo e altro spazio. Qui si è combattuta nei secoli la gara del bello e della documentazione iconografica storica.

La perfezione della mano, il suo esercizio scolastico, la creazione ad esempio dei colori e delle tecniche di raffigurazione, lo studio della forma e di tutto ciò che serve per realizzarla, è stata per millenni (e in qualche modo è ancor’oggi) una pratica principe di rappresentazione a scopo di memoria e di “bellezza”. Fior di Accademie sono sorte, come evoluzioni delle botteghe artigiane del medioevo e del primo Rinascimento per dotare l’uomo delle migliori capacità di riproduzione: l’Accademia di S. Luca a Roma, eccellente nel XIX secolo come già l’Accademia di Parigi, la canoviana Accademia di Venezia, con interscambi importantissimi di allievi e insegnamenti nell’arte, mentre intorno si scatenavano guerre europee sanguinose. Così, in epoca di fotografia incipiente, Antonio Canova identifica in Francesco Hayez una grande promessa della pittura ottocentesca, e lo spinge ad andare a completare gli studi dalla laica post-napoleonica Venezia, a Roma, in pieno Stato della Chiesa. Hayez combatterà la fotografia con le armi del disegno lungo la seconda metà del XIX secolo, e vincerà molte battaglie, mentre la tecnologia fotografica si perfeziona. Diversa strada in Francia, dove gli impressionisti combattono un’altra battaglia: non dimostrare la migliore capacità della mano umana sull’obiettivo fotografico, ma trovare ciò che l’obiettivo fotografico non può riprendere: le impressioni soggettive della persona umana. Monet, Renoir, Manet, Degas, Toulouse Lautrec capirono quasi subito, data la vicinanza delle esperienze tecnologiche di punta (Daguerre, Nadar e così avanti), che la prospettiva della fotografia sarebbe stata vincente. E allora ecco Monet, con le sue tre fasi, quella normanna dalla luce contenuta, quella del sud della Francia e di Bordighera dalla luce fortissima e verticale, e quella del buio e dell’indefinito della quasi cecità, ben documentate dalla clamorosa mostra estiva 2023 di Monte Carlo: prima intimità di “Impression, soleil levant” (porto di Le Havre), poi la luce che scompone in “Villa a Bordighera” riferita alla abitazione dell’ottimo Pompeo Mariani, e, ad esempio, “Ponte giapponese” del 1919, quando la cecità cominciava a manifestarsi. In quest’ultima opera, le forme diventano così avulse dalla luce da farsi studiare da Kandinsky e Pollock, cioè avviare astrattismo ed espressionismo americano, estremi interiori della pittura, che strappa del tutto con la raffigurazione e coi sensi, ma vi ritorna per le vie mentali.

È dunque dalla metà dell’800 che la raffigurazione e la sua funzione di memoria ha un’alternativa tecnologica che si chiama fotografia. E allora, mentre Hayez combatte ingenuamente e anche vittoriosamente, Monet prende atto che il suo plein-air trova un servizio nella fotografia, anche perché la sua strada, quella degli impressionisti appunto, è definita e destinata alla profondità intellettuali, psicologiche e filosofiche dell’Umano e non più al servizio di memoria, tant’è che se ne serve, e fotografa i paesaggi (in bianco e nero ovviamente, il colore arriverà più tardi) scrivendo sulla foto i colori che poi userà sulla tela.

Paola Bonacini

Così la “memoria” migra da tele e pennelli a macchina fotografica, camera oscura e stampa, togliendo agli artisti visivi, pittori e scultori, la loro principale funzione sociale e culturale. La reazione è stata vigorosissima, e la vediamo a partire dalla rivoluzione impressionista: i pittori sentono odore di bruciato, e già dalla seconda metà dell’Ottocento cercano vie espressive non più realiste, verso un sempre meno spiccato figurativismo. Indubbiamente l’Ottocento si chiude nel più grande disorientamento, anche se molta arte europea e soprattutto italiana resiste alle derive dell’astratto e dell’espressionismo: in Italia la scuola macchiaiola, para-impressionista della prim’ora, dilaga e credo si possa affermare che rimane la principale cifra pittorica italiana fino ad almeno metà XX secolo: i 4 ventenni (1880-1900, 1900-1920, 1920-1940, 1940-1960) ne sono intrisi. Ma la tecnica macchiaiola o impressionista della prim’ora è una risposta intelligentissima alla fotografia: la macchina fotografica non può generare gli effetti di quelle pennellate sintetiche ed efficaci, e fondere con così grande maestria immagine reale e fascino catartico profondo.

Giuseppe Arduca

Così in Paola Bonacini, il segno regge ed è riconoscibile, espresso con qualità di disegno e di colore, in perfetto spirito italiano. Arduca la segue ma vola via, come la fotografia leggera fa rispetto alla tela, la tavolozza, i colori… Un continuo rincorrersi tra tecniche di raffigurazione, l’una, la pittura, a sfuggire con fantasia e pacatezza di gran stile dall’oggetto, e l’altra, la fotografia, a ricollegarsi ad esso con colori, forme e soggetti.

Non vi è dubbio che si tratta anche di uno spontaneissimo volo d’amore. E non è un caso. Arte e Amore sono dello stesso genere: sentimenti, coerenze emotive che fanno la terna con il sentimento dell’Amicizia. Date le parole, così abusate in tutte le forme di cronaca popolare, mi sento in dovere di una precisazione scientifica: i sentimenti sono istanze di base, esistono per predisposizione biologica nella specie umana e forse sono proprio istanze biologiche. Qualcosa ancora ci dicono già le neuroscienze, ma attendiamo maggiore precisione. Nell’attesa, la constatazione clinica di tipo psichiatrico e sociatrico ci dice che i sentimenti esistono, e che operano sull’umano come funzioni organiche, anche se magari di tipo acquisito.

Dunque, non è una forzatura logica e nemmeno un romanticismo constatare come due arti in conflitto secolare tra loro e ormai avviate a una quasi pacifica coesistenza si sposino in un progetto estetico. Paola Bonacini, pittrice soprattutto, e Giuseppe Pino Arduca, fotografo, si cercano, si trovano, nella vita come nell’arte: ed ecco questa bella personale (sì, perché insieme Arduca e Bonacini fanno una persona, un’altra persona) e non c’è migliore evidenza di questa mostra.

Sergio Bevilacqua e Doriana Della Volta

Essa è stata costruita con gli accostamenti di opere fotografiche e pittoriche tra gli artisti emiliani Bonacini e Arduca, la curatrice ligure Doriana Della Volta e il mio ruolo scientifico, che, oltre a definire il concept, ha poi perfezionato il grande lavoro già fatto dai tre. Ed ecco questa bellissima esperienza agostana nella Versilia vivissima d’arte, dove non solo i Macchiaioli, ma Giacomo Puccini, Galileo Chini e l’accolita di artisti e scrittori (Soffici, Carrà, Gentile, Viani…) al Quarto Platano nella piazza di Forte dei Marmi facevano germogliare un robusto ramo del grande ceppo artistico italico, dal XIX secolo ai giorni nostri.

Anche questa mostra è una bella espressione di quanto è fertile l’humus artistico italiano. E ora non voglio rubare a nessuno le sue sensazioni e la sua preziosa catarsi: la mostra va visitata dal vivo, andateci, ma c’è anche un catalogo, un’opera editoriale, che dona una esperienza e un’immagine di quanto detto sopra, dall’antropologico della rivoluzione tecnologica della fotografia e della sua scherma con la pittura, fino alla coerente composizione amorosa di Bonacini e Arduca, cui auguriamo, nel segno dell’arte umana, lunghissima vita e l’eternità tipica quasi della vera arte.

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